Catarsi in do minore

Anni fa frequentavo, con grandissima soddisfazione, una comunità di blogger particolarmente attiva e stimolante. La piattaforma, la piccola blogs.it, aveva mille magagne ma le sue particolari dimensioni – abbastanza grande per non sentirsi soli, sufficientemente piccola per conoscere tutti, almeno di vista – la rendevano simile a un paese; e poiché in questo paese c’erano almeno dieci tra le persone più brillanti che abbia mai conosciuto, i risultati che ne vennero fuori furono irripetibili. Poi, come spesso succede, finì tutto a puttane: insulti, veleni, ripicche, scontri ideologici, amori e tradimenti. Ora, quella piattaforma, che mi ha consentito di scoprire che scrivere è un’attività meravigliosa, se ne sta là come un cimitero: triste, abbandonato, straziante.

Tra le varie iniziative, ce n’era stata una particolarmente divertente: una rivista dei blogger, pubblicata sotto forma di blog, dove ognuno avrebbe avuto una propria rubrica. Io scelsi di scrivere recensioni di blog come se fossero libri, o film; ma prima di iniziare, non resistetti alla tentazione di buttare giù una parodia di una scrittrice che animava quel blog, e che tra l’altro era la “caporedattrice” di quella nascente rivista. Luisa – è questo il suo nome – scriveva post, o racconti, particolarmente poetici che, se letti senza la giusta predisposizione, potevano sembrare un ammasso di immagini suggestive slegate tra loro. Durante un viaggio in macchina, passai le due ore dell’autostrada scrivendo, a mente, una parodia: fu una delle esperienze più divertenti della mia attività di blogger.

Quel post mi è tornato in mente questa mattina, quando ho intravisto, nella mia libreria, un romanzo (molto  bello) di quell’autrice – e mi sono chiesto se una parodia può funzionare anche se sganciata dal suo originale. Funziona? Rileggendola, mi è sembrato di sì. Io ci provo.

Mi scrivesti lettere piene di amore. Catarsi in do minore. Fàmose du spaghi.
Una parodia

Pensieri indecenti tenuti stretti a te. Non mi leccare. E dunque – c’è della trota salmonata nel piatto – mi afferri. Spontanea si trasfonde la legatura. Non mi tentare, Busto. Arsizio. Carne, angolo di prugna. Conosci la parola che indica la direzione.

Eravamo tu ed io, ad amare, nel cuore del silenzio giudizioso dell’inverno. Giunse l’equinozio. Nella camera di luce opalescente tu ed io, ritti come fusi, pronti per l’unione. Mi spogliasti con mani d’autunno, io ti spogliai con le mie piene di primavera, fino a scoprire il tuo organo sessuale – ma non aveva tasti, né bianchi né neri, sembrava più un piffero, un oboe, un clarinetto, un basso tuba, un trombone, uno strumento a fiato insomma, di quelli che suonavo da giovane al Conservatorio di Milano, in via Zara, o dietro alla Fiera se la polizia veniva a romperci le palle. E tu mi dicesti – suoniamo – e suonammo, quella notte, tu improvvisasti le melodie della mia infanzia sulla mia armonica a bocca, e mi facesti impazzire con quella mazurca in quattro/quarti.

sunset

Ma le storie non sono come il vento, restano, si tramandano, si travasano. Così tu mi guardavi, e io ti guardavo. Guardavo il tuo occhio sinistro, l’occhio di tua madre, quello stupito con il quale osservavi il mondo, bambino – e il tuo occhio destro, l’occhio lucido di tuo padre, quello di vetro che ti facesti mettere da parte prima della sua cremazione; il tuo naso di Dante Alighieri – dal quale avevi ereditato la sublime poesia che mi conquistò – dentro al quale nascondevi il mio cellulare, stupido geloso – e guardavo il sorriso di tuo nonno – ti facesti valere, per quella dannata dentiera, con quel collezionista d’ossa del becchino. E mi facevo accarezzare dalla tua mano sinistra, la tua mano lieve di Peter Pan, la tua mano di fiaba, mentre evitavo con cura la tua destra, il tuo uncino – quello messo al posto della mano che tuo padre, amoroso e severo, ti aveva amputato prima che tu diventassi cieco. Ti amavo, ma forse non ti ho amato mai.

marty_feldman

Pure te lo dissi: io ti amo, e non ti ho amato mai. Trasecolasti. Tu dicesti con armatura di un moro: se non mi hai amato mai, io ti ho amato sempre. Trasecolai. forse ti ho amato sempre, tranne ieri sera, e per sempre ti amerò. Trasecolasti. Dicesti: passo. Io: vedo. E persi il piatto, con la trota salmonata.

Tu mi scrivesti lettere piene d’amore. Ma con l’inchiostro simpatico, antipatica canaglia. E mi mandasti fazzolettini kleenex pieni di amore, che il postino mi recapitava con guanti di lattice, e che apprezzai un po’ meno.

L’amore si fa in due – l’uomo e la donna, Gianni e Pinotto, la terra e il mare. L’amore si fa tre, il numero perfetto, uno e trino. L’amore in quattro – noi eravamo gli evangelisti, ma quel Giovanni non è che fosse proprio un santo – e l’amore è il numero cinque – le dita della tua mano nodosa, alle quali ho appeso i miei sogni di bambina – e l’amore è il sei – che se lo faccio, con il Jackpot, giuro che me ne vado – l’amore è il sette, come i bracci del candelabro che tuo nonno aveva inculato alla famiglia di ebrei che per trenta lire aveva venduto ad un tenente delle SS, in quella Roma occupata dai nazisti. Tua nonna – mi raccontasti, con lacrime di ambra dall’occhio sinistro, perché l’altro, l’abbiamo detto, era finto – subì una crudele violenza da parte loro. Tuo padre con gli occhi azzurri, i capelli biondi, con il profilo di un dobermann – ma tua nonna era sicura che almeno lui, il cane. avesse indossato un preservativo. L’orrore della guerra. Farina, tapioca, pane e strane farfalle trainanti canoe nell’aria del dormiveglia che tu aspetti ti si sciolga in bocca quando sono nelle tua dimora.

Poi fu il tramonto, e poi fu subito l’alba – da quando ci eravamo trasferiti in Norvegia per la benzina che costava meno, si dormiva davvero poco. Finestra bocca spalancata sul mondo, e da sotto odore di Sicilia – l’origano odoroso, i capperi, le acciughe sotto sale, le olive nere, senza cipolla, un filo di olio piccante e una birra media, grazie – e il rumore della risacca – che non so che cazzo vuol dire ma ultimamente ce la ficco ovunque, sta risacca – e il colore del mare – cinereo, blu come il mare, verde come i prati da mia cugina, insomma, un Pantone 31225. E tu dicesti con armatura di cinese: amarti non mi è impossibile, se non la sera, il giovedì, quanto tutto tace nel silenzio aguzzo del selciato.

Tu mi appoggiasti la tua lama crudele alla base del collo, e mi dicesti amore è dolore, e dolore è amore, ma solo a metà. Io ti infilai un ferro da calza numero tre per tutta la lunghezza della tua uretra e ti chiesi se mi amavi: no, non posso, ho amato troppo il vento e il mare. Allora ti infilai un numero sette e tu mi sussurrasti, con respiro salmastro: parliamone, potrei rivedere alcune mie recenti posizioni sull’argomento. Allora ti abbracciai, dimentica del tempo, del sole, del dolore e dell’amore, e del ferro da calza che ti pendeva dal cazzo ormai incancrenito.

Poi gridasti con sibilo marino: il mio amore è nei miei occhi, vedo te ovunque. China sul fiore di spine, ti risposi: il mio amore è nella mia gola, mi toglie il fiato. Chiudendo l’occhio sinistro – quello destro non si poteva più chiudere, da quando avevi smesso di oliarlo – sillabasti: il mio amore è nel cuore, che ripete Liusa, Liusa, dannato cuore dislessico. Aprendo le braccia al cielo, ti confessai: il mio amore è nel duodeno, sei la mia occlusione intestinale. Ma quando mi confessasti che il tuo amore era giunto al retto, capii che la nostra storia d’amore era ormai finita.

Eppure ci deve essere un momento. Tutto il vissuto. Nell’appianamento fumeggiante dei significati. La perdita di ogni indizio, e senza alcun preavviso, capire fino in fondo. Sentire. Semplicemente

maglia_ferri

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12 risposte a "Catarsi in do minore"

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  1. posso dirla, dunque, la mia? sine ira ac studio…, oramai.

    non hai mai capito luisa…

    scrivesti allora persino che la sua scrittura era su un binario morto…

    difficoltà tua ad abbandonarsi, direi… 😉

    ci sono tanti tipi di scrittura, e per me i più belli sono quelli che mi sono più lontani.

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    1. Io conosco almeno due Luise: quella che sapeva scrivere, e quella che sapeva di saper scrivere, e ogni tanto si gongolava di questo. La prima mi piaceva, la seconda – che ho parodiato qui – un po’ meno…

      ps Scrissi a Luisa che la sua scrittura stava andando verso un binario morto; lei, tempo dopo, mi ringraziò…

      Mi piace

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