Grafemi

Segni, parole, significato.

Due chiacchiere con Fabio Viola

Ci sono alcuni libri – pochi, a dire il vero – che ti costringono a rivedere, più o meno profondamente, la propria idea di scrittura. “Sparire” di Fabio Viola, edizioni Marsilio, è uno di quelli: dopo averlo finito, ho dovuto ripensare a cosa voglio scrivere, e a come lo voglio scrivere. Non è facile mettere in discussione alcune convinzioni; ma anche se questo può creare un sacco di problemi – tipo una paralisi davanti alla pagina bianca, o il desiderio di buttare nel cestino di Windows una cinquantina di cartelle già scritte – credo sia necessario.

viola-sparire

Agli inizi di settembre ho iniziato uno scambio di mail con Fabio Viola, che si è dimostrato molto generoso nel condividere le proprie idee sul suo libro, e sulla letteratura in generale. Alla fine, è venuta fuori una specie di intervista, che, lo ammetto, mi ha insegnato molte cose. Con il suo consenso, la riporto qui su Grafemi.

1. Quando si legge un libro, si tende a valutarlo secondo lo stile e la trama – il come e il cosa. So che questa è una semplificazione piuttosto grossolana, ma trovo che sia particolarmente utile per iniziare a parlare di “Sparire” Il tuo romanzo, infatti, tenta un azzardo: dopo una partenza tutto sommato convenzionale – un ragazzo parte alla ricerca della sua ex che vive in Giappone e che da qualche settimana non dà più sue notizie – il libro sembra, di fatto, rinunciare alla trama. La cosa singolare è che, in realtà (si può dire?), nel tuo romanzo continuano a “succedere cose” fino alla fine – ma l’impressione che si ha è che tu abbia deciso di non preoccuparti, ad esempio, delle aspettative di chi legge circa il destino dei personaggi. Che cos’è, secondo te, la trama di un libro? Cosa la determina? Sei d’accordo che in “Sparire” da un certo punto in poi, assieme all’identità dei personaggi, inizia a rarefarsi anche la trama? Fino a che punto sei consapevole di questo?

Fabio Viola

Fabio Viola

Fabio Viola: Quando si parla di trama bisogna accettare un compromesso iniziale: ovvero la trama sì, ma intesa in senso “tradizionale”, come pretesto per sciogliere uno o più nodi attraverso un dato intreccio. Non vedo la necessità di adottare quell’approccio. La trama per me è un insieme di segni che compongono il romanzo. E il romanzo ha una fine che è data dall’ultima pagina, in cui il flusso di eventi ha una conclusione fisica. Il libro finisce, si è esaurita la carta che lo compone, e il lettore è alle prese con l’afterglow. Il problema della trama è di chi legge, ha a che fare con le aspettative del lettore e con l’idea più o meno anelastica che ha della letteratura (e quindi della “realtà”). Capisco cosa intendi quando dici che in “Sparire” ci sia una rinuncia alla trama, ma lo capisco solo se ne limito lo spettro, se ne recinto le ambizioni. Naturalmente per me “Sparire” è coerente, addirittura lineare, perché va dove deve andare, e la rarefazione di personaggi ed eventi è fedele a quella che per me è l’esperienza umana (confusa, caotica, misteriosa e, appunto, rarefatta).

2. All’inizio di agosto ho parlato del tuo libro con uno scrittore particolarmente distante dal tuo modo di intendere il romanzo (una delle sue frasi preferite è “al bello scrivere preferisco il forte narrare”), e ne è nato un piccolo contraddittorio. Lui, infatti, sosteneva che il tuo è un libro non riuscito: funziona nella prima parte, ma poi si perde in mille rivoli, finendo per ingannare, in qualche modo, il lettore. Al di là del fatto che queste sono più o meno le motivazioni per le quali ritengo che “Sparire” sia un ottimo libro, mi piacerebbe sapere se altre persone hanno criticato il tuo romanzo con argomentazioni simili a queste, e quali risposte hai, eventualmente, dato loro. 

FV: Difficile rispondere a questa domanda perché mi trovo a replicare a osservazioni anonime. Non so se valga la pena usare questa risposta in un dialogo sulla scrittura, tuttavia il nucleo che individuo nel quesito è quello del “non riuscito”. Ecco, con questo concetto mi ci sono scontrato in un paio di recensioni che sono uscite, in cui, com’è frequente in Italia, il critico percepisce se stesso come il giudice non solo del romanzo ma del presunto compimento delle intenzioni dell’autore – cosa che ritengo inaccettabile. Ma al di là della fiacca perentorietà di certi critici improvvisati, il punto resta quello dell’idea di letteratura che si propugna. Si inganna il lettore propinandogli cose non vere, insincere, rifilandogli versioni rimasticate del mondo in cui viviamo (sempre lei, la “realtà”), sperando sì che ci si ritrovi, ma soprattutto che ci si trovi a proprio agio. Quindi ecco, di fronte a obiezioni del genere vedo non tanto critiche su quanto scrivo, quanto lamentele sulla mancata somiglianza di un mio romanzo a un’astrazione piena di limiti e regole inutili che viene data per assodata.

3. Sono curioso di conoscere il processo creativo che ha portato alla realizzazione di “Sparire”: il “prodotto” finale nasconde il cammino che ci sta dietro. Qual è stata l’idea di partenza? Durante la stesura del romanzo, ci sono stati degli eventi che hanno rivoluzionato il tuo progetto?  

OsakaFV: La mia lentezza nello scrivere è dovuta in gran parte al tempo necessario a visualizzare il romanzo. Finché non ho tutto perfettamente chiaro nella mia testa non riesco a scrivere una riga (e se ci provo, fallisco). Quando sono “pronto”, comincio a scrivere e sono anche abbastanza rapido. “Sparire” non fa eccezione. L’idea è nata e si è sviluppata solo nella mia testa seguendo un percorso simile alla formazione di un pianeta: accumulo di materia -> impatto con planetesimi e altri corpi esterni -> raffreddamento. Quando il pianeta è nato non resta che descriverlo, cioè raccontarlo, tenendo presente però che resterà sempre tutt’altro che inerte, che continuerà a evolversi per conto suo. Dalla nascita dell’idea definitiva sono passati due anni e mezzo, quindi non ricordo con precisione il percorso, ma direi che non ci sono stati grossi stravolgimenti in corso d’opera. Semmai piccoli aggiustamenti e aggiunte secondarie (la tettonica a placche).

4. Durante l’ultimo anno mi è capitato di leggere diversi libri di scrittori italiani – un’attività che, lo ammetto, avevo trascurato per anni. Ho letto il tuo libro, e poi un romanzo di Nicola Pezzoli, un saggio su Youporn di Stefano Sgambati, “La pelle dell’orso” di Righetto, “L’estraneo” di Giagni e “I segnalati” di Giordano Tedoldi. Nonostante le evidenti differenze tra questi libri, mi è sembrato comunque di respirare un’aria di famiglia. Secondo te, esiste una letteratura italiana? Cioè, è possibile trovare qualcosa che solo gli scrittori italiani (non tutti, ovviamente) possiedono? Se sì, cosa? E ci sono degli scrittori italiani con  i quali senti di condividere un certo modo di scrivere, o di intendere la scrittura? 

FV: Non lo so. Non so a cosa serva cercare punti di contatto, tendenze e quant’altro nella produzione letteraria nazionale – cioè non ne capisco lo scopo al di fuori di un contesto di divulgazione giornalistica. Anche perché creare gruppi, anche “innocui” come può essere quello derivato dalla comune cittadinanza, più che inquadrare un fenomeno lo umilia, lo depotenzia – sempre che esista una potenza alla base. Di scrittori italiani che ammiro ce ne sono e sono quelli in cui scorgo una visione del mondo composita, molto critica e non rassicurante perché trascendono la cultura claustrofobica che li ha visti nascere. Non mi piace fare nomi e liste, ma “I segnalati” di Giordano Tedoldi è il libro che mi ha colpito di più quest’anno.

5. Oltre all’attività di scrittore, ti occupi anche di traduzioni. Recentemente, ad esempio, hai tradotto Edmund White e Helen Humphreys. La tua scrittura è stata influenzata da questa attività? E se sì, in che modo? Che relazione esiste tra lo scrivere e il tradurre?

FV: Ho iniziato da un anno e mezzo a tradurre e la trovo un’attività straordinariamente appagante da un punto di vista letterario. Il fatto che in Italia circolino mie traduzioni dei capolavori di Edmund White (il prossimo a novembre di quest’anno, sempre per Playground), oltre a essere fonte di orgoglio è una costante lezione di stile, sulla natura psicolinguistica del concetto di concetto, alle prese con l’ineluttabilità delle parole di un grande scrittore. E a mia volta come scrittore non ho che da imparare dal processo di traduzione. Mentre al di fuori del processo di traduzione e scrittura posso esercitare le facoltà di comprensione e rielaborazione con un’angolazione diversa. È davvero bellissimo.

Non so ancora se la mia scrittura risentirà delle traduzioni che faccio, ma ultimamente ho buttato giù alcune idee per un romanzo futuro e mi sono accorto che qualcosa era cambiato nel mio approccio alla frase. Avevo abbandonato la ricerca di uno stile asciutto, scabro, in favore di una sintassi più articolata. Non so se durerà o se l’influenza di White sarà solo temporanea.

6. Secondo diversi autori post-moderni (Pynchon, Wallace, DeLillo), la differenza sostanziale tra il mondo fino a metà del Ventesimo secolo e il mondo contemporaneo consiste nell’impressionante quantità di stimoli – informazioni, connessioni, relazioni – nella quale ogni persona è immersa. Franzen, forse riprendendo alcune osservazioni di Bauman, vede il tempo come una linea continuamente scossa da sollecitazioni elettriche, da impulsi slegati tra loro. Per raccontare il flusso del tempo – mi verrebbe dire la timeline – è necessario operare una scelta del tutto arbitraria, oppure cercare di infilare dentro tutto quello che succede, rinunciando a una visione in qualche modo unitaria, o unificante. E tutto questo lo dicevano prima di Facebook, e prima di Twitter. In che modo i social network – e in particolare la loro rappresentazione del tempo, e le modalità di interazione che consentono – stanno modellando la vita? Ma soprattutto: in che modo stanno condizionando la narrazione? E’ ancora possibile continuare a immaginare un tempo dotato di profondità nel quale le cose non solo accadono, ma continuano a rimanere nel passato? Negli anni novanta Martin Amis scriveva, in London Fields: “Forse perché schiavi della forma, gli scrittori non tengono il passo con la mancanza di forma contemporanea. Scrivono di una realtà vecchia, in un linguaggio che è anche più vecchio. Non sono le parole: sono i ritmi del pensiero. In questo senso tutti i romanzi sono romanzi storici”. Cosa ne pensi? Ritieni che la tua scrittura sia – passami il termine, ma sono sicuro che stai capendo cosa intendo – “moderna”?

fabio viola2FV: Per me “moderno” non ha accezioni positive né negative, significa solo “relativo all’oggi”, così come “passato” o “antico” non significano necessariamente bello né banalmente vecchio. Detto questo, sono molto a disagio con l’umiliazione che il cosiddetto “moderno” deve patire in Italia. Sempre a rimpiangere un passato in cui tutto era più profondo, più cosciente, e in ultima analisi più “bello”. Ci si aggrappa a ciò che è classico in cerca di giustificazioni per la propria ignavia, ci si dipinge vittime di un mondo che schiaccia e appiattisce. L’antimodernità italiana è ciò che la relega a questo grottesco parco a tema dell’antichità. Sento ancora dire che un grattacielo a Roma sarebbe un’aberrazione, e mi ricordo delle polemiche forsennate intorno alla famigerata teca di Meyer all’Ara Pacis, e così via. In Italia si scambia il rispetto per l’architettura con la devozione, la prostrazione. Ci si inginocchia acriticamente davanti a tutto (il che non stupisce visto che inginocchiarsi – per vari scopi – è un po’ l’hobby nazionale).

Per quanto riguarda la letteratura, il suo scopo è rendere la complessità dell’esperienza umana evocandola. Ma è un’evocazione laica, non rituale, la cui unica, duttile regola è l’intelligibilità e sottostà solo alla percezione che ogni generazione ha di se stessa. Anzi ogni individuo, nei limiti di quanto riesce a staccarsi da se stesso e gli altri e a osservare. Dunque ben venga il passato che resta, ma ben venga anche il futuro che cancella o rielabora o reinterpreta il passato – sempre tenendo a mente che le poche migliaia di anni della nostra civiltà sono nulla paragonati all’universo, che non sappiamo nemmeno se ci sia qualcosa da capire, e che scriviamo e leggiamo per ricordarcelo, non per compiacere un cosmo indifferente che potrà in qualche modo ricordarsi di noi. Con questo non voglio certo sminuire la letteratura o le altre attività umane, anzi, voglio sottolineare l’importanza che hanno per noi. La letteratura (come la musica e le altre arti) è complementare alla ricerca scientifica. Non serve altro. Arte e scienza danno uno scopo alla vita, la rendono valida.

7. Riallacciandomi alle domande e alle risposte precedenti, sono convinto che per poter parlare di letteratura italiana, o più banalmente di tendenze italiane nell’arte, sia necessario definire un perimetro. In Italia abbiamo Giordano Tedoldi e Irene Cao, Susanna Tamaro e Giuseppe Genna, Paolo Giordano e Roberto Saviano. In generale, non credo all’utilità delle definizioni; tuttavia, l’ammucchiata che non discrimina impedisce di capire quello che sta succedendo in Italia. Provo quindi a riformulare la quarta domanda: quando parliamo di letteratura italiana, di cosa stiamo parlando? Nell’ammasso confuso delle persone che scrivono in italiano è possibile riconoscere un sottoinsieme che sta portando avanti un concetto riconoscibile di “letteratura italiana”? 

FV: L’Italia non è così diversa dagli altri Paesi. Anche qui come ovunque c’è letteratura di basso intrattenimento più o meno sciatta o inutile, ma c’è anche eccellenza. Il punto secondo me è: esistono lettori o critici in grado di riconoscere e promuovere queste eccellenze? E se esistono, sono in numero sufficiente a garantirne la visibilità (e quindi la lettura)? Mi viene da rispondere di no, ma la verità è che non lo so.

Per quanto riguarda quella che mi pare di capire vorresti definire come si faceva con la musica nei decenni passati, cioè la “scena” letteraria italiana, non so nemmeno questo. Ma aggiungo che non so neanche se sia giusto far rientrare a forza degli autori in una – di nuovo – “scena”, anche perché non ne ravviso lo scopo. Se invece la domanda era più semplicemente “Ci sono bravi scrittori in Italia?” la risposta è senz’altro sì, e sono tutti molto diversi (per fortuna).

8. Da un punto di vista della “fiction” in senso lato, uno dei fenomeni più evidenti degli ultimi anni è la produzione di serie televisive basate su una scrittura particolarmente innovativa e originale. Che peso possono avere questi esempi nell’ideazione e nella realizzazione di un romanzo? Che influenza hanno sulla tua attività di scrittore? 

battlestar-galacticaFV: Di serie televisive americane sono stato un appassionato spettatore per un lungo periodo. Ora ne guardo meno. Non so cosa sia successo, anche perché la qualità di queste serie non accenna a diminuire. Anzi. Comunque più che l’influenza che possano avere “Homeland” o “Game of Thrones” (o, per me, “Battlestar Galactica”) sulla stesura di un romanzo, penso che nel lungo periodo quel tipo di scrittura sia destinata a prevalere su quella letteraria. Sia perché può farsi forte delle immagini, sia perché stanno crescendo generazioni di persone per cui la lettura su carta (o su Kindle) è troppo lunga, laboriosa e faticosa, e questo si tradurrà in una creatività più orientata all’immagine e ai suoni. Non penso che ciò sia un bene né un male, mi sembra solo ineluttabile.

9. Una domanda personale: progetti per il futuro?

FV: A dispetto della marginalità del mio lavoro, ho un mucchio di idee. Ho terminato la stesura di una specie di romanzo con protagonisti i miei dirimpettai, o meglio ciò che ho immaginato di loro in seguito al blando voyeurismo di cui li ho resi vittime. Poi ho in mente altri due romanzi che sto lasciando nascere nella mia testa e per i quali sto studiando e prendendo appunti: uno più o meno di fantascienza e un altro più magmatico e contemporaneo su un certo tipo di terrorismo. Dopo questi due vorrei cimentarmi con una saga fantascientifica, ma sono ancora in alto mare. Cioè nello spazio aperto.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

5 commenti su “Due chiacchiere con Fabio Viola

  1. Sik
    08/10/2013

    Siete queruli ma molto interessanti. 🙂

    Mi piace

  2. Sik
    09/10/2013

    Verbosi, per estensione del termine.
    😉

    Mi piace

  3. Zio Scriba
    12/10/2013

    Interessante e stimolante, come spesso accade su grafemi.

    Su “bello scrivere” e “forte narrare” mi ripeterò: da uno Scrittore me li aspetterei entrambi. Ma se entrambi non me li può (o non me li VUOLE) dare, il solo bello scrivere (che è anche uno scrivere con FORZA, non è un mero orpello estetico e virtuosistico, almeno a mio parere) può lo stesso spingermi a leggere e gustare un romanzo (penso al capolavoro di Romain Gary “La vita davanti a sé”, di cui il rozzo lettore di scartafacci da supermarket o da mercato del pesce italico potrebbe dire: “Ma non succede niente!”) Mentre del solo “forte narrare” di uno che scrive male non saprei che farmene, non mi frega un beato cazzo. Se proprio ho la curiosità di avvicinarmici (roba tipo Dan Brown ecc), aspetto il film, sperando che gli sceneggiatori sappiano scrivere un po’ meglio dell’autore.
    So che per essere uno scrittore sto per formulare una pericolosa ERESIA, ma penso che leggere libri scritti male sia un modo piuttosto SORPASSATO di passare il tempo. Se hai qualcosa da esprimere sull’animo umano e sulla psiche umana, e sei in grado di farlo facendomi ridere e piangere, con una voce che sia tua, originale, potente, incisiva, godibile, divertente, ironica, emozionante, sconvolgente, commovente, vieni avanti!
    Se devi annoiarmi e irritarmi farfugliando banalità fra un (prevedibilissimo) “colpo di scena” e l’altro, vade retro.

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Questa voce è stata pubblicata il 07/10/2013 da in Editoria, Letteratura, Recensioni, Romanzo con tag , , , , , .

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