L’Istituto di Fisica – i luoghi dell’infanzia #5

Stazione di Padova, 6.40
Stazione di Padova, 6.40

Ora che io sono dall’altra parte, dalla parte dei grandi, degli adulti, di quelli che la mattina escono mentre gli altri dormono, che chiamano durante il giorno per sentire come va, per sapere come è andata a nuoto o a calcio, se i bambini hanno mangiato, se hanno finito i compiti, se la febbre è scesa o il mal di pancia è passato, che poi, quando tornano la sera, raccontano storie complicate e noiose su colleghi che tutti, in famiglia, conoscono per nome ma che nessuno ha mai visto, le raccontano con la sensazione che quel parlare non serva a nulla se non a mitigare una solitudine ineludibile – ora che sono un papà che va al lavoro, quarant’anni dopo aver iniziato a vedere mio padre uscire la mattina e tornare la sera, dal lunedì al venerdì, dieci anni dopo che ha smesso di farlo – non del tutto, però: per anni ha sfruttato la possibilità di avere comunque un ufficio dove finire le cose che aveva iniziato prima di andare in pensione – ora che sto tornando in treno da Milano, dove ho partecipato a tre riunioni su altrettanti argomenti, con il telefono sempre acceso, le mail a pioggia, gli inviti, i messaggi… Ora, adesso…

Quando da bambini si litigava, quando si litigava sul serio, e l’escalation di insulti, spinte, graffi e tirate di capelli raggiungeva l’apice, l’arma finale era “guarda che chiamo mio papà!” Il mio era un uomo magrolino, la barba nera, un po’ nervoso, che generalmente ignorava i piccoli amici dei suoi figli, e che da loro, probabilmente, era ignorato, ma possedeva una caratteristica che lo rendeva terrificante: era un fisico nucleare. Gli altri papà, in un confronto con il mio, contavano su stazze poderose, o mani grandi come badili; mio papà, invece – ed era questo che metteva la parola fine a qualsiasi litigata – avrebbe potuto usare una bomba atomica.

I genitori dei miei compagni di classe facevano lavori “normali”, la cui utilità poteva essere compresa, e apprezzata, anche da un bambino. Il papà di Alessandro, ad esempio, lavorava in banca: quando tornava a casa, alle cinque del pomeriggio, e io e suo figlio – dodici anni in due – eravamo intenti a fare i compiti sotto l’amorevole supervisione di sua moglie, o ce ne stavamo immobili davanti a una tv in bianco e nero a guardare Heidi, con una Kinder Brioss in bocca, aveva la stessa giacca, la stessa cravatta e lo stesso gilè di quegli uomini che contavano i soldi dietro gli sportelli della banca dove, ogni tanto, accompagnavo mia mamma la mattina, in giugno, quando era già finito l’asilo (che imprese titaniche erano le banche, a quei tempi, quando non c’era l’informatica a lavorare dietro le quinte!). Il papà di Alessio, invece, faceva il rappresentante di articoli per auto, e in particolare delle catene da neve Koenig: girava con una Fiat 131, e un bel paio di folti baffoni, per le strade del Nord Italia, a piazzare i suoi prodotti. Il papà di Federico, che abitava proprio sopra Otello, il negozio di alimentari dove noi bambini compravamo il pane tornando a casa da scuola, lavorava anche lui in banca, e ogni tanto ci portava in classe le penne bicolore della BIC, o una carta geografica dell’Italia, con il marchio della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo in bella evidenza. I genitori di Elisabetta (della quale, per inciso, sono stato innamorato dalla terza elementare alla prima media) gestivano il Bar Trento, all’incrocio tra via San Giovanni da Verdara e via Beato Pellegrino, dove d’estate andavamo a comprare il ghiacciolo dell’Algida con la coca cola dentro (centocinquanta lire), o il Calippo al limone (trecento), o il Gran Rico al Whiskey (quattrocento); quest’ultimo era il gelato preferito di Cico (rilevante, nella mia vita, solo per essere stato a lungo il migliore amico di mio fratello Fausto) il cui padre, Tullio, lavorava, anche lui, in banca. Dall’altra parte della strada c’era la cartoleria Trestin, mandata avanti dal padre e dalla madre dei giovani Trestin; là dentro compravamo le matite HB, le penne Crystal, la gomma pane, il Vinavil e la profumatissima colla Coccoina, e, più tardi, gli album di fogli bianchi A4 della Fila per Educazione Tecnica, le stecche, i goniometri, e i fogli protocollo per i compiti in classe. Quando eravamo in giardino a giocare, vedevamo passare i genitori di Elisabetta che si davano il cambio: due fratelli avevano sposato due sorelle e tutti e quattro gestivano il bar, a coppie, tre ore a testa; e quando andavo a comprarmi il gelato, qualche volta da dietro il bancone spuntava, con mia somma gioia, anche la testolina di Elisabetta. Il papà di Paolo, che abitava proprio davanti alla nostra scuola con altri sette fratelli, era poliziotto (ma non sono mai riuscito a vederlo); il papà di Jacopo era architetto, come il papà di Giacomino, e quindi costruivano case. Il papà di Lele era un pezzo grosso dell’esercito – tornava a casa con una divisa verde piena di mostrine, il cappello, e una sigaretta sempre appoggiata all’angolo della bocca – mentre il papà di Fabrizio, che era un po’ più giovane e meno marziale, era tenente colonnello, e lavorava nell’ospedale militare davanti a casa mia. Il papà di Elena vendeva macchine; quello dei gemellini Enrico e Stefano costruiva dentiere e denti finti dalle parti di Porta Trento (a meno di un chilometro da casa nostra, ma a più di duecento metri, quindi in un altro mondo), e quello di Viviana faceva il politico, e, successivamente, perfino il sindaco di Padova. E mio papà era fisico nucleare.

Il tragitto dei genitori di Elisabetta
Il tragitto dei genitori di Elisabetta

Il punto (1) indica dove mi trovavo quando li vedevo passare: tra il palazzo di casa mia e quello dove abitavano Jacopo e Lele.

metastormbpmscreenNon so che idea abbiano i miei figli del lavoro che faccio: sanno dove vado di solito (una volta li ho fatti entrare in un enorme open space, ed erano così fuori luogo da sembrare due cuccioli di zebre sorpresi per le strade di una città), ricordano i nomi dei miei colleghi (ogni tanto mi chiedono di loro: Dove vive Daniele? A Milano. Perché? E’ nato là. E parla italiano?), ma non credo che siano in grado di immaginare la mia attività quotidiana – le mail, le riunioni, l’interazione con i clienti, i processi di business da disegnare, i viaggi in treno, i problemi architetturali, le segnalazioni e le bonifiche; non sanno che nome abbia l’azienda di Milano che mi paga per gestire un gruppo di persone sparse tra Torino e Padova, e forse non sanno neppure cosa significhi la parola azienda. Ma anche se mio padre faceva un lavoro incomprensibile, di sicuro sapevo che mio padre lavorava nell’Istituto Galileo Galilei, sapevo che aveva un ufficio suo che condivideva con Vitturi (pipa) e Bortignon (occhiali con montatura grossa), e soprattutto sapevo che avrebbe lavorato sempre là.

Ogni tanto io e i miei fratelli gli chiedevamo di portarci in Istituto. Se la visita avveniva durante la settimana, salivamo gli scalini dell’entrata principale e, dopo aver salutato il portinaio, mio padre si avvicinava a un’enorme cassettiera a muro per vedere se era arrivata posta per lui: a volte c’erano delle lettere di colleghi che lavoravano in paesi lontani, altre volte riviste in inglese; intanto noi facevamo a gara per trovare il fossile più grande tra quelli incastrati, e sezionati, nel marmo rosato dell’enorme atrio, dal quale partiva una maestosa scalinata da monastero tibetano. L’ufficio di mio padre era impossibile da trovare: ci arrivavamo per caso, salendo e scendendo lungo strette scale gialle, attraversando corridoi sempre bui: dietro le porte socchiuse si intravedevano professori, topi di biblioteca, studenti. Dentro all’ufficio, c’erano tre tavoli sommersi di pile di libri, riviste, fogli stampati, appunti, disegni; su uno dei lati della stanza era appesa una lavagna sulla quale disegnavamo con dei gessetti a sezione circolare che ci si rompevano sempre in mano. Alla fine degli anni settanta, su uno dei tavoli era comparso anche un terminale, la cui evoluzione avrebbe anticipato, da quel momento in poi, il futuro. Un sabato pomeriggio – avevo undici anni – andammo a trovare un collega di mio padre che era un esperto di informatica; in una specie di laboratorio che sembrava una mansarda o un sottoscala, questo tizio – un paio di occhiali da nerd, una barba da nerd e un sorriso da nerd – stava giocando a scacchi con l’elaboratore centrale, che a quei tempi era a Bologna. Su un monitor si vedeva la percentuale di processore e il tempo che una singola mossa richiedeva. Sapevo che i computer sarebbero stati, più o meno, la mia vita? Potevo immaginarlo? Qualche anno prima mio padre aveva fatto un piccolo investimento: aveva comprato una calcolatrice della Texas Instruments. Era tornato a casa tenendo una scatola sotto braccio; con grande attenzione, aveva tirato fuori l’alimentatore, e poi lei, la calcolatrice (che a quel tempo chiamavamo ancora calcolatore). La avevamo attaccata alla presa di corrente, e la avevamo accesa: lo zero illuminava, con la sua luce rossa, l’intera stanza. Sembrava che il futuro fosse entrato a casa nostra; tuttavia, ci fu subito vietato di usarla: il rischio che correvamo (lo stesso che correva Stefano, uno dei gemellini, che per la prima comunione aveva ricevuto un orologio al quarzo con la calcolatrice) era quello di non imparare a fare le operazioni a mente. Il sabato, mentre i miei riposavano dopo pranzo, io e miei fratelli prendevamo la scatola, tenuta al sicuro negli scaffali della libreria in corridoio, tra vecchi numeri de Il mago e una collezione incompleta di Urania, tiravamo fuori la calcolatrice, che pesava almeno un chilo, e, di nascosto, ci divertivamo a mandarla in overflow.

Un chilo
Un chilo

E poi c’erano le visite all’Istituto fatte la domenica; allora, si entrava da una minuscola porticina sul retro, del quale tutti i dipendenti avevano una chiave, e si saliva all’ultimo piano e… L’infanzia è piena di cose normali che, solo retrospettivamente, si trasformano in misteri – luoghi, fatti, relazioni che diventano incomprensibili solo con il tempo, quando si tenta di ricostruire il contesto che li circondava, o di capire il significato che avrebbero dovuto avere. Com’è possibile che quell’edificio avesse un piano completamente abbandonato? Salivamo le scale fino all’ultima rampa, e poi? Ricordo vagamente la porta d’ingresso, il suo stato di decrepitezza, il colore sbiadito. Una volta aperta, infilavamo le testoline e intravedevano un corridoio che si stendeva sulla sinistra. Da alcune minuscole finestrelle entrava un filo sbieco di luce, che illuminava il volo di decine e decine di pipistrelli. Per terra c’era l’intonaco caduto dal soffitto, e degli enormi carrelli, che spingevamo urlando lungo il corridoio, con un berretto in testa per difenderci dagli attacchi dei pipistrelli. C’era freddo. Non c’erano luci. E tutto questo era divertente. Quell’ultimo piano dell’istituto fa parte della storia della mia famiglia, ed è un mistero che ancora adesso nessuno sa spiegare.

Corridoiodellapaura-1963-fuller-titolo

In realtà mio padre lo sa spiegare perfettamente. Quando gliel’ho chiesto, qualche giorno fa, mi ha inviato la sua versione dei fatti.

L’Istituto di Fisica, ora Dipartimento di Fisica e Astronomia, ha la forma di una “E”, con il lato maggiore orientato, pressapoco secondo la direzione est-ovest; i tratti corti sono a sud del corpo principale. L’edificio ha quattro piani. Fino a questo punto siamo tutti d’accordo.

Il pian terreno era adibito a magazzino, da qui la presenza dei carrelli; la gambetta centrale del piano terra era occupata dalla officina meccanica; non c’era altro. Nell’ultimo piano, erano state parzialmente occupate la gambetta centrale e quella ad ovest. In particolare, in quella centrale c’era la mia stanzetta avita (o forse meglio, a vita); gambetta che poi continuava con una minuscola officina elettrica-elettronica. Una estremità dell’ala ovest dell’ultimo piano era occupata da alcuni laboratori.

Il corpo centrale dell’ultimo piano era completamente abbandonato, ed era il paradiso dei pipistrelli.

Allora in tutto c’erano una trentina scarsa di fisici a differenza dei duecento che ci sono ora.

Davvero era a forma di E? Il pian terreno si era fuso con l’ultimo piano, nei miei ricordi: i carrelli spostati in alto, dove c’era il centro dei ricordi più luccicanti – una trasformazione, una riorganizzazione finalizzata a un’economia mnemonica.

La forma a E dell'Istituto di Fisica dall'alto
La forma a E dell’Istituto di Fisica dall’alto

Mio padre si portava il lavoro a casa, anche se non ci era chiaro in cosa consistesse, concretamente, il suo lavoro. Leggeva, ma non come leggeva i romanzi, a letto, in pigiama, No. Si metteva su un tavolo, con la fronte nelle mani, e noi dovevamo parlare piano. Alla fine degli anni settanta, iniziò a insegnare a Legnaro, dove c’era un centro di perfezionamento dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare; poi, scrisse un libro che riassumeva il contenuto di quelle lezioni, ma poiché la sua scrittura era incomprensibile, e le persone incaricate di batterlo a macchina non riuscivano a leggerla, lui e mia madre passarono mesi in salotto, sul tavolo ovale che ora è nella cucina dei miei, a ricopiare quegli appunti con la bella calligrafia della mamma: lui dettava, e lei scriveva, con una pazienza infinita. Il libro poi fu stampato, con una copertina celeste, e ci fu anche un sequel, con la copertina blu scura, che richiese lo stesso sacrificio materno. Due copie sono ancora nella libreria in salotto, nella casa nuova, testimoni di un tempo passato.

Perché ho iniziato a pensare all’Istituto di Fisica? Perché mio fratello Alberto, anche lui grande cultore di ricordi, me ne ha parlato, via mail, qualche settimana fa. Molti dei dettagli che sto riportando appartengono alla nostra memoria condivisa; su altri, non troviamo il modo di conciliare i miei con i suoi: nei quasi quarant’anni che ci separano dalla nostra infanzia cosciente sono intervenuti troppi fattori a cambiare, a trasformare, i luoghi ricordati. In altri casi, su uniscono, a completarsi: l’atrio rosato è mio, la scalinata da monastero tibetana è la sua. Lui ricorda i personaggi: il portinaio cieco che aveva lasciato cadere la sbarra di ingresso sulla testa di un fisico, e l’avvistatore che lo avvertiva in tempo (non sempre); e l’autista che, ahimè, soffriva di mal di macchina, e il collega che assomigliava a un personaggio di Quino, e quello che assomigliava a Mister Q, eterno corteggiatore di Momma (chi se lo ricorda, questo fumetto?), e poi un barbone con l’aria da brigatista (forse anche padrino di Alberto), un altro la cui voce scivolava in falsetto non appena diventava allegro, e poi la composita falange terzomondista dei ricercatori cinesi (allora la Cina era terzo mondo), vietnamiti e pachistani… Io ricordo l’albero che si vedeva dalla finestra dello studio di mio papà, e il piccolo giardino sotto; lui il collega che, intorno al 1975, aveva installato un’autoradio sulla nostra macchina: quando mio padre suonava il clacson, e la radio era accesa, il suono usciva dalle casse (poste dietro le prese d’aria: questo forse spiega, a posteriori, il caldo torrido dei viaggi estivi).

Nelle sue ricerche, Alberto ha trovato in rete un documento: è un contributo che mio padre, e un suo collega, un certo G. Pisent, avevano dato a un congresso di Fisica tenuto a Trieste alla fine dell’anno 1966, all’International Atomic Energy Agency – International Centre for Theoretical Physics. Il titolo: Intermediate resonance of neutrons scattered by deformed nuclei. E’ battuto a macchina – mi ricorda i tetri volantini delle Brigate Rosse durante il rapimento Moro – con alcuni simboli scritti pazientemente a mano. E’ preistoria: non esisteva Internet, non esistevano neppure i computer, o almeno come li intendiamo noi., i telefoni erano grigi, pesavano due chili e stavano sempre in entrata, e c’erano le cabine telefoniche, i dischi uscivano in versione mono o in versione stereo… Ma anche se quel passato non esiste più – il tempo è una forza che polverizza la massa – ci sono i ricordi. I luoghi subiscono trasformazioni irreversibili, e vengono inghiottiti da piani regolatori, dall’usura, da nuovi centri commerciali o da villette a schiera, ma nelle nostre teste rimangono, di quegli spazi, le nostre mappe geografiche: le nostre mappe sentimentali.

As well known....
As is well known….

E ora che sono grande, un adulto, un padre, anch’io lavoro; e il mio lavoro, le mie giornate, i luoghi che frequento, stanno entrando, attraverso i racconti frammentari che ne faccio, nelle vite dei miei figli; e loro, i miei figli, stanno organizzando questi ricordi secondo le loro inclinazioni e quelle di questo tempo. Traviseranno; sovrapporranno l’edificio austero di Padova con la sede di Milano o un collega stravagante con un fornitore dal nome buffo; e confonderanno i libri che ho scritto con la noiosa attività che svolgo quando esco di casa con lo zaino sulle spalle, e mescoleranno treni e telefonate, strade di periferia con librerie, fino a creare il loro mondo. E tutto questo sarà importante, fondamentale, perché, come diceva Marquez, la vita non è quella che si è vissuta ma quella che ci si ricorda.

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10 thoughts on “L’Istituto di Fisica – i luoghi dell’infanzia #5

    1. Amanda, ecco cosa mi sono dimenticato di dirti: ti ho vista mentre uscivi dalla Stazione! Ma poiché non avevo la certezza assoluta che fossi tu, non volevo rischiare di importunare il 10% che non eri tu… 😉
      Era la settimana scorsa, mercoledì, intorno alle 11 e 30. Ti ho scambiata per qualcun altro?
      ps il fatto che tu sia a sinistra, in quella foto, significa prima classe, giusto? 😉

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      1. non mi chiedere dove fossi mercoledì alle 11 e 30 perché sinceramente non me lo ricordo, ma abitando attaccata alla stazione è possibilissimo che fossi io.
        Lo sguardo a sinistra della foto è rivolto verso casa mia… oddio non la definirei una prima classe e comunque di solito viaggio in seconda 😀

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    1. grazie Barney! credo che certe cose appartengano alle vite di tutti, no? cambiano i mestieri (ma neanche tanto..), e i luoghi (ma i bambini li ricostruiscono sempre a loro modo…), e in mezzo, sempre esseri umani…
      A presto!

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  1. L’ha ribloggato su BarneyPanofskye ha commentato:
    Lungo, ma molto bello. Io cerco di condensare i miei pensieri e le mie impressioni in poche parole, Zardi scrive molto e bene.

    Aggiungo solo una cosa al suo racconto: lunedi’ scorso mi sono sentito improvvisamente vecchio quando mi sono trovato ad aspettare il treno per Pisa accanto a mio figlio, che quest’anno inizia l’universita’…

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