Le prime impressioni

Complice forse il fatto che il mio libro “Il giorno che diventammo umani” è stato presentato in anteprima a Torino, nel maggio 2013,  dando così tempo ad alcuni lettori di scorrerne le pagine con un certo anticipo, a cinque giorni dalla sua uscita già ci sono, in giro, alcune “recensioni”, o, preferisco, impressioni.

Le recensioni sono importanti? E a chi servono?

A chi scrive: sì, sono un modo per guardare al proprio lavoro con occhi diversi. Forniscono spunti di riflessione sulla propria scrittura, sulle proprie scelte. Talvolta, possono mettere in crisi un lavoro che nel frattempo si è iniziato. Ma fanno bene.

A chi legge: credo di sì, purché il lettore sappia sempre distinguere tra pareri personali del critico, che ovviamente ha i suoi gusti, le sue idiosincrasie, le sue amicizie, e dati oggettivi. Non è chiaro come le persone decidono quali libri comprare –  se qualcuno lo sapesse, l’editoria non sarebbe in crisi – ma non c’è dubbio che le recensioni possono contribuire alla scelta.

A chi pubblica: se la recensione fa aumentare le vendite, sì. Se la recensione le blocca, no. La terza pagina del Corriere della Sera una volta era in grado di muovere diecimila copie; ora, il paginone centrale de La Repubblica riesce a influenzare sì e no cinquecento lettori. In Italia, l’unico recensore in grado di cambiare le vendite di un libro è Fabio Fazio. Sic.

A chi recensisce: sicuramente sì. Parlare di libri è un’attività divertente, spesso entusiasmante. Talvolta si stronca (in questo Nicola Pezzoli è un maestro pieno di coraggio), talvolta si premia un libro sconosciuto (e in questo Gianfranco Franchi docet). In ogni caso, è un modo per esprimere il proprio punto di vista sulla letteratura, sulla vita, sull’arte e sull’editoria.

Barbara Gozzi
Barbara Gozzi

La prima recensione è di Barbara Gozzi (freelance tra editoria, testate, fotografia, eventi e progetti), che l’ha scritta per Lankelot, uno dei “portali” più interessanti tra quelli che si occupano di letteratura. Scrive;

“Sulla ‘forma’ di questo libro non ho dubbi: una scrittura che scorre, precisa a tratti, evocativa in altri punti, semplice nelle spiegazioni, dialoghi verosimili e capacità di ricostruire scenari, immaginari e pathos di luoghi, contesti, relazioni ed emozioni (singole quanto collettive). […]

Il ‘cuore’ invece, quello di cui lo stesso Zardi ha scritto direttamente, in questo libro l’ho trovato nella forte impressione che in ogni storia ci sia un accomodamento, una mediazione che inesorabilmente allontana da tutto ciò che è sempre stato qualificato come ‘sogno’, ‘speranza’, ‘costruzione’. […]

Eppure non sono le fragilità, a mio avviso che in questi racconti colpiscono duro. Tutt’al più attraverso le fragilità di tutti – ma proprio tutti – i personaggi si arrivano a tratteggiare macro dinamiche narrative dove non c’è speranza, ma tanti piccoli accomodamenti perché alcune scelte fatte o subito delineano percorsi e conseguenze che nulla e nessuno può contrastare in queste storie. Non soltanto morte e malattie incurabili, ma anche l’ammissione di disamori, frustrazioni, assenze mai colmate, routine che strozzano ogni giorno un po’, consapevolezze che non c’è altro a parte quelle miserie che, forse, ci appaiono nitide e trasparenti, nude, il giorno che diventammo umani. […]

Non che ogni narrazione debba insegnare o rassicurare. Non che in ogni storia ci debbano essere condivisioni, sogni o immaginari tesi a logiche più ‘grandi’. Tutt’altro. Personalmente credo che le storie debbano solo essere ciò che sono. Nel caso di questi racconti, tante miserie diverse, tante accettazioni, tanti compromessi, tante ammissioni che le direzioni prese sono immutabili e mortificanti, tante assenze e fasi del vivere dove ci si guarda attorno e s’avverte quel doloroso freddo dentro. E ora?
Ecco questa è la domanda che mi è venuta più spesso alla fine dei vari racconti: e ora?
Complice la brevità, il continuo cambio di scenario, intrecci e voci, Il giorno che diventammo umani è un bicchiere perennemente mezzo vuoto.”

Per leggere la recensione di Barbara Gozzi: cliccare qui.

Morena Fanti
Morena Fanti

La seconda è una recensione “sulla fiducia” di Morena Fanti che ha letto in anteprima il racconto uscito su Scrittori Precari, Acido desossiribonucleico.

“Intanto partiamo dalla copertina che mi sembra molto bella, come spesso accade ai libri .Neo. La copertina è la prima cosa che si vede e questa mi sembra notevole.
Il titolo del volume (forse è il titolo di uno dei racconti. Anzi no, forse è il fil rouge che accomuna questi nuovi testi di Zardi. Ho letto ora nel sito della .Neo e mi pare di avere capito bene) è suggestivo. [..]

Tutto corre verso la consapevolezza finale, quel momento in cui capiamo la differenza tra noi e la persona che vorremmo essere e sentiamo che, anche modificandoci, anche impegnandoci, anche sperandoci, non saremo mai nulla di diverso da ciò che siamo.

Questo è l’unico racconto che ho letto del nuovo libro di Zardi, ma so che anche gli altri saranno all’altezza.
Complimenti alla .Neo che fa sempre scelte intelligenti.”

La recensione completa può essere letta qui: la recensione di Morena Fanti.

allilogoL’Alligatore (critico rock, pacifista integrale, collaboratore di Smemoranda, come si legge nel suo ottimo blog) era presente alla prima presentazione del libro a Verona, il 10 ottobre scorso, alla libreria Pagina Dodici, con l’organizzazione dello Spritz letterario e in particolare di Marianna Bonelli.

“Giovedì scorso sono andato a vedere/sentire/annusare la presentazione ufficiale del nuovo libro di Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani, edito da Neo, come il suo esordio. Mi è piaciuta un sacco: si è svolta in una bella libreria della mia città, Pagina 12, che, colpevolmente, non conoscevo, con patatine, stuzzichini e del buon vino (non a caso, faceva parte di una serie d’incontri denominati Spritz Letterario).  In una saletta ai piani inferiori su di un divano rosso, con gente attenta e appassionata, Paolo ha dialogato con la brava e preparatissima Marianna Bonelli. Sono uscite molte cose, si è fatto assaggiare il libro, leggendone alcune parti interessanti, invogliandoci a leggerlo. L’averei fatto lo stesso, ma l’incontro mi ha dato l’impulso per farlo subito… […]

Anche se sono tutti racconti autonomi, ogni tanto sembrano tornare alcuni personaggi incontrati prima, come degli episodi intimamente collegati. Anzi, nel racconto numero quattro Il pranzo di Pasqua, rivedo il Baganis del suo grande romanzo La felicità esiste, seppure per un attimo (quando si siedono a tavola per il pranzo natalizio, ed un fratello fa il piedino alla cognata).”

Per leggere tutta la recensione: la recensione dell’Alligatore.

Sabrina Campolongo
Sabrina Campolongo

Sabrina Campolongo, scrittrice e traduttrice (recentemente è uscito “Il sale” di Jean-Baptiste Del Amo) parla del libro nel suo blog Passaggi Mimetici.

“Non sono unici, i suoi protagonisti, né insostituibili, anzi, spesso sono sostituiti, anche dopo un dramma, anche dopo la loro stessa morte, da chi rimane. Sostituibili, in parte intercambiabili anche nella mente del lettore, e non perché non siano sufficientemente caratterizzati, direi al contrario: lo sono fino al punto di poter essere ridotti alle loro particelle elementari. [..]

Uomini e donne, i protagonisti di queste storie, ultracentenari o appena adolescenti, soli in cerca disperata di compagnia oppure in fuga da una routine fin troppo serena, ognuno di loro viene scomposto per mostrarci che sotto la pelle, sotto i muscoli e le ossa, oltre il ragionamento, le costruzioni della memoria e del sentimento, quel che resta di noi sono le voci primordiali e imperiose del desiderio e della paura. A volte una in opposizione all’altra, come funi implacabili, la fame di vita e la paura della morte, spesso misteriosamente alleate, come una febbre che divora.

In questa autenticità, di esseri desideranti e impauriti, si svela un’umanità difficile da sopportare, difficile da leggere, anche, che respinge e impaurisce.”

Per leggere la recensione completa: la recensione di Sabrina Campolongo.

Alberto Bullado
Alberto Bullado

Infine, Alberto Bullado, nella rivista letteraia Con Altri Mezzi, coglie un aspetto del libro particolarmente curioso: uno sguardo da entomologo nel raccontare la vita dei personaggi. E in effetti l’intento era, almeno in parte, proprio questo – tanto è vero che l’esergo del libro recita così:

“Soggetto del presente volume è la parte che i lombrichi hanno avuto nella formazione dello strato di terra vegetale che copre tutta la superficie della crosta terrestre in ogni contrada discretamente umida.” 

Charles Darwin

Bullado dice:

“L’esperienza che ho vissuto leggendo Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni) è stata simile a una sfilata davanti a una bacheca dov’erano spillati una serie di esserini impilati uno accanto all’altro per affinità elettive. Una traccia di Elliott Smith per ogni racconto, uno dopo l’altro, a comporre una playlist, un affresco umano coerente e iperrealistico. [..]

A tal fine il rigore stilistico di Paolo, asciutto ma raffinato, risulta assolutamente funzionale in un libro fatto di gesti, per lo più quotidiani – ma anche estremi – e sentimenti – anche qui, sottili e sussurrati oppure smottamenti travolgenti – in grado di restituire una rappresentazione corale e minimale malgrado la vasta complessità dei rapporti umani.

Per leggere tutta la recensione: la recensione di Alberto Bullado.

il-giorno-che-diventammo-umani-paolo-zardi-neo-edizioni-x-mail

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One thought on “Le prime impressioni

  1. Innanzi tutto, complimenti e in bocca al lupo per il tuo libro. Poi, per quel che riguarda le recensioni, io credo siano fondamentali – se scritte in sapore di onestà e senza piaggeria – per la crescita di uno scrittore. Da giudizi articolati si possono capire pregi e difetti di un’opera che è stata data in pasto a dei lettori che hanno modi diversi di pensare e gusti diversi. Difficilmente il tuo libro piacerà a tutti, ma se le critiche che arriveranno saranno costruttive, l’utilità per il seguito della tua attività di scrittore sarà incalcolabile.
    Nicola

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