Grafemi

Segni, parole, significato.

La Cloaca

mauro

Mauro Bonaventura

Qualche anno fa mia cugina, la mia cugina più cara, mi ha fatto un piccolo regalo: ha deciso di passare la sua vita con Mauro, un artista che oltre a essere una persona piena di calore e simpatia, mi avvicina al mondo dell’arte, e lo fa nel modo migliore, cioè a cena, davanti a una bottiglia di prosecco, dopo avermi fatto assaggiare il suo ferocissimo olio di peperoncino, prima della sambuca.

Sabato scorso, mentre i nostri figli giocavano a travestirsi da barboni (è come il grigio del pongo: si finisce sempre là), Mauro mi ha parlato di un artista del quale, ovviamente, io non avevo mai sentito parlare (gli dava manforte un suo amico, anche lui ospite a cena, che condivide la stessa passione).  L’artista si chiama Wim Delvoye, è belga, ed è celebre in tutto il mondo. Le sue opere più importanti sono: i maiali tatuati, gli atti sessuali fotografati con i raggi X e la Cloaca.

I maiali tatuati: Delvoye prende dei suini, li anestetizza e, con l’aiuto di alcuni pittori, tatua figure assai complesse sulla loro pelle.

Un maiale di Wim Delvoye

Un maiale di Wim Delvoye

Poiché in Occidente le leggi, al riguardo, sono piuttosto severe, ha aperto un allevamento di suini in Cina che ora conta circa 5000 capi. Delvoye è vegetariano ma l’arte, si sa, richiede qualche sacrificio.

y13Le radiografie degli atti sessuali. Ha convinto alcuni amici a “fare  sesso” davanti a una macchina fotografica a raggi X: baci, accoppiamenti, pompini, ripresi in un luogo asettico come un ospedale. Ha fotografato anche alcuni topolini, uno sopra l’altro. Poi, ha creato delle enormi vetrate simili a quelle che si vedevano nelle chiese gotiche (il gotico è una delle sue passioni), usando, invece dei ritratti dei santi, proprio queste foto, variamente elaborate.

Infine, la Cloaca. Una macchina lunga qualche metro (in altre versioni, alta qualche metro), con un buco nel quale si versa il cibo, e un buco dal quale esce il prodotto di una complessa sequenza di elaborazioni meccaniche e chimiche. Questo apparecchio del tutto inutile ha richiesto anni di studi: il procedimento di questo robot è fisiologicamente simile al processo digestivo dell’essere umano; il prodotto quindi, che viene infilato in buste trasparenti e poi venduto  a prezzi esorbitanti, è, a tutti gli effetti, merda.

La Cloca di Delvoye

La Cloca di Delvoye, con vetrate sullo sfondo

Vacca a fette di Damien Hirst

Vacca a fette di Damien Hirst

Non sono un grande esperto di arte moderna. Ho visto cose che mi sono piaciute  – ricordo una vacca fatta a fette e poi immersa in teche piene di formaldeide, di Damien Hirst, e l’Hitler bambino inginocchiato di Cattelan, e il pavimento di un’enorme chiesa sconsacrata fatto a pezzi, con la scritta Germany sullo sfondo (non saprei dire di chi), e il Centro Pompidou (è moderno?) – ma non ho criteri per giudicare. Mi affido all’istinto, o a qualcosa di simile. E i maiali tatuati, il sesso sotto i raggi X,  e l’inutile Cloaca, mi dicono qualcosa. Ma cosa?

Ho provato a pensarci oggi, un po’ più distante dall’entusiasmo di Mauro e del suo amico, mentre tornavo dal lavoro in bicicletta, e mi pare di avere intuito che queste opere effettuano una sottile traslazione di contesto – non riesco a trovare un modo più decente di dirlo. Modificano alcuni aspetti essenziali di cose che ci riguardano, in modo da evidenziare una verità che ci era sfuggita. Secondo quali parametri la pelle tatuata dei maiali è diversa dalla nostra? In che modo la macchina che assume cibo e produce merda assomiglia al nostro stomaco? E in che modo le ossa incastrate tra loro, le lingue che escono dalle bocche, e i tubi gommosi che in quelle bocche entrano, parlano dell’amore? Ho sempre pensato che una foto è bella quando è capace di svelare, attraverso una particolare prospettiva, una verità nascosta.

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Elliot Erwitt – “Dedicato al cane”

"Hitler" di Cattelan

“Hitler” di Cattelan

E le opere di Delvoye guardano il mondo da una prospettiva inusuale, imprevista, inaspettata; e in questo modo pongono domande ambigue che riguardano la nostra sessualità, la nostra fisiologia – il nostro corpo – e il senso di tutto questo. Le mandibole aperte, i crani bianchi l’uno vicino all’altro, ci ricordano di cosa siamo fatti; la Cloaca ci mostra cosa significa, in concreto, mangiare; e la pelle tatuata dei maiali non ha alcuno dei significati che noi siamo disposti a dare a una pelle umana tatuata; e poiché la rappresentazione oggettiva delle nostre strutture che si intersecano, del nostro stomaco che digerisce, della pelle disegnata, non assomiglia a ciò che chiamiamo amore, vita o bellezza, dobbiamo concludere, per differenza, che esiste qualcosa che l’arte non può rappresentare. L’artista può solo produrre il calco vuoto delle cose, il loro negativo.

Ma la Cloaca dice qualcosa di più. Il bambino, quando scopre di produrre feci, è sorpreso e felice: le contempla stupito, perché capisce di essere in grado di modificare il mondo – di interagire con lui. L’artista è un defecatore evoluto: produce merda colorata, a forma d’uomo, in prospettiva. E la Cloaca, allora, è il prototipo di chi produce arte – un robot molto più suggestivo di una macchinetta che si sposta in autonomia per una stanza senza andare a sbattere contro gli ostacoli. E’ il miracolo della trasformazione: entra qualcosa, esce altro.

Mentre tornavo in bici, e pensavo a Delvoye, e al suo successo planetario, ho provato a immaginare un altro genere di artisti, gli scrittori, che costruiscono storie con le parole, e mi sono sorpreso nel constatare che nessuno ha provato a fare quello che i pittori, gli scultori, gli artisti visuali, stanno sperimentando da anni; o se qualcuno ci ha provato, il risultato non ha avuto alcun riscontro. Mi sono perso qualche libro che possa avvicinarsi all’idea della Cloaca? La scrittura – il racconto, il romanzo – ha ancora l’ambizione di rappresentare il mondo per quello che è: produce una narrazione onnicomprensiva ed esaustiva dell’amore, della morte, della bellezza. Ma lo scarto dell’osso, del maiale, della merda, e le domande che la loro esistenza pongono, rimangono sempre,  e comunque, fuori. Immaginare una letteratura devastante, e inquietante, come un maiale tatuato, o un’assurda macchina che caca, e sentire un richiamo, una tentazione, una sfida… Non trovate anche voi che sia bellissimo parlare con gli artisti?

Feci di Cloaca

Feci di Cloaca

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

6 commenti su “La Cloaca

  1. Carlo Vanin
    21/10/2013

    Ci sto provando, Paolo. La cosa non è affatto facile. Parlando strettamente in termini commerciali (triviali fino ad un certo punto, per quanto mi riguarda) il narrare coprolalico si allontana molto dalle categorie che il mercato propone. Ovviamente non sta a me decidere se questo sia giusto o sbagliato. Il narrare escrementizio, la descrizione puntuale dello scarto è però, secondo me, una parte fondamentale di qualsiasi poetica che cerchi di avvicinarsi asintoticamente alla verità. Non parlo di pulp, ovviamente, ma della letteratura epifanica di Joyce, della Woolf, di Kundera (la luna trasformata in un enorme buco del culo) e, in alcuni casi, anche di Carver e del giovane King (la corsa finale in bicicletta di Bill in IT). Strano che tu parli dell’opera di Hirst, dato che è il paragone che ho fatto mentalmente leggendo i tuoi racconti. Credo che la scrittura sia uno strumento formidabile per scavare nel torbido e illuminare quei posti oscuri vicinissimi a noi, ma invisibili: i vasi sanguigni, le ossa, le budella, il DNA. La legge di Sturgeon, nel lavoro a prima vista umoristico di Arthur Bloch, recita: “Lo sporco costituisce il 90% di tutto”. L’assioma di Bramati dice: “Tutto suda”. La merda ė il grande rimosso. Vi siamo immersi, ma cerchiamo in tutti i modi di ignorarla.

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    • Paolo Zardi
      21/10/2013

      Bello “La merda è il grande rimosso” – suona come “La morte è il grande rimosso” e l’ormai sorpassato “Il sesso è il grande rimosso”. Ogni epoca ha le sue fobie – la merda e la morte sono quelle che attanagliano l’Occidente del ventunesimo secolo.
      Sì, l’opera di Hirst è un modello che cerco, almeno in alcuni racconti, di perseguire: sezionare, mettere sotto tormalina, e guardare.
      Pensa che la vacca a fette l’ho vista a contorno di una mostra su Picasso, dove esponevano certe sue opere dimenticate – dei lastroni di cemento due metri per due disegnati con un tratto infantile. Eravamo nella sala, una trentina di adulti, intenti a osservare queste opere – sai, la mano sul mento, gli occhi un po’ socchiusi… – e c’era anche mio figlio, che allora aveva due anni e mezzo, che a un certo punto dice: “Ma è una schifezza!”. Risate e scroscio di applausi – sembrava quando Fantozzi parlava della Corazzata Potemkin! 😉
      Comunque è stata nella stessa occasione che ho visto anche l’Hitler di Cattelan, al quale non ero preparato: grandissimo impatto. Sarebbe bello, certe volte, scrivere così.

      ps se hai qualche racconto che va in questa direzione, ti va di condividerlo, uno dei prossimi lunedì?

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      • Carlo Vanin
        21/10/2013

        Io ho visto sia la mucca che l’Hitler orante alla biennale. Ricordo che ci fu una grande polemica animalista per la mucca al tempo, in più una delle teche che contenevano le sezioni non era stata sigillata bene e la formaldeide ne era uscita. Dicono che puzzi parecchio. Mi ricordo di aver pensato che la perdita della teca avesse aggiunto valore all’opera.

        Credo di avere qualcosa che può fare al caso nostro, per i Lunedì: lo revisiono e poi te lo mando. Stavolta avrai il Vanin più atroce!

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  2. Giacomo Brunoro
    22/10/2013

    Premetto che di arte non ci capisco assolutamente niente, però questo artista mi affascina. E mi affascina ancora di più per come tu lo racconti Paolo.

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  3. Paolo, l’analisi su “lo stato dell’arte contemporanea” è perfetto. Di fatto decontestualizzare è come il secondo principio della termodinamica, porta all’entropia. L’arte è la S di un sistema ordinato da usi e costumi, questo vale anche per la scrittura.
    La merda è già ironica metafora con Piero Manzoni, la sua “Merda d’artista” nel lontano 1961 reinterpretava l’ormai vetusta “Fontana” di Duchamp, realizzata nel 1917.
    Insomma la risulta, l’entropia e la merda sono sinonimi di arte da molto tempo.

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