Sotto il dominio dell’impero mammesco

In quel pomeriggio di primavera, nel tepore di un aprile benevolo, sotto la volta limpida del cielo, ogni cosa sembrava al proprio posto: il campo da basket con i quindicenni a torso nudo, madidi di sudore, le altalene rosse e gialle e la fila dei bambini in attesa del loro turno, gli scivoli scintillanti, la pista da pattinaggio, bambini, bambine, e una moltitudine di mamme impegnate in una meticolosa sorveglianza. Perfino il barometro che lei aveva sbirciato prima di uscire di casa mostrava un’irrefrenabile ottimismo: il clima mite di quei giorni era destinato a durare, diceva la sua freccia tutta a destra. Il rigore dell’inverno era stato finalmente vinto, e avrebbe dovuto aspettare almeno sette mesi per riprendere il proprio dominio sull’emisfero boreale.

Aveva deciso di uscire poco prima delle quattro, quando sua figlia Olivia si era risvegliata dal pisolino pomeridiano, e suo figlio Diego le si era addormentato tra le braccia, dopo una serie di poppate poderose. Si era messa una giacca leggera, aveva coperto Olivia con una maglia di lana gialla, avvolto Diego in una trapunta azzurra, ed erano scesi in strada, tutti e tre, direzione parco. Lungo il tragitto sua figlia aveva insistito per spingere la carrozzina del fratellino, come una mamma in miniatura – la stessa amorevole cura, la stessa apprensione sempre in allarme. Diego aveva continuato a dormire, con il ciuccio in bocca che oscillava per un sogno di mammelle e latte, gli occhi sigillati, le manine chiuse sul nulla: immerso nella trama cangiante dell’ombra che le foglie mosse dal vento proiettavano sul marciapiede, accoglieva la sua prima primavera con la naturalezza di quei gatti che riposano al sole, felici per il semplice fatto di esistere. Incrociarono alcune mamme affannate che correvano a ritirare i figli da una scuola a tempo pieno poco distante dal parco. Poco dopo, davanti a un bar, scorse tre ragazzi di colore bevevano qualcosa – avevano spalle grosse, capelli corti, e l’aspetto di gente abituata a lavorare con le mani. Quando passò Olivia con la carrozzina, le fecero una specie di inchino scherzoso; poi uno di loro, guardando lei con una faccia selvatica e fiera, le sorrise come per dirle bella famiglia, e bella anche tu. Lei socchiuse gli occhi – il suo modo silenzioso di ringraziare.

All’ingresso del parco, il nonno vigile, un vecchio rimbambito con la barba ispida e gli occhi giallastri, controllava gli accessi con l’indolenza di un doganiere: gli adulti – gli uomini, a dire il vero: le donne non erano considerate un pericolo – potevano entrare solo se accompagnati da un bambino, e una volta entrati, per una convenzione silenziosamente condivisa e rigidamente rispettata, non potevano scattare foto. Da una ventina d’anni l’integralismo mammesco regolava ogni aspetto delle relazioni tra grandi e piccoli.
Quando lei era bambina e giocava con le amiche, le mamme le lasciavano libere; ma se per caso erano nei paraggi, allora se ne stavano in disparte a parlare tra loro, a fare a maglia, limitandosi ad accogliere e consolare il pianto per un ginocchio sbucciato. Ora, invece, coordinavano e dirigevano le attività dei figli con un rigore prussiano. Contavano i giri sullo scivolo, i minuti in altalena, i punti del basket, i passaggi a calcio; cronometravano chi pattinava, vietando i sorpassi, i cambi di direzione, le curve troppo strette, le avventatezze; con l’Amuchina disinfettavano maniglie, tubi, secchielli, palette, manubri, palle, cerchi, pattini, cerchielli, e a orari prestabiliti distribuivano acqua sterilizzata, merendine pressurizzate, integratori di vitamine, asciugamani e ricambi. Qualche volta passava un padre – un vedovo impacciato, o un divorziato che la moglie puniva imponendogli la cura a intermittenza della prole – e vagava smarrito tra i giochi, in cerca di un figlio che poi trovava arrampicato su un albero dal quale non riusciva a scendere, o sotto lo scivolo, con i pantaloni imbrattati d’erba e la bocca piena di sabbia.

Olivia si era seduta lungo il bordo di un rettangolo sabbioso, dove alcuni bambini stavano costruendo una città in miniatura, piena di case a forma di torta. Una mamma imponente dallo sguardo torvo passava il rastrello in cerca di schegge di vetro, cacche di cane, preservativi, siringhe e altre minacce ancora più tremende. Lei aprì un libro (“Sparire”, di Fabio Viola), lo appoggiò tra le gambe accavallate e iniziò a leggere; con la mano libera dondolava la carrozzina di Diego, che ancora dormiva, un Buddha colmo di serenità; ogni tanto dava un’occhiata a sua figlia, che ora era impegnata a far camminare una bambola sulla sabbia. Aveva uno sguardo concentrato e materno, come se si stesse preparando a diventare mamma, e aveva solo quattro anni. Da chi aveva ereditato quell’inclinazione? Lei aveva rinviato la maternità fino ai margini dell’età feconda: ancora un anno, si diceva, e poi farò un figlio, ma poi, ogni anno rimandava a quello dopo. Non sono pronta, raccontava alle amiche curiose, al compagno premuroso… E loro la rincuoravano dicendole che sarebbe stata un’ottima madre, che non doveva avere paura di non essere all’altezza di quel compito… Lo sapeva anche lei che sarebbe stata brava – a modo suo, certo, ma non aveva dubbi, al riguardo. Erano i sogni a bloccarla: quei sogni che sembravano sempre sul punto di diventare realtà, e che non smettevano di suggerire un futuro diverso da quello che i confini del parco trattenevano tra le loro mura. Fammi provare ancora un anno, diceva al suo fidanzato, poi giuro che mi arrendo. Quando finiva di lavorare, passeggiava per le strade di Milano, da sola, e guardava i giardini nascosti dietro i portoni imponenti di via Borgonuovo, le luci accese fino a tardi nelle finestre dei palazzi ottocenteschi di piazza Cordusio, e non smetteva di immaginare cosa potesse significare avere una vita di successo – un successo di qualsiasi tipo, anche il più triviale. Aveva amiche entrate nella moda a vent’anni – modelle, commesse, sarte – che continuavano a trascorrere le loro serate sui navigli, o nelle feste private che alcuni ricconi davano tra Brera e via Montenapoleone; altre ricoprivano ruoli di responsabilità in multinazionali, dirigenti sempre in giro per il mondo. Non invidiava le loro vite, ma la consistenza che le riempiva, quell’incomprimibile pienezza. Avrebbe voluto tutto – le notti folli e i fusi orari, la responsabilità e l’irresponsabilità – ma ogni scelta escludeva le altre.
Un giorno, in metropolitana, aveva incontrato una vecchia amica che non vedeva da anni: dopo l’Università era andata a vivere in Olanda, con un uomo che aveva sposato giovanissima, e da là le mandava lettere piene di foto di canali, tramonti, mari piatti e grigi, e descrizioni minuziose di incredibili progetti per il futuro. Avevano un gruppo di amici – giovani coppie di inglesi, indiani, brasiliani – con i quali organizzavano serate culinarie dove ognuno proponeva una specialità del loro paese (“gli inglesi, ovviamente, vengono sempre dispensati”, le aveva scritto sorridendo); poi si erano perse di vista. Ora, davanti a un caffè, quella ragazza che nel frattempo era diventata una donna un po’ sovrappeso le raccontava che tre anni dopo la partenza era tornata a Milano, dove aveva trovato un buon lavoro che però aveva dovuto lasciare alla seconda maternità consecutiva; ora insegnava chimica in un istituto professionale di Brugherio, una supplenza settimanale di dieci ore alla settimana, mentre suo marito era assistente di laboratorio in una clinica di analisi. Non erano più tornati in Olanda, e non potevano neppure prendere in considerazione la possibilità di cambiare un’altra volta la loro vita: il mutuo, la scuola dei bambini, i genitori che erano invecchiati e avevano bisogno di una mano… Non era triste, ma la luce che lei aveva visto brillare nei suoi occhi azzurrini non c’era più. Spenta, sopita come una brace sotto un cumulo di cenere impalpabile. Così alla fine aveva ceduto anche lei. Era rimasta incinta, e dopo la prima figlia, appena si era ripresa dallo sforzo, ne aveva fatto un altro, e quelle nascite, quelle creature uscite dal suo corpo, calde come pagnotte appena sfornate, le avevano regalato la felicità più grande che avesse mai provato. Ogni tanto, però, un tarlo le rosicchiava l’anima.

Chiuse il libro. Diego si era svegliato e mormorava qualcosa tra sé e sé. Si alzò dalla panchina e iniziò a spingere la carrozzina. Olivia ora stava scavando una buca nella quale, ne era sicura, avrebbe seppellito la bambola. Andò verso la pista per il pattinaggio. Al centro, due ragazzini avevano disposto una fila di bicchieri di plastica rossa, e si allenavano a schivarli senza buttarli giù. Un bambino, aggrappato al bordo della pista, avanzava sotto gli incitamenti sferzanti di una madre truccatissima, che fissava il figlio con i suoi occhi sporgenti. Due ventenni – lei asiatica, lui quasi albino – si inseguivano a tutta velocità, scansando gli ostacoli che si opponevano alla loro corsa. Anni prima, anche lei sapeva pattinare. Qualcuno le aveva detto che con un po’ di costanza avrebbe potuto partecipare a qualche gara, perché sapeva prendere bene le curve, senza perdere slancio. In salotto, all’ultimo piano della libreria, conservava ancora una foto che suo padre le aveva scattato un pomeriggio di settembre, in una pista che ora non esisteva più: il suo corpo, compatto, affusolato, era piegato in avanti, con il braccio sinistro sollevato, le gambe flesse, i muscoli tesi, la rappresentazione di una potenza esplosiva. Lo sguardo affamato, come a voler sbranare la pista, gli avversari, il futuro. La sospensione che si avverte prima di una gara, quando ogni esito è possibile. Ecco cosa le mancava, adesso, ecco cosa la tormentava: non ciò che aveva a vent’anni, ma tutto quello che ancora non aveva avuto.

Fu Diego a riconoscere il pianto di sua sorella: si alzò di scatto dalla carrozzina e iniziò a gridare, agitando le manine. Lei si voltò verso il rettangolo di sabbia, e vide sua figlia con le mani al viso, e un filo di sangue che le colava dal naso. Spingendo la carrozzina davanti a sé, corse verso quel richiamo; raggiunse Olivia e l’abbracciò: quel corpicino sussultava per i singhiozzi. Una madre le si avvicinò e le disse, con un tono di rimprovero, che non avrebbe dovuto lasciare sua figlia da sola. Era la mamma che prima rastrellava la sabbia; accanto, al suo fianco, un bambino immobile la fissava con lo stesso sguardo ottuso, e in mano teneva un cubo di plastica sporco di sangue.
“Sua figlia ha provocato mio figlio”. Le parole uscivano da una fila di denti sporchi di rossetto.
“Mi spiace”. Non sapeva che altro dire. I bambini si provocavano e si picchiavano da sempre: era per troppo o per poco amore che questo non le sembrava un problema? Il bambino con il cubo in mano aveva una faccia sazia, da hooligan. La madre, intanto, scuoteva la testa. “Ai bambini andrebbe insegnata un po’ di educazione” disse mentre si allontanava, e poi, sussurrando “Bambina mocciosa”.
Olivia si divincolò dall’abbraccio e gridò piangendo: “Sei una brutta stronza!”
La donna si girò incredula. Le tremavano le labbra, e stringeva i pugni, così furiosa da non saper cosa dire: sembrava che le risultasse insopportabile l’idea di essere stata smascherata. Lei prese sua figlia in braccio e la portò via, mentre la donna, che intanto si era ripresa dallo stupore, la ricopriva di insulti.

Con l’acqua di una fontanella lavò via il sangue dal visino tondo della piccola, mentre suo figlio le guardava incuriosito, in silenzio, come se fosse intenzionato a imparare qualcosa. Gli sorrise, e lui ricambiò gentile, mostrando i suoi due unici dentini bianchi. Il pianto della bambina si placò lentamente, tra sbadigli e moccio tirato su. In lontananza si vedeva la rastrellatrice discutere con un gruppetto di donne che non smettevano di annuire – le animava un’indignazione condivisa da regnanti vilipesi.
“Sei arrabbiata, mamma?”
“No, amore, no”. Avrebbe voluto dirle che aveva fatto bene, che quel mostro arrogante se l’era meritato, ma sarebbe stato sbagliato tanto quanto accusare il bambino che l’aveva colpita.
Si incamminarono verso casa. Passarono di nuovo davanti al bar, ma i tre uomini di prima se ne erano andati. Rallentò il passo, e i suoi figli guadagnarono qualche metro su di lei. Sua figlia, che era tornata a sorridere, spingeva la carrozzina, cantando una ninna nanna che assomigliava a qualcosa che lei le sussurrava quando la cullava. Sarebbero cresciuti anche loro – anche loro avrebbero studiato, morso, amato, gareggiato, e sognato, e forse sarebbero partiti per un paese lontano, e forse sarebbero tornati; e poi un giorno si sarebbero fermati e si sarebbero domandati che fine avesse fatto la loro vita: che ne era stato di quelle promesse, di quelle speranze che avevano riempito i primi anni. E ci avrebbero messo un po’ a capirlo, o forse non ci sarebbero mai riusciti – la grazia arriva per caso, attraverso strade imprevedibili – che il futuro, le possibilità inesplorate, i sogni, si tramandavano di madre in figlio, come un testimone, e l’unica cosa che davvero contava era mollare la presa sulla vita nel momento giusto. Toccava a Olivia, a Diego, all’hooligan con il cubo, alla torma vociante dei bambini del parco, guardare avanti: il futuro, il futuro che aveva atteso, braccato, implorato, erano loro.
Intanto si era alzato un filo di vento freddo, a ricordare che la primavera era appena iniziata. Accelerarono il passo; Olivia le cedette i comandi della carrozzina, e Diego si addormentò di nuovo. Poco dopo arrivarono davanti a casa, e mentre spingeva il piccolo portone del condominio, si girò a guardare il sole che tramontava dietro il parco. La luce calda era la traccia del giorno che dolcemente si stava spegnendo, o preludeva a una nuova estate che stava arrivando? Olivia la chiamò, tirandole un braccio, e lei, guardando il suo viso tondo, socchiuse gli occhi.

Sotto il dominio dell'impero mammesco
Sotto il dominio dell’impero mammesco
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3 thoughts on “Sotto il dominio dell’impero mammesco

  1. Olivia sa il fatto suo, e lo espone in maniera pregnante..” Imprevedibile” a proposito della vita destabilizza e rassicura allo stesso tempo.

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