Camminare fa bene – un racconto di Caterina Falconi

Ho avuto modo di apprezzare Caterina Falconi leggendo alcuni suoi racconti che, gentilmente, ha condiviso con me. Ne ho apprezzo lo stile e il coraggio: entrambi, lo ammetto, mi hanno spiazzato.

Sono quindi particolarmente contento che lei abbia deciso di regalare una sua “creatura” – una di quelle che mi erano piaciute di più – per questo blog che cerca, ormai da più di un anno, di proporre autori di qualità (impossibile fare un elenco: tra i tanti nomi che sono passati di qua, pesco veramente a caso Nicola Pezzoli, Carlo Vanin, Marco Piazza, Marina Sangiorgi e Francesco Muzzopappa). Buona lettura!

Camminare fa bene

di Caterina Falconi

Camminare fa bene, lo diceva anche Sigmund. Diceva: devi sentire il piede flettersi dal tallone alla punta dell’alluce. E’ salutare, non fa pensare troppo. Pensare troppo è un male, e se lo afferma un analista freudiano come me è garantito. In venti anni di libera professione sono giunto a conclusioni che sembrerebbero l’opposto degli assunti da cui partivano. Prendi la cura dei figli. Inizia tutto da lì, è nell’infanzia che germogliano le nevrosi, o peggio. Ne ho avuti di pazienti così… primo tra tutti Agostino Garofano, il seriale. E mica l’avevo capito io che era un killer. Ah quanto sanno dissimulare! E pensare che sarei stato la prossima vittima, se l’ispettore Cenci non l’avesse fermato. A una seduta, una delle ultime, il caro Agostino si presenta con un involto tra le mani. “Dottore, vorrei farle un regalo, visto che siamo alla fine dell’analisi”, e diceva fine con riferimento al suo folle progetto di accoltellarmi, poi sventato dall’abile Cenci. “Ho fatto un sogno: che ammazzavo mio padre con questo”, e ha scartocciato un lungo coltello artigianale sul ripiano della mia scrivania. Eravamo come si è già detto alla fine della psicoterapia, per cui non mi sono troppo formalizzato, e invece di rimproverare Agostino e invitarlo a stendersi immediatamente sul lettino, da bravo paziente, sono restato con lui ad ammirare quella specie di spada acuminata, dal manico in legno scuro intagliato. Che ne potevo sapere che ce l’aveva veramente sgozzato il papà, con quel coltello? Fatto sta che l’ho ringraziato e appena è uscito ho appeso l’arma accanto a una stampa con la Gradiva, sopra al lettino.

C’è un sole, stamani, che si mangia il cielo come un pasticcone effervescente. I platani fremono, l’asfalto del marciapiede è caldo.  Mi sembra di assorbirne il tepore attraverso la para di questi sandali tedeschi, ottimi per camminare. Camminare fa bene. Fa bene soprattutto ai bambini. Stare all’aria aperta, correre, ma non troppo che potrebbero farsi male, sfiancarsi di passeggiate, non pensare. Agostino, a sua detta, stava ore rinchiuso in casa a covare fantasie perverse, sulle riviste porno del compagno della madre. Ne ho visti di ragazzetti pallidi e segaioli, rintanati nelle loro camere a fantasticare. Figli di amici intellettuali. Secchioni. Pervertiti. Qualcuno è diventato un grande artista, e certo è una cosa bella, anche se gli artisti sono tutti carne da lettino e divoratori di psicofarmaci.

Il fatto è che il pensiero, se lasciato libero di fluire, tracima in mille rivoli tortuosi. Si perverte. E Dio ci scampi dalle perversioni, che pure piacevano al nostro caro Sigmund, oh yeah! E quanto gli piacevano a quel maialone pervertito di un ebreo… Con mio figlio Tamigi ho evitato di commettere tanti sbagli. Ho proceduto per esclusione, fabbricandogli attorno un contesto scevro degli elementi che avrebbero potuto lederlo sul piano psichico. Mi sono mosso tenendo soprattutto presente quello che si doveva evitare come la peste: la frequentazione di persone disturbate. Ed ecco che baby-sitter, insegnanti, amichetti, conoscenti, catechista e pediatra li ho selezionati dopo averli lungamente osservati. Se erano accettabilmente sani potevano accostarsi a Tamigi, altrimenti si allontanavano. E non che non ne spiegassi la ragione a mio figlio. Papà, gli dicevo, quello potrebbe essere un pedofilo. La maestra è un’anoressica. L’istruttore di tennis un gran sadico. Papà, ti ho trovato una baby-sitter che è un fiore, specializzanda in pedagogia. Papà, in quella casa non puoi andare, c’è la follia lì dentro. E lui ha sempre capito. Ha un carattere mite il ragazzo, assorbe. Mia moglie disapprova, dice che al bambino prospetto il mondo come un campionario di matti, in cui solo noi e pochi eletti siamo i sani, e insinuo un concetto di normalità rovesciata. Ma non sono d’accordo. Bisogna parlare con i figli. Dire tutto. Vent’anni a inglobare sproloqui di pazienti mi avranno fornito la cognizione del disturbo, e la sua eziologia! Quindi so ben io come ci si deve comportare con il proprio figlio. Unigenito.

Il mio studio è in fondo alla strada. Si entra in una vetrina schermata, si attraversa un vestibolo insonorizzato, e si è in sala terapia: lettino, libreria, scrittoio, poltrona, Gradiva e coltello alla parete, e schedario. Un pulsante per attivare l’allarme sotto il ripiano del mio tavolo. Niente finestra. Nessun rumore può penetrare da fuori, e la luce è quella di una lampada alogena. Non nego che l’ambiente sia vagamente claustrofobico, e che i pazienti si sentano un po’ oppressi, talvolta al limite dell’attacco di panico, ma sono dettagli. Da qualche tempo la signora delle pulizie lascia tutto in disordine, come se avesse frugato. In particolare è nello schedario che mette le mani. Le cartelle sono spesso spostate e i notes con gli appunti delle sedute  tutti spiegazzati. Come se la povera Marisa avesse provato a leggervi dentro, lei che è dislessica e semianalfabeta. Chi altri potrebbe aver operato un simile casino? Chi altri ha la chiave dello studio? Mia moglie non credo, ha conclamato una specie di intolleranza alla nevrosi, e si è lanciata in una serie di salutari pratiche sportive che a un occhio superficiale parrebbero sfiorare la dismorfofobia. E meno che mai Tamigi, addestrato a evacuare tutto quello che gli passa per la testa. Vero che ha le chiavi, casomai in una delle sue salutari passeggiate si trovasse inseguito da un maniaco e nella necessità di rifugiarsi e far suonare l’allarme. Machevadoapensare! Ultimamente poi, le cose vanno così bene tra me e il ragazzo! Ci diciamo tutto. Mica come l’anno scorso, quando chinandomi casualmente a guardare cosa nascondesse sotto il letto ho scoperto… quei libri! Saggi sulla perversione, e manuali dei profiler dell’FBI. Una monografia sulla tortura. Materiale che mi era servito per la tesi, quando ero un giovane laureando. E questi dove li hai presi Tamigi? Li ho trovati in soffitta. E quando sei stato in soffitta? Quando avevo il virus, e non sapevo che fare. Ma davvero? Lo vedi che non bisognerebbe mai stare a casa ad annoiarsi e frugare? che bisognerebbe sempre stare in plain air, a camminare, divagarsi, respirare aria pulita e flettere la pianta del piede in allegria? Con dei bravi amici figlio mio, come quelli che abbiamo scelto assieme. I miei amici sono dei coglioni, parlano solo del Milan e delle femmine. Perché dici questo Tamigi? Saranno pure dei mediocri, ma sono ragazzi sani! E questo è quel che conta, i secchioni e quelli troppo dotati tendono a storcere sul piano psichiatrico. Vero che tu hai un QI molto elevato, ma sei anche molto sano, grazie a me, a noi.  E poi Tamigi… ‘sta roba! Vabbè che tu puoi liberamente scegliere di leggere quello che vuoi, ma io te la sconsiglio. E’ disturbante. Ce n’è di bella letteratura per ragazzi. La Pitzorno, Collodi. Verne, anche se era un depresso… Harry Potter no, è deviante. Che hai, perché fai quella faccia? Papà, io sono affascinato dalla perversione, scientificamente. Vorrei indagarla, fare il tuo lavoro, collaborare con la polizia… Sciocchezze Tamigi. Tu devi pensare alla scuola adesso. Un passetto alla volta. Ma in fondo in fondo mi ero inorgoglito che stesse maturando una vocazione scientifica, sulla mia scia. Solo che in quel periodo Tamigi aveva paura di tutto, e tendeva ad ammutolire. ‘Sto ragazzo sta troppo zitto, pensavo, dovrebbe discorrere di piccole cose salutari. Saranno gli ormoni. E poi quegli episodi di enuresi, e la sua mania di bruciare le carte nel caminetto, di prendere a calci il gatto. Trascurabili fenomeni evolutivi. Del tutto sani e normali. Troppo tempo in casa! E mi ero fermamente applicato a farlo uscire di più. Esci Tamigi? gli chiedevo per sms digitando alle spalle del paziente o dal salotto di casa nostra. E dove vai? Da Pino. Ma non mandarmi sms ogni cinque minuti, sennò sbaglio pure ad attraversare. Papà tu mi opprimi, ma che cazzo di psicologo sei? Seguivano lunghi silenzi. Che stava facendo? Possibile che si intrufolasse nel mio studio a frugare nello schedario colmo di cartelle di pervertiti? Del materiale raccolto su Agostino… Macheandavoapensare.

Adesso Tamigi ha tredici anni, e qualche brufolo. Si prepara a immettersi nell’adolescenza. Temo questo momento, foriero di devianza, fitto di complicazioni. La psiche ramifica, i pensieri si complicano, insorgono una pericolosa tentazione all’autonomia di pensiero, e una voglia di trasgressione. Certe volte mi chiedo come potrà reggere l’impatto con tutto questo un ragazzo che sia stato stirato come uno scampolo di  seta, dentro e fuori, bonificato del superfluo, stordito da lunghe passeggiate, obbligato a raccontare ogni minimo moto del cuore, a fare autocritica, a evitare le persone e le situazioni che avessero una parvenza morbosa e cioè, praticamente… tutto e tutti. Mi chiedo se, per reazione, non deciderà di tuffarsi in quella gran parte malata di mondo che gli ruggisce attorno e lo irretisce con le sue contorte e pruriginose seduzioni. E che magari impazzisca. Machevadoapensare… Non devo mai dimenticare il suo sguardo. Occhi celesti nel nudo volto da bambino. Mai che gli abbia permesso di inforcare degli occhiali scuri!

Ancora qualche passo e sono arrivato. Questa luce mi fa proprio bene. Riesco a non pensare al nostro gatto, trovato sventrato e scuoiato in un vicolo vicino tre giorni fa. Uno spettacolo ributtante, che mi ha fatto pensare a quel romanzo di Mishima, Il sapore della gloria, su dei ragazzetti sadici e omicidi, che ero sicuro di conservare nella libreria del tinello, ma sembra essere scomparso, a meno che Tamigi… nella sua attrazione scientifica per la perversione… macazzovadoapensare! Ecco, infilo la chiave nella porta dello studio. Apro e mi immergo nella sua insonorizzata penombra. Tiro un sospiro di sollievo. Il mondo resta fuori. Due passi e sono in sala terapia. Ci metto un po’ ad abituarmi al buio. Ma non oso accendere la luce. Quello che i miei occhi captano immediatamente sono i segni di una violazione! La sagoma nera di un mucchio di carte ai piedi dello schedario. Accendo la luce. L’impronta chiara del coltello di Garofano sotto un chiodo accanto alla Gradiva. Dov’è il coltello? mi chiedo girandomi lentamente, e conosco la risposta adesso che, contro quella parete profanata, l’autoinganno che ho tessuto per anni ai danni miei e del mio detestabile figlio, si scioglie.

Tamigi è in piedi in un angolo di muro. Pallido, inespressivo, le mani dietro la schiena a nascondere il coltello del suo idolo negativo: Agostino il parricida, il seriale. Ha imparato a sprofondare lo sguardo dietro gli occhi, e i veri pensieri dietro parole rassicuranti. A covare la sua oscura natura nelle pause in cui lontano dal mio sguardo diceva di passeggiare, e veniva qui, per restare solo con se stesso, sapendo che era la colpa più grande. Quella che non gli avrei perdonato, io che l’ho sempre odiato, questo fottuto moccioso, che ha oppresso la mia giovinezza col terrore di ritrovarmi un giorno con un figlio pazzo. Cosa che è avvenuta! Perdio!

   “Agostino! Cioè, scusa, Tamigi… eri qui… studiavi le mie cartelle per approfondire le tue conoscenze scientifiche sulla perver…” Le parole mi muoiono in bocca. So che non risponderà. Non adesso che è stato smascherato.

   “Dammi quel coltello Tamigi!”

Ma lui me lo punta contro.

E’ alto come me, il tredicenne. Che avanzi, avanzi pure, mi dico mentre di scatto mi carica urlando, e mi ferisce di striscio a un polso. Se riuscirò a disarmarlo lo sgozzerò, penso un attimo prima che affondi  la lama nei miei testicoli, questo fottuto bastardo concepito in un momento di distrazione.

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Caterina Falconi
Caterina Falconi

Caterina Falconi, classe 1963, è laureata in Filosofia. Ha pubblicato due raccolte di racconti con le Edizioni Clandestine. Un romanzo: Sulla breccia (Fernandel, 2009). È presente, col racconto “Aspettando che muoia”, nell’antologia Fiocco rosa (Fernandel, 2009). Con Simone Gambacorta ha pubblicato Una questione di malafede. Scambio a due voci sulla scrittura creativa (Duende, 2010). Un suo racconto: “La morte minuscola”, è nell’antologia 365 racconti sulla fine del mondo (Delos Books, 2012). Ha curato, con Francesca Bonafini, l’antologia L’occasione (Galaad Edizioni, 2012) in cui è presente il suo racconto “Ritratto di sconosciuta”. È, con il racconto “Venitemi a prendere”, nell’antologia Nessuna più (Elliot, 2013). Ha curato, con Simona Castiglione, l’antologia La morte nuda (Galaad Edizioni, 2013) in cui è presene il suo racconto “La morte e il cantante”. Numerosi suoi racconti sono pubblicati sulla rivista «Fernandel».

(L’immagine di copertina – visibile dalla pagina principale del blog – è una foto di  Mary McCartney, esposta alla Michael Hoppen Gallery)

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4 thoughts on “Camminare fa bene – un racconto di Caterina Falconi

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