L’inserto del lunedì – Paolo Poli, di Gianluca Meis

Non c’è modo di scegliere quali ricordi trattenere dell’infanzia – alcuni spariscono per anni, e poi riaffiorano per caso, nei momenti più inaspettati, a dirci qualcosa del nostro passato – come fiumi carsici. Talvolta sono nomi; talvolta, storie o canzoni. Paolo Poli, ad esempio.

Un tempo la televisione aveva scopi diversi: educare, forse, o raccontare storie interessanti. Ora, assomiglia al fritto delle patatine, che solletica palati facili, piace a tutti, e intasa le vene di colesterolo. Cosa ricorderanno i bambini di oggi della proposta televisiva dei nostri anni? Ballando con le stelle? L’isola dei famosi? Master Chef? Io ricordo Paolo Poli: io ricordo una storia di una crisalide, un racconto in bianco e nero, con l’audio in presa diretta, come a teatro, che poi negli anni si è sovrapposto a un’altra storia, “La metamorfosi” di Kafka.

Pochi anni fa mi è capitato di vederlo sul palco, a Padova, dopo uno spettacolo per bambini organizzato in un piccolo teatro, all’interno di una rassegna della quale lui era curatore. In smoking sul palco, ha parlato con un’intelligenza alla quale da tempo abbiamo rinunciato, e poi ha recitato una poesia, incantando, come si dice, grandi e piccini. E qualche giorno fa ho conosciuto, grazie al blog “Tutta colpa della Maestra”, Gianluca Meis, che, tra le altre cose, è presidente dell’Associazione Teatro Amatoriale di Padova, e che ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona. Gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere qualcosa, e sono stato subito accontentato con questo bellissimo pezzo.

Paolo Poli

di Gianluca Meis

La prima cosa che mi viene in mente pensando a Paoli Poli, è la sua voce. Una voce per me familiare fin dall’infanzia, una voce dal sapore di gioco; di liti con mio fratello su chi dovesse armeggiare quel favoloso oggetto che era il mangiadischi: color azzurro cielo, pieno di buchi geometricamente sparsi e dotato di una maniglia che ci dava l’illusione di poterci portare a spasso la musica.

Una voce che spesso usciva da quel mangiadischi per raccontarmi storie bellissime.

A Lei, un babbo troppo preso dal lavoro ed una mamma in cerca di un po’ di quiete, avevano delegato il compito di tenerci buoni, avvinti da favole che ci accompagnavano poi fino al sonno. Una voce che per anni non ha avuto un nome (questione di poca o nulla importanza per un bambino), finché un giorno non è tornata a farsi ascoltare. Una canzonaccia che parlava di signorine a spasso per il Pireo, amanti della lira e dedite alla cocaina. Chiesi, con infantile emozione, all’amico che possedeva l’audiocassetta il nome di chi stesse cantando; la risposta breve e bellissima, rapida ed efficace tanto da imprimersi bene nella memoria come le fiabe di tanta infanzia: Paolo Poli. Con una sorta di devozione, mista a crescente ammirazione, cominciai a recuperare dischi, vecchie registrazioni su nastro di spettacoli e libri che trasformavano, con la complicità della sua co-autrice storica Ida Omboni, i testi che portava in scena in veri e propri romanzi con vita autonoma. Nel tempo ho raccolto molto materiale e ho ricostruito così la storia di questo elegante, raffinato, atipico personaggio. Così a suo agio con il papillon al collo da destare invidia per i modi, ammirazione per la figura e un incantato stordimento nel sentire parole di alta fattura precedere o di poco seguire espressioni scurrili o piacevolmente dialettali. Un personaggio, o meglio una persona unica, portata di peso ai giorni nostri da una dimensione favolistica dove è facile immaginarlo in posa con Greta Garbo, nudo al fianco di Rita Renoir o in estasi tra le vesti di Rita da Cascia. Te lo immagini sorridere appena mentre già ha in mente un colpo di teatro per far rabbrividire alla maniera di Carolina Invernizio, o per stupire passando da una mitria vescovile a un bustino da prostituta. È facile ancora immaginarselo tra le prime fila agli spettacoli della Osiris, a carpire ogni segreto per un sorriso, o ancora sorseggiare un the con Ionesco e Savinio, discutere con Apuleio di moralità, con Gozzano di trine, merletti e signore sporche di dolci nelle confetterie.

Attore, regista, autore, scenografo, costumista, mimo, burattinaio, cantante, fantasista, trasformista, Poli è una delle più originali espressioni artistiche del nostro teatro e dello spettacolo in genere; insieme a Dario Fo e Carmelo Bene costituisce una sorta di nutrimento stravagante, erudito e nello stesso modo ardito, di cui più d’uno si è alimentato, portando, come sostiene anche Arbasino, un salubre giovamento.

In uno dei nostri incontri, gli chiesi come si sarebbe presentato a chi non lo conoscesse: accese gli occhi con un largo sorriso, come si apre un sipario e cominciò

Paolo Poli
Paolo Poli

 «Ma sai, questo, per una persona in età avanzata come me, è pericoloso perché sembrerebbe il coccodrillo preparato per la prossima fine, oppure la lapide da mettere a suggello ad una tomba ancora fresca. Nel ‘400 io sarei stato un attore brillante, invece nel nostro secolo, quando mi sono affacciato alla soglia del teatro, morivano le compagnie capocomicali come quella che ancora io rappresento. Io sono l’impresario, il regista, il primo attore di me stesso; mentre un tempo, negli anni ’60, le compagnie si scioglievano e andavano a far parte dei nascenti Teatri Stabili. Era l’epoca dei grandi registi: si diceva “Le tre sorelle” di… non si diceva di Chechov, ma si faceva il nome di un regista. Si diceva l’“Amleto” di…e si faceva il nome di un altro regista.

Oggi è tornato più di moda il grande interprete. Sai, ogni vent’anni, ogni dieci anni, c’è un giro di boa. Ecco, negli anni ’60, quando io ho cominciato, ho preso su di me la produzione e tutto perché non mi avrebbero fatto fare altro che la parte del cuginetto imbecille che compare al secondo atto, perché io, anche se avevo l’aspetto di un “attor giovane”, ho sempre avuto un animo da caratterista. Quand’ero piccolo nei giochi mi facevano sempre fare la parte del principe, così mai mi facevano fare la strega, gli orchi, che erano i personaggi che io amavo. Appena ho potuto fare di testa mia, avevo già trent’anni, ho fatto una commedia in cui ero un vecchio di 50 anni. Mi son tinto i capelli bianchi e sono andato a Parigi a chiedere l’autorizzazione all’autore. Poi quando ho fatto una commedia di Giordano Bruno, facevo la parte di un impotente, “il candelaio”, che non è il candeliere, cioè colui che regge la candela ad una signora che ha delle avventure galanti. Il candelaio è uno che per curiosità, va a vedere le candele che portano nelle braghe i giovanotti; e quindi era un personaggio non molto popolare negli anni ’60, quando non lo si poteva reclamizzare con simpatia. Invece a me interessava molto un soggetto così curioso scritto da un prete.

Io continuerei a definirmi un attore brillante, anche perché di repertori così “boulevardiè” in Italia abbiamo pochissimo: levata “La Mandragola” di Machiavelli, levato tutto Goldoni e Pirandello non c’è altro. Il resto son tutte cose che si inventano lì per lì. Io mi son fatto una fisionomia, me la sono ritagliata, in mezzo ai grandi organismi dei Teatri Stabili, perché faccio una produzione ispirata alla mia natura di attore; così frugando nella “bassa” e nell’alta letteratura, faccio delle curiosità che gli altri non fanno.»

Tra queste curiosità ci sono senz’altro le canzoni con le quali, nei suoi spettacoli, sottolinea le atmosfere di un’epoca in modo semplice e immediato che solo certe strofette musicate riescono a dare. Saranno le smorfiette con cui le canta, il su e giù della voce, l’alzarsi repentino di una mano svolazzante nell’aria, a richiamare la risata, a svelarne i sottotesti o la possibilità, ad esempio, di ottenere da un canto fascista sulla virilità degli italiani l’effetto esattamente opposto. Ne voglio citare otto, come un’ideale raccolta in forma di antologia col consiglio di andarsele a cercare perché soltanto ascoltandole potranno restituire la magia e l’incanto autenticamente pop nel senso più alto e nobile del termine.

La Madre dell’alpino, di “Giuliani/Bonaventura” 1917

L’Italia con tanto di cappello turrito chiede ad una madre l’estremo sacrificio per la Patria: mandare il proprio figlio in guerra, nella lieta convinzione che tanto “lo rivedrà lassù”

Balilla cuor d’oro, di “Pettinato” 1929

Inno alla bontà del cuore dei Balilla, cavalieri con le dame ma implacabili coi nemici; esercito votato al culto del proprio capo difeso ad oltranza senza il bisogno di farsi alcuna domanda (Vi ricorda nulla di molto più contemporaneo?)

 Il grillo e la formica, canzone tradizionale dei primi anni del 900

La storia d’amore tra un grillo e una formica finisce in tragedia, al limite dello splatter. Una canzone per bambini senza alcun ipocrisia del politically correct, fedele alla convinzione di Poli che i bambini sono così scemi come credono gli adulti e che l’unica cosa che paga con loro è l’onestà!

Maschere, di “Neri/Simoni” 1939

Innocente tango che racconta di un ballo in maschera ma in grado di deflagrare in pieno fascismo a chi sa ascoltare la voce tremante che annuncia “Noi non siamo che maschere in preda alla fatalità”

Strofette sportive, di (Ribecchi/Abbati) 1938

Elogio all’amore per lo sport e la cultura fisica a cui neanche le donne si possono sottrarre, così da poter diventare campionesse ad esempio nel tiro a segno, riuscendo a maneggiare benissimo le palle.

L’Automobilista, di “Ricci/De Gregorio” 1939

Dalla scorpacciata futurista del culto della velocità emerge tra le righe la possibilità di trarre godimento anche in pratiche “contro natura”: “Se il vento è sfavorevole/Niente da fare/Lo prendo in faccia in pien/Se il vento invece è favorevole/Lo prendi dietro/E te ne trovi ben”

La Corda, di “Cataldo” 1949

Un innocente gioco diventa un monito a far attenzione e a non condividere certe cose con chi potrebbe non trattarle con cura: è un attimo che poi ci si ritrovi con “la corda rotta”

Tranway N°3, di “Gill” 1950

Come trasformare una gita in tram in una lezione sulla seduzione, il voyerismo e l’invito a variare le posizioni nella tenzone amorosa.

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Gianluca Meis
Gianluca Meis

Gianluca Meis vive e lavora a Padova, dove si è laureato in Psicologia. Per l’editore Fabio Croce è uscito nel 2007 il suo primo libro, Traffico intenso sulla Serenissima e, sempre per lo stesso editore, nel 2009, ha partecipato con un suo saggio/intervista su Paolo Poli al libro In scena en travesti, curato dalla critica Vittoria Ottolenghi. Con la piccola casa editrice palermitana, 18.30 edizioni, ha pubblicato nel 2010 I gay vanno  in paradiso? Nel 2013 un suo saggio sul camp è stato inserito in Crisco Disco (vololibero editore) di Luca Locati Luciani. Fa parte di una compagnia  teatrale ed è il presidente dell’AtaTeatroPadova (Associazione Teatro Amatoriale). Cura con altri scrittori il blog letterario “Tutta colpa della Maestra”. Ha pubblicato racconti e articoli per varie testate.

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