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Segni, parole, significato.

L’inserto del lunedì – Kafka e i concorsi a cattedra, di Francesco Zardi

Dopo aver pubblicato il post sull’Istituto di Fisica di Padova, visto attraverso la lente deformante dei ricordi, mio padre, che in quell’istituto ci ha lavorato – ci ha vissuto – per cinquant’anni, mi ha mandato questa riflessione su Kafka e i meccanismi che stanno dietro ai concorsi a cattedra. L’ho trovata così interessante (essendo stato educato da lui, abbiamo diversi interessi in comune)  che non ho resistito dal metterlo qui.

Kafka e i concorsi a cattedra

di Francesco Zardi

I concorsi a cattedra sono concorsi

per titoli e telefonate.

(Uno che ha trascorso cinquanta anni in ambiente universitario).

La confusione fra regole e leggi.

Quando si arriva agli alti livelli di quella che in senso lato può essere definita una “carriera”, l’ultimo gradino viene superato tramite un meccanismo che da un punto di vista pragmatico può essere definito “cooptazione con alcuni elementi di obiettività”. Gli sfortunati che non capiscono o non vogliono accettare questo meccanismo, vengono a trovarsi in situazioni kafkiane. Che si tratti di un aspirante vescovo, di diventare il capitano di una squadra di calcio o il ministro degli esteri, il risvolto psicologico che, per alcuni, fa diventare kafkiano il meccanismo delle cooptazioni, è la pretesa di un riconoscimento obiettivo delle proprie capacità (reali o presunte).

L’estensore di questa breve nota è ben conscio che il “kafkismo” ha innumerevoli sfaccettature, non ancora del tutto esplorate anche se i libri su Kafka potrebbero riempire una biblioteca già in copia singola. Qui si tenterà di esplorarne solo un aspetto molto elementare relativo ad alcuni meccanismi di base. E’ vero che senza la dialettica dei dialoghi, o forse perché negli interminabili dialoghi non c’è dialettica, è impossibile cogliere l’essenza dell’opera di Kafka, soprattutto, ma non solo, nei romanzi. Tuttavia “la trama” in molti casi ha dei caratteri peculiari che qui si tenterà di evidenziare. Il caso che qui verrà discusso è quello di un individuo “caduto in disgrazia”, con tutta la vaghezza che questa situazione comporta, il quale accetta, formalmente, di essere giudicato dagli accusatori, ma non accetta le procedure che tale “tribunale degli accusatori” mette in atto nel suo caso specifico. Il simmetrico caso kafkiano, che sarà preso in considerazione, è quello di un individuo che ritiene di essere stato chiamato ad un “alto incarico”.

Dal corso di tutto “Il Processo” risulta chiaro che lo stesso protagonista, Josef K., ritiene che il tribunale da cui è stato accusato e da cui sarà giudicato, ha più il carattere di una cupola mafiosa che quello di un tribunale regolare. Per restare in questo paragone, si può pensare al caso estremo di un “picciotto” a cui, una mattina, viene comunicato che “ha offeso la mamma”. Potrebbe lasciar perdere tutto in attesa di informazioni più precise (il latore della notizia è notoriamente poco affidabile), ma accetta di difendersi, o forse lo vuole lui stesso, davanti alla cupola, mettendo così in moto un meccanismo inarrestabile. Nel Processo ritorna spesso l’affermazione o il timore che l’accusa contenga già la sentenza. Comunque, è sempre l’atteggiamento dell’accusato a far diventare kafkiana una situazione, che altrimenti potrebbe evolvere in modo positivo, come poteva essere successo in altre situazioni analoghe.

kafka

Tentativo di enucleare l’essenza dei concorsi a cattedra.

I concorsi a cattedra hanno il carattere di co-optazioni con alcuni elementi di obiettività. Essenzialmente, tramite essi si deve scegliere una persona in base al criterio della utilità per la comunità in cui si trova ad operare (o, molto spesso, per il vantaggio che potrebbero trarre singoli baroni o ristrette baronie dall’aver promosso un “utile fesso” che mai potrà infastidirli). Nei casi “sani”, per utilità si intende la capacità di mantenere rapporti con i membri interni ed esterni alla comunità stessa (docenti-ricercatori), di sviluppare nuovi temi di ricerca, di contattare personalità di rilievo internazionale, di organizzare congressi … etc. Questi concorsi non possono essere regolamentati in tutti i loro aspetti, dal momento che nessun regolamento può prevedere una lista più o meno completa dei meriti o demeriti dei quali tenere conto nei diversi casi concreti che si possono presentare. Anche perché si deve tener conto degli equilibri fra le varie linee di ricerca all’interno dell’Istituto, e degli equilibri fra le varie Università. Dato questo contesto, un candidato che ritenga che fatti oggettivi (ammesso che siano misurabili), quali il quoziente di intelligenza o il numero e la rilevanza delle pubblicazioni, possano essere adatti a discriminare fra i concorrenti riguardo alle esigenze sopra elencate, si è già messo in una situazione kafkiana. (Negli ultimi concorsi a cattedra sono stati introdotti criteri “oggettivi” per valutare le pubblicazioni dei candidati, sia per il loro numero che per il valore. Le decine di articoli scientifici prodotti nell’ambito della ricerca della “particella di Dio” hanno spesso varie centinaia di firmatari. In questo contesto, la pretesa di introdurre criteri numerici/obiettivi conferma il detto che la realtà supera sempre la fantasia, anche se si fa riferimento al “fantasioso” Kafka.)

Due situazioni simmetriche: Josef K. e l’agrimensore K.

Josef K. riteneva che all’origine delle sue disgrazie e del suo Processo potesse esserci stata una calunnia tesa ad ostacolare la carriera che stava felicemente percorrendo nella banca in cui lavorava. Dall’altra parte, l’agrimensore K. riteneva di essere stato chiamato a svolgere le proprie mansioni direttamente dal Castello. Questi due casi si prestano a formulare due esempi simmetrici di “situazioni kafkiane”, in cui due meritevoli studiosi che svolgono la loro attività quali docenti-ricercatori vengono a muoversi negli ingranaggi di un concorso.

“Josef K.” é uno studioso che ha ben meritato dall’Istituto in cui lavora, e ha presentato la documentazione richiesta per un concorso a cattedra. Una mattina incontra in corridoio una persona autorevole che gli comunica, in via del tutto ufficiosa, che da alcune voci che ha sentito, gli sembra che il candidato non abbia molte possibilità. In casi di questo tipo, il candidato potrebbe non dare alcuna importanza all’informazione ricevuta, o potrebbe tentare di mettere in moto una strategia, discreta e sotterranea, per allertare amici ed estimatori ad occuparsi del suo caso. Supponiamo che il candidato, oltre ad avere un elevato Q.I., non abbia molti estimatori. Questo può succedere per i più svariati motivi. Negli ultimi anni si è occupato di argomenti indubbiamente impegnativi, che però da tempo rivestono scarso interesse rispetto a nuovi filoni di ricerca; non ha allievi che abbiano continuato nella sua linea di ricerca; negli ultimi anni non ha dato praticamente nessuna tesi.

A questo punto, invece di valutare queste sue mancanze, Josef K. dà inizio alla sua autodifesa “legale” basata su “criteri oggettivi”. Si reca dal Direttore dell’Istituto di cui fa parte per illustrargli le proprie pubblicazioni, e per fargli le proprie rimostranze perché da ormai dieci anni gli era stato assegnato un incarico didattico in una facoltà diversa da quella in cui svolge ricerca. Il Direttore, dopo avergli fatto capire di non avere nessuna possibilità (o volontà) di interferire con il concorso già in atto, gli spiega che, proprio perché in facoltà non c’era molto spazio per lui, era stato assegnato ad un’altra facoltà, dalla quale, se avesse agito costruttivamente impiantando una attività di ricerca marginale per lui ma importante per tale facoltà, poteva sperare di essere sostenuto. Verranno poi i paragoni con altri concorrenti in aura di possibili vincitori, tutti ovviamente con un Q.I. più basso del suo, e con un numero di pubblicazioni inferiore, per non parlare della loro qualità. Il punto di più profonda depressione raggiunto dal Josef K. del Processo, prima di capire di essere ormai perduto, è il tentativo di scrivere un “grande memoriale”, in cui dare una descrizione esaustiva e completa di tutta la sua attività scientifico-didattica, per illustrare i propri meriti e gli eventuali fraintendimenti che potessero averlo fatto cadere in disgrazia; impresa che gli risulterà ben presto impossibile, anche perché non era a conoscenza, o non voleva prendere atto, dei reali motivi della sua caduta.

Viene così sottolineata l’impossibilità di “ottenere giustizia” illustrando ossessivamente il proprio punto di vista, che in questi casi è già stato oggetto di comparazione sotto i più diversi aspetti. Si può dire che da questo momento si sia ormai innescato un meccanismo perverso: il candidato si appella a persone, istituzioni e cavilli giuridici che non gli possono giovare in alcun modo. Verrà sempre più considerato come un seccatore e uno sprovveduto, per cui non vale più la pena di fare quel poco o molto che si poteva fare. Quando verranno resi pubblici i risultati del concorso si sentirà “sgozzato come un cane”.

Un caso simmetrico, con conclusione meno tragica, anche se forse psicologicamente più devastante, è quello che potremmo definire “il caso dell’agrimensore K.”. Un membro di un Istituto incontra in corridoio un collega molto autorevole che gli dice che non si stupirebbe se volesse presentarsi ad un imminente concorso a cattedra. Questo colloquio viene interpretata come una vera e propria “chiamata”. Da quel giorno egli busserà a tutte le porte per farsi confermare quella che egli ritiene sia una promozione dovuta (sulla base di quell’autorevole parere), anche se non proprio già avvenuta. Anche qui verranno commessi tutti gli errori dovuti alla mancata comprensione di quali siano i reali meccanismi in gioco. Il risultato finale sarà che anche le persone che inizialmente erano orientate a sostenerlo, lo lasceranno perdere come un importuno.

Il maestro del villaggio”

Si può citare in questo contesto un esemplare racconto di Kafka, “Il maestro del villaggio”. Un vecchio maestro, o i suoi compaesani (il racconto è situato alcuni anni dopo il fatto e si è persa la memoria di come siano andate esattamente le cose), avevano trovato nei campi le spoglie di una talpa gigante. Sulla base di questo evento, il maestro aveva imbastito una memoria, che aveva inviato agli ambienti accademici della vicina Città. Questo memoriale avrebbe dovuto dimostrare che anche in un maestro rurale si possono trovare notevoli attitudini alla osservazione scientifica, con ricadute su un’intera benemerita classe docente forse trascurata … I conflitti che sorgono nel maestro fra speranze e delusioni, con la successiva intromissione non richiesta, di un intermediario in buona fede (che è la voce narrante), costituisce un testo esemplare delle tempeste psicologiche che si scatenano quando si cerca un riconoscimento obiettivo delle proprie capacità. Proprio in questo contesto, i dialoghi del maestro con l’intermediario costituiscono un bellissimo esempio di “soliloqui kafkiani a due” che si esauriscono nelle pretese o le ragioni delle due parti, senza che ci sia una se pur minima possibilità di incontro.

 L’estensore di questa nota non ha mai partecipato ad un concorso a cattedra.

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Francesco ZardiFrancesco Zardi è nato a Grado qualche prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Vive a Padova dal 1956, è sposato da 46 anni e ha tre figli e cinque nipoti, più uno in arrivo. su due continenti. Oltre al suo lavoro di ricercatore per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, si è interessato, nel corso della sua vita, di francobolli, fumetti (uno dei primi suoi regali fatti a mia madre, nel 1965, fu una raccolta dei Peanuts), musica classica, letteratura occidentale, filosofie orientali, e, negli ultimi anni, di scienze cognitive, applicando, ogni volta. il suo spirito rigoroso e scientifico e la curiosità che, da bambino, lo spingeva a sfogliare un atlante come se fosse un libro di avventure. Attualmente sta lavorando alla sistemazione delle sue riflessioni sul rapporto tra mente e cervello.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 02/12/2013 da in Letteratura, Politica, Recensioni, Romanzo, Storia con tag , , .

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