Luna piena

Qualche giorno fa, mentre facevo colazione in cucina, Radio Birichina (!) ha trasmesso una delle mie canzoni preferite: Moondance di Van Morrison. Quando era stata la prima volta che l’avevo sentita? Credo fosse nel 1985, a quindici anni, guardando un film che videoregistrai e che quindi rividi decine e decine di volte: Un lupo mannaro americano a Londra, di John Landis. Alcune ricerche dimostrano che il genere musicale che ciascuno preferisce è quello che ha caratterizzato il periodo tra i 15 e i 20 anni; analogamente, è possibile che i film preferiti siano quelli visti da ragazzi, quando si era ancora capaci di stupirsi (e in effetti, se ci penso, ancora adesso nella mia classifica dei film preferiti ci sono soprattutto cose viste in quel periodo: Apocalyspe Now, Amadaeus, The elephant man, Gente Comune, La messa è finita). Quindi: canzone ascoltata a quindici anni guardando un film a quindici anni. Il connubio perfetto.

A proposito di lupi mannari, e di danze della Luna, poco prima di Halloween ho partecipato a un’iniziativa del blog “Tutta colpa della Maestra” che prevedeva la pubblicazione di una serie di “racconti del terrore” tra il 31 ottobre e l’1 novembre. Io ho inviato “Luna piena” (pubblicato qui: http://svolgimento.blogspot.it/2013/10/halloween-writing-contest-tema-luna.html), la cui idea mi era stata suggerita da mio figlio Jurij  che una sera mi ha raccontato sei o sette storie terrorizzanti; a tutte, però, mancava la forma del “racconto” – il climax, un finale adeguato. Questa mi pareva la più interessante. E il vincolo di lunghezza imposto – due cartelle – ha reso la sfida ancora più divertente. Auuuu!

Luna piena

Una luna di madreperla, grande come un piatto da portata al centro della tavola del cielo scuro, brilla tremula e silenziosa nella notte: lei la vede nello specchietto retrovisore, mentre torna a casa da una serata votata all’autodistruzione. Non avrebbe voluto litigare – non lo vorrebbe mai, mansueta e buona com’è – ma ci sono giorni, sere, notti, in cui sembra inevitabile. Anche mentre gridava, poche ore prima, sapeva di essere nel torto; lui, che cercava di arginare con parole ragionevoli lo sbocco improvviso della sua rabbia, era rimasto seduto sul divano, con la testa di Argo, il loro cane lupo, appoggiata sulle gambe. Avevano lo sguardo smarrito di quei naviganti che, nella tempesta, pregano che l’albero maestro non ceda sotto le raffiche del vento. Alla fine lei era uscita sbattendo la porta, lasciando quegli occhi tristi dietro di sé. La luna era poco sopra l’orizzonte, piena, gonfia, con il suo sguardo incredulo.

E ora che sta rientrando a casa, rintronata da tre ore di discoteca e superalcolici, sa che non lo troverà in salotto ad aspettarla. Il perimetro di foglie gialle attorno a un rettangolo vuoto – lo spazio dove lui aveva parcheggiato la sua macchina – è la traccia indelebile della sua partenza. Vorrebbe chiamarlo, ma sa che non risponderebbe; e sa anche che se rispondesse, lei non saprebbe che dirgli. Le donne vivono sotto il giogo del ritmo lento della luna. Mentre apre la porta, sente gli ululati lugubri dei cani del quartiere che rimbalzano di casa in casa. Argo ha il terrore di quei lamenti: quando c’è la luna piena, si nasconde da qualche parte, e non si fa più trovare.

Le gira la testa – ha bevuto troppo. Va in bagno, si strucca un occhio, ma non ha la forza di pulire l’altro. Si cambia l’assorbente, e intanto fissa il proprio viso allo specchio, chiedendosi se davvero dimostra i suoi trent’anni. Rinuncia a lavarsi i denti; spegne il telefono, si sposta in camera. Odia il silenzio della solitudine, l’eco delle stanze, il respiro della casa. E il riscaldamento è rimasto acceso, sembra di essere in una serra. Apre le finestre e lascia che entri l’aria umida del novembre appena iniziato, ma ha ancora caldo: si toglie il pigiama e il reggiseno e li lancia su una sedia vicino alla porta. I cani insistono con il loro canto misterioso. Si butta a letto, chiude gli occhi e pensa a lui. Vorrebbe che fosse lì, a farle l’amore: ha voglia di mordicchiargli le labbra, i lobi delle orecchie, il collo muscoloso. A volte lui le dice, scherzando, che sembra un lupo mannaro. Si alza un filo di vento. Da sotto il letto arriva un rumore. Allunga la mano, e la lingua ruvida di Argo gliela lecca. Sente il suo fiato caldo e buono, e le pare di essere meno sola. “Argo, fifone, va tutto bene, va tutto bene…”. Dalle finestre entra la luce bianca della luna. Quando si addormenta, i cani hanno già smesso di ululare.
Si sveglia dopo una notte di sogni confusi, e le sembra di avere un’incudine appoggiata sulla testa. Fuori le strade sono immerse in una nebbia collosa. Perché ha litigato? I buoni motivi del giorno prima sono mozziconi di cicche spente. Dopo aver indossato una maglietta di lui, barcolla verso la cucina. Mette su il caffè, scalda due fette di pane, tira fuori dal frigo la marmellata e il burro. Guarda il calendario, e vede che la luna piena è passata: le cose andranno meglio, si dice. Accende il cellulare. Due messaggi di lui. Spegne il fuoco del caffè e legge il primo: “Ti è passata?”; poi, mentre la porta della cucina cigola dietro di lei, legge il secondo: “Ieri ho portato Argo con me. Gli manchi”.

Argo
Argo
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2 thoughts on “Luna piena

  1. Il potere del finale! Mi hai stupita!
    Credibile pure. Perché sono un po’ strega, e risento della luna piena.

    Io ora ascolto grunge e heavy metal. E non ne posso più fare a meno. Da adolescente Madonna e Rem. I rem rimangono i primi ancora adesso. Madonna è scivolata in ottava posizione.

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