Grafemi

Segni, parole, significato.

Franco, e il Pirro

L’anno scorso, alla fine di giugno, è morto Franco Baroni. Ne dava breve notizia la versione digitale de “La Nuova Venezia”, giornale locale:

Se n’è andato in silenzio, salutato da un gruppo di musicisti e amici «storici» della Venezia anni Sessanta. Franco Baroni, stimato chitarrista veneziano, è morto dopo una lunga malattia. Funerali discreti, con rito civile alla chiesa del Pianto, all’Ospedale civile.

L’articolo prosegue fornendo alcune informazioni sulla sua vita, accompagnate da questa malinconica osservazione: Di Baroni si ricordavano ormai solo gli addetti ai lavori e gli appassionati di musica popolare e jazz. In realtà, Franco Baroni lo ricordavo anch’io, e bene; e così tutta la mia famiglia: era stato, infatti, per anni, il convivente di Luciana, la più cara tra le cugine di mia madre, della quale ho parlato spesso, in questo blog: di lei, dei suoi amici musicisti, dei miei giorni passati a casa sua, e dei fantasmi che le fanno compagnia nei miei ricordi.

Era il suo convivente, dunque. Vivevano insieme. Ma non erano sposati, Franco e Luciana, e non credo che fossero neppure fidanzati, o innamorati l’uno dell’altra. Avevano un appartamento a Venezia, e affittavano camere – prima, tra gli anni settanta e gli anni ottanta, agli studenti di Architettura; poi, a occasionali turisti. Dormivano in un letto a castello – lui sopra, lei sotto; avevano il conto in comune; dividevano le spese e i piccoli guadagni. Si facevano compagnia. Si sostenevano. Si volevano bene come potrebbero volersi bene due fratelli: sempre, incondizionatamente, e senza tutto il casino che creano il desiderio, la gelosia, le stupide pretese.

Negli anni ottanta andavamo spesso a casa loro. Franco aveva ancora un bel barbone, e assomigliava a Lucio Dalla. Lavava i piatti alla mensa dell’Università; a casa, invece, suonava la chitarra. Anni prima – forse una ventina – era stato in Spagna a studiare con Charles Segovia, famoso chitarrista spagnolo; sapeva l’inglese, studiava il russo, e forse era laureato in chimica. A un certo punto della sua vita, aveva mollato la presa, e forse era questa la cosa che aveva in comune con Luciana la quale, dopo aver vissuto con artisti, scultori, giornalisti e pittori (era stata amica intima dell’infelice figlia di Peggy Guggenheim, della quale era stata ospite a Parigi), aveva deciso che non sarebbe più uscita di casa – e mantenne fede al suo impegno per trentatré anni, cioè praticamente fino alla sua morte.

Spesso la mia famiglia era ospite nella loro casa a Venezia, per giorni e giorni. Il profumo del coniglio cucinato con vino bianco e aglio è uno dei ricordi più nitidi e struggenti dei miei Natali, insieme ai panettoni mangiati la mattina, a colazione, in salotto, ascoltando i dischi che gli studenti di Architettura avevano lasciato là. Il nostro preferito era Selling England by the pound, la cui canzone iniziale, Dancing with the Moonlitknight rimane ancora una delle canzoni più belle di sempre; Luciana, invece, amava Milord cantata da Edith Piaf, che le ricordava qualcosa sulla felicità e l’infelicità, il talento e il dolore che noi potevamo solo intuire. Alle pareti, i quadri del ex marito di Luciana, Giorgio Zennaro, e qualcosa di un certo Pirro; in uno di questi – alcune figure colorate con una sottile lamina d’oro su sfondo bianco – c’era una poesia scritta a mano. Parlava dell’emigrante e del suo occhio, credo, ma ero troppo piccolo per capirne il significato.

Il disco del Pirro con Baroni alla chitarra

Il disco del Pirro con Baroni alla chitarra

A casa di Luciana, Pirro era chiamato “il Pirro”, e la presenza dell’articolo davanti al cognome ci faceva ridere – avevamo dieci anni, o giù di lì. Ne sentivamo parlare spesso, ma non lo vedemmo mai. Un Natale, Franco regalò alla mia famiglia un disco: sulla copertina bianca c’era scritto, a mano, “Pirro.” e sotto “’79/’80”; sul retro, “Baroni – 79/80”. Su un lato, il Pirro recitava alcune poesie, accompagnato da Franco alla chitarra; sul retro, solo musica. Non sono sicuro che lo ascoltammo: forse mio padre, una volta, per capire com’era. Per noi era semplicemente incomprensibile.

disco Pirro

MattiaPirroMa una volta trovammo una cassetta, a casa di Luciana, e l’ascoltammo. Una voce di uomo (il Pirro) declamava un poema la cui struttura era l’alfabeto e, sotto, qualcun’altro (Baroni) suonava la chitarra classica. Per ogni lettera, una serie di immagini. Andammo avanti a sentirla per giorni e giorni, dalla mattina alla sera, senza capire nulla, ma ammaliati da quella voce, dal suono di quelle parole, dalla musica che le accompagnava. Non dovrebbe essere così, la poesia? Un abbandono irrazionale. A distanza di trent’anni, di quel poema ricordo solo l’atmosfera, e una singola frase, che si è conservata per motivi inspiegabili:

Mattia, malattia, greve scimmia inurbata mali, ohi!

(Luciana ci spiegò che Mattia era il figlio del Pirro, ma questo non ci aiutò a chiarire il senso di quelle parole).

Ecco dunque due uomini sulla quarantina – l’età che ho io adesso -, due uomini di talento, che si trovano per creare qualcosa insieme. Come saranno state le loro chiacchierate? Avranno discusso su qualche punto controverso? Com’era la camera in cui registravano le poesie e la musica? La cassetta che avevamo era poco più di un demo: il progetto è mai arrivato a una conclusione? E quella cassetta, esiste ancora? C’è qualcosa di intollerabile nell’idea di una piccola opera d’arte che si smarrisce – una perdita impercettibile, eppure sostanziale, per il mondo.

Poi, Franco ha smesso di suonare la chitarra. Continuammo ad andare a trovare lui e Luciana, con i suoi gatti, le bruciature di sigarette sul mobile in cucina, gli occhiali spessi e scuri, i dischi che gli studenti avevano abbandonato là, la televisione con le cuffie per vedere i thriller, e Franco era sempre gentile, la sigaretta in mano, un paio di zoccoli bianchi, la voglia di scherzare. Del Pirro, invece, non sentimmo più parlare: rimaneva quel quadro in entrata, davanti al salotto, con l’occhio del migrante e la figura sullo sfondo bianco, e il ricordo delle sue poesie. Nel 2006 Luciana se ne è andata – meno bene di quanto avrebbe meritato: in ospedale, dove era stata portata per un ictus, muta, girava la testa dall’altra parte quando le si dava da mangiare. Non avrebbe mai voluto abbandonare la sua casa, e i suoi occhi dicevano: la morte è molto meglio di così. Franco è rimasto solo, nell’appartamento ormai vuoto. E l’articolo aveva ragione: dopo lunga malattia… I miei genitori andavano a trovarlo spesso, lo chiamavano al telefono, e stava sempre peggio; poi anche lui l’ospedale, il ritorno a casa, e di nuovo l’ospedale. Quando se ne è andato, dell’uomo che aveva studiato con Segovia tanti anni prima, del musicista che, lo dice sempre l’articolo del giornale, negli anni sessanta era stato uno dei protagonisti della riscoperta della musica popolare, cos’è rimasto? Si è ritirato prima che Internet lo rilevasse col suo radar: lo cerco su Google, e non esiste più. Anche gli amici citati dall’articolo, al funerale non si sono mica visti. In qualche modo ne teniamo acceso il ricordo io, i miei genitori, i miei fratelli: Franco Baroni. Suonava la chitarra. Viveva con Luciana. Ed era amico del Pirro.

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Dopo aver pubblicato questo post anche su Facebook, mio fratello Alberto ha aggiunto dettagli assolutamente fondamentali, ai quali io ho risposto con altri ricordi, emersi grazie a lui.

Alberto: “L’occhio dell’emigrante e’grato alla tristezza” cosi’ l’incipit di quella poesia. Franco se ne e’ andato in punta dei piedi senza nessuno che lo piangesse, tranne noi suoi “nipoti” indiretti. Le sue risate folli ed ebbre, la sua calma nel rispondere quando la Luciana andava in escandescenze dopo la sua bottiglia quasi quotidiana di Ballantines e poi sì… il coniglio profumato, la peperonata leggendaria, l’acqua contenuta nelle bottiglie di passata di pomodoro vuote, il calore sprigionato da quella stanzetta nel corridoio dove c’era la caldaia prediletta del Micio, le cassette degli Who e Clash lasciate dagli studenti responsabili della mia ribelle formazione musicale, le marmellatine di arancia nelle confezioni da Hotel al mattino..un microcosmo nello spazio di pochi metri quadri. E a proposito del Pirro e Franco.. ricordi quella sera che suonavano assieme in Campo Santa Margherita ed a un certo punto Franco si e’ alzato e andato perché il Pirro era fradicio? il Pirro ha poi iniziato a bestemmiare al microfono e a insultare Franco che ha lasciato la piazza con la stessa flemma di un bobby inglese? Da quella volta mi sembra che la Luciana abbia detto che qualcosa tra loro si e’ incrinato… Ma chi ha questo disco adesso? Mi mandi la poesia “Se Di Vittorio sapesse” in box privato qualora il disco fosse con te? Per quanto riguarda l’Alfabeto Imperfetto forse era a noi che sembrava un capolavoro perché rompeva gli schemi.. noi sulla soglia dell’adolescenza.. Pirro era un punk-rocker a modo suo ed e’ quello che ci piaceva.. chissà ascoltata oggi che effetto farebbe su di noi, macerati dai ricordi.. già, chissà…

Paolo:  Il Micio, Gepo e Pallina, i suoi tre gatti che mangiavano una volta al giorno, alle nove, sul tavolo in cucina, disposti da sinistra a destra e dal più vecchio al più giovane… Il Gepo con il suo occhio sempre lacrimoso, Pallina che non si riusciva ad accarezzare, e il Micio, che da vecchio era diventato compatto come un pezzo di legno, con la voce bassa, da vecchia, e la Luciana che lo aiutava a salire sulle sedie. E il gatto siamese dei vicini, che aveva ricevuto l’incarico di soddisfare Pallina in calore (suo marito, il Micio, era stato privato del necessario) e che chiudemmo con la gatta in camera della Luciana e di Franco, e che invece squarciò la gamba di Luciana? Come si chiamava il proprietario del gatto? Non era forse il proprietario del casolino sotto casa (che ora è diventato uno squallido negozio di vestiti)? E cosa c’era scritto sui campanelli del primo piano – quale cognome? Tavella… non riesco a mettere a fuoco. E i tavoli da disegno dei ragazzi, e le chine, e i fili per tenere fermi i fogli? E la testa della Luciana in corridoio? Non ricordo invece l’episodio che racconti, quello del Campo Santa Margherita al quale non credo di aver assistito – ma mi pare che fosse nella natura di Franco rispondere flemmaticamente. Non so chi abbia il disco – lo vendono però a 20 euro, credo su eBay… “L’alfabeto imperfetto”, sì, non ricordavo il titolo… e “L’occhio dell’emigrante è grato alla tristezza”.. ci misi un po’ di anni a capirne il senso…

Alberto: Il campanello: Taravella-Simeoni. E Ivano il pizzaiolo subdolo, il bar sottocasa con il proprietario che chiamavano caffelatte per via di un problema della pelle e suo figlio con i denti un po’ in fuori e il fare da bulletto. L’episodio invece a cui mi riferisco era successo nel Settembre del 1982 ed eravamo li’ tutti e 3… esterrefatti e impauriti dalle urla belluine del Pirro e impressionati dall’uscita di scena di nostro “zio” Franco…

Baroni

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Marcello Pirro

Marcello Pirro

Marcello Pirro, nato nel 1940, è stato scultore e poeta. Le sue opere sono esposte al Museo d’Arte Moderna di New York. Ha lavorato con Hans Richter, e alcune sue poesie sono state illustrate da Emilio Vedova e Luigi Fontana. E’ morto nel 2008.

 

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

13 commenti su “Franco, e il Pirro

  1. amanda
    12/01/2014

    mi hai messo una malinconia, uno struggimento…

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    • Paolo Zardi
      12/01/2014

      è la malinconia e lo struggimento che sento ogni volta che ci penso… l’idea che qualcuno faccia “arte” mi commuove, l’idea che quest’arte poi sparisca mi fa sempre male… la storia di Luciana e Franco – le loro vite – meriterebbe di essere raccontata in un libro, per bene…

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  2. Branoalcollo
    12/01/2014

    Pirro lo ricordo bene, perché per andare all’università passavo tutti i giorni davanti ai suoi mosaici vicino alla libreria cafoscarina…pieni di colori e con una vitalità spezzata, mancavano dei pezzi di piastrelle…i necrologi non fanno mai giustizia alla vita delle persone, era giusto ricordarli come hai fatto tu.

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    • Paolo Zardi
      12/01/2014

      Pensa che ho trovato le foto dei mosaici su un bellissimo sito giapponese, che Google mi ha gentilmente tradotto… Pirro è esposto al Moma, e in Italia è praticamente uno sconosciuto…

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  3. Roberto
    06/07/2014

    Tra i miei vecchi libri, ho trovato quello dedicato a Mattia, quello con la copertina di legno…allora abitavo a Padova, avevamo la barba, speranze ed idee, avevo amici un po’ artisti, ma solo quelli senza schei, ed io, fotografavo le loro cose…andavamo in quelle case, aperte sempre, anche di notte alla tre, “dormivi? no, ti aspettavo”….con i gatti, le sigarette, la musica. Ho riletto ad alta voce ai miei figli:……”la vita non ha mai smesso di tenermi per la gola, ..ma ho fatto fatica ad andare avanti perchè i ricordi viaggiavano in testa veloci e veloci stavano diventando lacrime, ..di rimpianto, tenerezza, gratitudine, nostalgia, e noi e quegli anni ed il ricordo del mio prossimo compleanno……

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  4. antonio
    09/08/2015

    Io ero uno degli studenti di architettura oramai ultra cinquantacinquenne. Rileggere queste righe e come riavvolgere il nastro della vita ricordo Franco e Luciana e Pirro come persone spendide a modo loro rivoluzionarie , mi è dispiaciuto apprendere la loro scomparsa che Dio li abbia in gloria. grazie di cuore.

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    • Paolo Zardi
      10/08/2015

      Caro Antonio, se sei l’Antonio che ricordo – studente pugliese, ospite degli Alloggi Raimondo nei primi anni ottanta – ho un ricordo niitdo e bello di te. Se sei quell’Antonio, per la Luciana sei stato come un figlio – ne parlavo ieri con i miei genitori, mentre eravamo ammollo al mare. Bello ritrovarsi, in qualche modo! Un abbraccio, Paolo

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  5. antonio
    11/08/2015

    Si sono proprio io e per me/noi Franco e Luciana sono stati la nostra seconda famiglia quando arrivai spaesato da un piccolo paesino del Salento ci hanno fatto sentire quell’impatto più sopportabile , io ricordo che ne soffrivo molto nel vedere Luciana in quello stato ed a volte dovevamo renderci corresponsabili nell’andare ad acquistare la bottiglia al bar sotto casa .
    P.S. ricordo tutto nitidamente e per nessuna ragione dimenticherò mai la dolcezza e l’umanità di Luciana e Franco.
    MI scuso di essere stato insieme ai miei compagni di università responsabili inconsapevoli della deviata formazione musicale averlo saputo avremo nascosto tutte le cassette per bene ma oramai il danno è fatto , scherzo naturalmente.
    Un caro abbraccio Antonio.

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  6. antonio
    11/08/2015

    Ricordo come se fosse ieri quell’odore di coniglio di cui tu racconti nello scritto al vino bianco ed aggiungerei anche faggioli con fondo di prosciutto crudo che a noi studenti costretti ad andare a mangiare in mensa (ne poteva essere diversamente dato il numero ne potevano essere eccezioni) avevamo una percezione olfattiva ancora più amplificata e le papille gustative al massimo é bello vedere come storie viste e raccontate da angolazioni diverse come foto con punti di vista differenti si ricompongano grazie di cuore Antonio.

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  7. vozza antonio
    29/12/2015

    Ciao Paolo, sono Antonio Vozza, studente pugliese di Lizzano in provincia di Taranto. Negli anni che vanno dal 1983 al ’90 circa sono stato presso gli alloggi Raimondo e li oltre che studiare e vivere ho avuto modo di stare a stretto contatto con Luciana e Franco al quale ho voluto davvero un gran bene. Con loro ho continuato il rapporto di amicizia anche a distanza. Dopo essermi Laureato e sposato sono andato quasi tutti gli anni a trovarli in estate (2-3 giorni) con moglie e figli e sono sempre stato loro ospite,( anche se tutte le volte lasciavo una busta con dentro i soldi per non essere di peso e puntualmente Luciana obiettava; però poi sotto le minacce che non sarei più tornato, accettava il mio contributo). Dopo la morte di Luciana, ho mantenuto i rapporti telefonici con Franco, invitandolo in più occasioni (avendo il mio numero telefonico) di contattarmi qualora ne avesse avuto bisogno. Ma come ben sai Franco non si è mai fatto sentire!! perchè lui non amava dare disturbo. Dopo varie telefonate senza risposta ho immaginato che Franco era passato a miglior vita e poichè non riuscivo a contattarlo ho deciso di mandare il mio amico Lorenzo di Bassano a suonare ai vari campanelli dello stabile per chiedere informazioni. A quel punto ho avuto la certezza dell’accaduto. Non so se è quello del post sopra l’Antonio di cui parlavi oppure io. La cosa certa che Luciana e Franco mi hanno voluto un gran bene, ed io ne ho voluto a loro. Mi mancano moltissimo!!!! Ciao e grazie Paolo per aver risvegliato in me a quasi cinquanta anni un meraviglioso ricordo del passato. Anche se non mi ricordo di te, sento di volerti un gran bene, per quello che hai scritto……GRAZIE!!!!!!!!!!

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  8. Giordano
    25/06/2017

    Ho conosciuto e in parte frequentato il Pirro. Di lui,oltre ai ricordi,mi restano due quadri,il libro con le copertine di legno e il disco con le sue poesie….tutti oggetti regalati dal Pirro a Caterina….

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Questa voce è stata pubblicata il 11/01/2014 da in Arte, Poesia con tag , , , , , , .

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