Fantasmi

Quando mio padre era un bambino, Grado era un residuo medioevale dimenticato dal tempo sulle cose dell’Adriatico; il turismo, soprattutto tedesco e austriaco, che invadeva l’isola ogni estate, si muoveva su piano paralleli, incapace di incidere, almeno nel breve periodo, sulla millenaria, e per certi versi primitiva, cultura gradese. Succedeva così che mio padre, negli anni quaranta, potesse assistere a conversazioni come queste, nel dialetto che è stato anche del poeta Biagio Marin:
Geri è passata Anna davanti alle finestre di casa”.
“Cu? Anna so figia de Bepi?”
“No, Anna so figia de Franco”.
“No la xe morta la scorsa istà?”
“Tu disi?”
“So’ sicura”.
“E alora sarà stada la so anima”.
Quindi i due personaggi del dialogo tornavano a fare quello che stavano facendo: rammendare calzini, preparare la cena, recitare il rosario.

(c) Evelina Enne
(c) Evelina Enne

Di striscio, ho conosciuto anch’io quel mondo. Mia nonna Nella e mia zia Maria (in realtà zia di mio padre) erano nate alla fine del diciannovesimo secolo in una famiglia dove solo quattro dei quindici figli erano riuscito ad arrivare all’età adulta – falciati, gli altri, dal tifo, dalla difterite, o semplicemente dalla fame. Piccole, ossute, sempre vestite di nero, con il fazzoletto in testa, devotissime, una  (mia nonna)  dura, disincantata, pragmatica, l’altra (la zia) una specie di elfo con la testa per aria, tenevano, nelle tasche dell’immancabile traversa, un rosario fluorescente, un ditale e un uovo di legno. Baciavano santini prima di andare a dormire, si facevano il segno della croce quando in televisione compariva un prete, e aspettavano il sabato per assistere ad “Ascolta, si fa sera”, trasmissione ecumenica che introduceva alla santità del giorno successivo. E mia zia, che per qualche anno visse a casa nostra (capace ancora di stupirsi, nel 1980, per l’esistenza del citofono), si copriva gli occhi con la mano ogni volta che Fonzie baciava una ragazza. Ed era sempre felice, di quella particolare qualità di felicità che hanno i bambini tra i cinque e i nove anni, quando una mente già organizzata è ancora capace di provare un sincero stupore.

E proprio qualche giorno fa, mio figlio, che era a casa della nonna, cioè di mia madre, nata mentre in Italia c’era ancora la guerra, ha chiesto di poter navigare un po’ sulle mappe di Google, sua passione da sempre: un giretto a Dubai, dove ha scoperto che è possibile entrare nelle stanze del grattacielo più alto del mondo, un altro a New York, in cerca delle Torri Gemelle (il giorno dopo ho dovuto spiegargli che non c’erano più), e poi a Prosecco, dove c’è l’altra nonna, la madre di mia moglie, rimasta sola nell’agosto del 2012. E girando con Street View, incrocia, proprio lungo la strada centrale del paese, l’auto di Ivo, il nonno, che da Fernetti va verso Santa Croce.

La Golf di Ivo
La Golf di Ivo

Sotto la mappa, la data: settembre 2010. Ivo aveva da poco iniziato un lunghissimo ciclo di chemioterapia, per contenere un tumore che dall’intestino si era spostato, dopo cinque anni, ai polmoni. Ricordo il coraggio, e la pazienza infinita, con la quale affrontò quella prova. Aveva un obiettivo, credo, che era il matrimonio di suo figlio previsto per l’agosto del 2011, a Poltava, in Ucraina; e siccome era forte, sia nel fisico sia nello spirito, ci arrivò in piena forma: abbiamo un video di lui che balla alla festa nuziale, con un cappello di paglia in testa, e un sorriso contagioso… Ora, nessuno ha più il coraggio di guardare quel video: è là, in un cassetto, da quasi due anni.

Per i miei figli è stato normale vedere il nonno passare in macchina su Google: hanno chiaro che il tempo non è una direzione precisa, ma va avanti e indietro secondo strade, sentieri, piani sempre mutevoli. L’altro figlio, quando aveva tre o quattro anni, mi domandò: “ma quando sarai piccolo, giocherai anche tu con le macchinine?”. I bambini crescono, oppure i grandi rimpiccioliscono. E in ogni caso, continuano a vagare per anni in un mondo parallelo.

Tra i miei amici di Facebook (social al quale sono tornato dopo un anno, con l’obiettivo, per il momento raggiunto, di gestirlo “con consapevolezza”) ce ne sono due che se ne sono andati – un collega, con il quale mi scambiavo dei libri, e un’amica che non ho mai conosciuto di persona ma alla quale ero unito da interessi comuni. Le loro pagine rimangono attive, con la foto del profilo, quella della bacheca, i post, gli album di una passeggiata lungo il fiume, due donne che si abbracciano, la notte di Capodanno passata in ospedale guardando la tv con la propria fidanzata, forse con la consapevolezza che sarebbe stata l’ultima. E poi un buon proposito per l’anno successivo, un libro appena letto, gli auguri per un compleanno. Gli amici continuano a scrivere sulla bacheca, ma lo spirito, o il risultato, sembrano diversi dal pietoso gesto di portare fiori su una tomba: è come come se lui o lei fossero, in qualche modo, ancora qui. Come se il modo più sicuro e diretto di poter comunicare con la loro anima fosse attraverso quella pagina, traccia tangibile, reale, viva, della loro perdurante esistenza.

E chissà cosa faceva Ivo, quel giorno, sotto un cielo pieno di nuvole grigie e gonfie di pioggia. Stava portando della legna a casa per l’autunno imminente? Veniva a prenderci alla stazione di Monfalcone, o stava tornando dalla palestra del paese, che sistemava tutti i giorni? Aveva incontrato Aldo, che non avrebbe avuto la forza di accompagnarlo al cimitero, due anni dopo, o Valentino, che proprio in questi giorni piange la perdita di sua moglie? Chi aveva trovato, chi aveva salutato? E cosa stava preparando Irma, sua moglie, per pranzo? E cosa vedeva davanti a sé? Il trabiccolo di Google che lo stava immortalando? Che stava immortalando proprio lui, seduto sulla sua macchina, nel pieno centro di Prosecco, a cento metri da casa sua…
Mio figlio riapre le mappe di Google, scende in picchiata con Street View sulla strada, lo vede e ancora dice: “ecco il nonno! Ecco il nonno Ivo!”. Poi ci avviciniamo con lo zoom, ma non si vede nulla – Google cancella le facce della gente, una a una – e non si vede il suo viso, non si vedono i suoi capelli: c’è solo un’ombra sfumata sul sedile, una traccia evanescente. Mio figlio tende la mano, tocca quella macchia, si gira, mi guarda e con il suo sorriso un po’ sdentato mi dice: “sì sì, è proprio lui”.

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7 thoughts on “Fantasmi

  1. L’anno scorso facevo certificati sportivi agli anziani, non essendoci sale disponibili al quartiere, fummo ospitati presso una parrocchia, entrai nella stanza che ci era stata allestita per le visite e lì ebbi un sussulto, nella stanza c’era la macchina da cucire Singer di mia nonna Erminia, non una simile, no, proprio quella, dentro al suo orribile guscio di formica che mia nonna si era fatta fare per avere un buon piano di lavoro, lo presi come un abbraccio da ovunque lei si trovi ora, uno dei suoi stupendi sorrisi; noi l’avevamo data in regalo per un corso di cucito in quartiere da noi, chissà che giri ha fatto, comunque era in ottimo stato e qualcuno la usava di sicuro, quindi me ne andai felice. Ne ho fatto anche io un post

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    1. Anche mia nonna aveva la Singer! Ricordo che quando andavamo a trovarla, a Grado, ci divertivamo a pigiare sul pedale sotto (che tra l’altro non era una banale tavoletta di ferro: ricordo dei ricami fatti con il ferro!), sfidandoci a chi lo faceva andare più veloce. Era del 1903, l’anno di nascita di mia nonna (la zia Maria era del 1896); e mia zia mi diceva che quando era bambina si specchiava sulla sua superficie che ora, più di cento anni dopo, è brunita dal tempo…
      Voglio il link al tuo post sulla Singer! 😉

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  2. Non ho saputo resistere e sono andato anch’io, su Street View, a vedere la macchina di Ivo. Naturalmente non l’ho mai conosciuto, tuo suocero, ma ti assicuro che i tuoi racconti mi ci avevano fatto affezionare, e una preghiera per lui l’ho detta, quando se n’è andato.
    Saremo all’altezza dei nostri genitori?

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  3. Se tui figlio ti chiederà ancora “ma quando sarai piccolo, giocherai anche tu con le macchinine?” devi dirgli, “Non sono Brad Pitt, solo a lui capita di ringiovanire e ritornare piccolo.” Scherzi a parte, bello leggereti e vedere da dove vengono certe storie dei tuoi racconti …

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