Un’alba alla rovescia

Uno dei libri più belli, incompresi e incomprensibili che mi sia capitato di leggere è “Ada o ardore” di Vladimir Nabokov, che io ho letto nella bella traduzione di Margherita Crepax. Nabokov, qualche anno dopo essere diventato celebre in tutto il mondo con la pubblicazione di Lolita, osa comporre la sua opera più ambiziosa – un romanzo che, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto competere con l’Ulisse di Joyce. Il risultato fu un fiasco quasi clamoroso: Nabokov era un grande, un grandissimo, ma non per i meriti che lui credeva di avere.

“Ada o ardore” contiene il meglio e il peggio di Nabokov mescolati in modo inestricabile – i pregi portati a estremi insopportabili – , e la sua lettura richiede un amore viscerale per questo autore che Alberto Bullado ha giustamente definito “il Maradona della letteratura”. Ma, nonostante questo, o proprio per questo. rimane uno dei grandi libri che nella vita bisognerebbe leggere.

E a pagina 200 della mia edizione (Biblioteca Adelphi n. 385) c’è un pezzo in cui Nabokov cerca di far capire cosa ha significato per lui “scrivere” – un pezzo che, per chi ama questo autore può risultare quasi commovente. Van è, assieme alla cugina/sorella Ada, il personaggio principale del romanzo, e rappresenta uno dei tanti alter ego dell’autore; per un certo periodo della sua vita, tra i diciotto e i vent’anni, si dedica a numeri da varietà con i quali intrattiene gli amici: piccoli giochi di prestigio, camminate sulle mani, simpatiche prodezze. Ogni volta che lo leggo (e lo faccio almeno una volta all’anno) non posso non pensare a Nicola Pezzoli, Stefano Sgambati, Fabio Viola, Francesco Coscioni, Angelo Biasella, Giordano Tedoldi, Giulia Belloni, Chiara Fattori, Manuel Vannucci, Corrado Melluso, Mauro Maraschi, Marina Sangiorgi, Gianni Tetti, Nicola Manuppelli e i tanti altri autori, editori, amanti della scrittura, che continuano, con instancabile pazienza, a cercare di costruire un’alba alla rovescia.

“Dedichiamo tanto spazio alla descrizione del suo numero non soltanto perché agli artisti di varietà, e in special modo ai fantasisti, succede di essere dimenticati prima degli altri, ma anche perché è naturale voler analizzare il tipo di eccitazione che evidentemente provano nell’esercizio della loro arte. Nessuna mirabolante presa sul campo di cricket, nessun glorioso goal schiaffato in porta durante una partita di calci, e nessuna delle sue prodezze precedenti, come quando, nel suo primo giorno a Riverlane, aveva affibbiato un bel knock out al peggior bravaccio della scuola, avevano mai provocato a Van la soddisfazione che provava ora interpretando il ruolo di Mascodagama. E non perché questa fosse direttamente connessa all’alito caldo dell’ambizione appagata, anche se, quando diventò molto vecchio, guardando indietro a una vita di sforzi non riconosciuti, Van accoglieva con divertito piacere – con maggiore piacere di quanto avesse provato allora – le acclamazioni banali e l’invidia volgare che avevano turbinato intorno a lui per un breve periodo della sua giovinezza. L’essenza della sua soddisfazione somigliava più a quella che gli sarebbe derivata più tardi dal risolvere compiti autoimposti, bizzarramente difficili e apparentemente assurdi, come quando cercava di dare espressione a un’immagine che prima di quel suo tentativo aveva soltanto un’esistenza corpuscolare (o addirittura nessuna esistenza – nient’altro che l’illusione dell’ombra retrospettiva della sua imminente espressione). Era il castello di carte di Ada. Una metafora in equilibrio sulla testa, non per il gusto di sperimentare un trucco difficile, ma per poter vedere una cascata in salita o un’alba alla rovescia: un trionfo, in un certo senso, sull’ardis del tempo. Il rapimento che il giovane Mascodegama traeva dalla sua vittoria sulla forza di gravità era, insomma, simile al quello che accompagna la rivelazione artistica, completamente e naturalmente sconosciuto agli ingenui professionisti della valutazione critica, ai commentatori della scena sociale, ai moralisti, ai trafficanti di idee e così via. Van sulla scena compiva, dal punto di vista organico, ciò che avrebbero compiuto le sue figure retoriche negli anni successivi, e cioè imprevedibili prodigi acrobatici che spaventavano i bambini”.

(da Ada o ardore, Vladimir Nabokov, 1970, Ed. Adelphi, trad. Margherita Crepax)

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2 risposte a "Un’alba alla rovescia"

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  1. Ricordi il nostro stimolante discorrere sul romanzo vivo, morto, moribondo? Ti regalo questa perla appena trovata nel romanzo “I nomi” di Don DeLillo, che sto leggendo in questi giorni:
    “Se io fossi uno scrittore – disse Owen – come mi piacerebbe che mi si dicesse che il romanzo è morto. Che liberazione, lavorare ai margini, al di fuori di una percezione centrale. Essere il demone della letteratura. Meraviglioso.”
    E poco più avanti, ancora la voce dello stesso personaggio:
    “Nel nostro secolo, lo scrittore ha portato avanti una conversazione con la follia. Si potrebbe quasi dire, dello scrittore del ventesimo secolo, che aspiri alla follia. Alcuni ci sono riusciti, e occupano dei posti particolari nella nostra considerazione. Per uno scrittore la follia è come una distillazione ultima di se stesso, una revisione finale. È l’affogamento delle false voci.”

    p.s. grazie per avermi messo fra i costruttori di albe. 🙂

    Un abbraccio.

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    1. Caro Nicola,
      bellissimo pezzo!
      Sul romanzo morto o moribondo: sono convinto che per chi li scrive sia qualcosa di eccezionalmente vivo, ma temo che il suo ruolo, dopo un periodo in cui ha goduto di una straordinaria centralità nella cultura occidentale, stia diventando sempre meno rilevante… Diventerà quello che pensava Nabokov: un’esercizio incredibilmente bello e sostanzialmente inutile. Il problema non è chi scrive, ma chi non sa più leggere…. 😉
      Un abbraccio!
      Paolo
      ps non sono ancora riuscito a risponderti per bene alla tua mail che portava una bellissima notizia… giornate molto piene, spero di recuperare presto!

      Mi piace

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