Grafemi

Segni, parole, significato.

Il segreto di Sveva

Un po’ di tempo fa avevo letto che il 50% dei libri pubblicati in Francia nel diciannovesimo secolo non esiste più: neppure una copia. Il mio primo e unico romanzo, “La felicità esiste”, edito da Alet Edizioni, non ha raggiunto nemmeno i due anni di vita. La casa editrice che l’aveva pubblicato è stata comprata dalla Fandango, che dopo qualche mese di tentennamenti l’ha chiusa, trascinando in quel buio la collana “Iconoclasti” che Giulia Belloni aveva inaugurato con “I cani vanno avanti” di Valentina Brunettin. Ora, de “La felicità esiste”, romanzo che racconta l’infelice vita di Marco Baganis, di sua moglie Anna, di Sveva e del piccolo Leonardo, si trova qualche copia qua e là. Non sarà più ristampato, non sarà più distribuito. Un piccolo lutto personale. 

E questa mattina ci pensavo, al mio libro. Mezzo riuscito e mezzo no – per alcuni troppo sentimentale, per altri troppo lento, per altri discontinuo. Pensavo soprattutto al fatto che il nucleo attorno al quale era stato costruito, cioè l’identità di Sveva (che nella prima stesura si chiamava Valentina), era sparito – inghiottito da esigenze di trama. Inizialmente Baganis, protagonista principale di un mio romanzo mai uscito, e fugace comparsa di altri due miei romanzi, anch’essi mai pubblicati, avrebbe dovuto fare da spalla a Sveva, cioè fornirle un contesto nel quale far emergere il suo “problema”. Per inesperienza, per mancanza di capacità, per la difficoltà di sostenere una storia così lunga, la rivelazione di quel segreto era stata spostata sempre più avanti, fino a che era diventata una sorpresa del tutto ingiustificabile. Così, nella versione definitiva Sveva è diventata una donna un po’ ambigua, determinata, e fredda. Ma molti lettori si erano accorti di una traccia del progetto iniziale, rimasta tra le lenzuola in cui Baganis e Sveva consumano il loro unico atto sessuale. 

“La felicità esiste” era stato pensato come un libro sull’identità di genere; poi, come un libro sulla maternità, sull’essere fecondi, sul ventre materno. Di tutto questo, rimane poco nel romanzo uscito nel gennaio del 2012: campeggia il triste cinismo di Baganis, che proclama il proprio diritto a essere mediocre, la serialità dei suoi amori, il tentativo, fallito, di cambiare vita. Ma approfittando del nulla che sta inghiottendo questo mio romanzo, voglio proporre il punto in cui Anna rivela a Baganis la verità su Sveva.

 Valentina era affetta dalla Sindrome di Morris: era questo il segreto che Baganis aveva cercato di immaginare nell’ultimo mese, e che Anna, tra mille reticenze, aveva confessato a Marco durante la notte passata insieme – lui seduto sul bordo del letto, lei con la schiena appoggiata alla testata, un fazzoletto in mano, sempre pronta ad asciugarsi le lacrime. Baganis aveva ascoltato attento e silenzioso; ogni tanto faceva qualche domanda, a mezza voce, quando ad esempio non capiva qualcosa, o per sapere in che modo, con quali parole, con quali espressioni, Valentina aveva a sua volta raccontato ad Anna la principale causa dei suoi problemi. Anna, paziente, spiegava; con pazienza rispondeva; pazientemente cercava di far capire. Per la prima volta nella sua vita, era riuscita a cogliere l’immensa fragilità di quell’uomo che tanto l’aveva fatta soffrire: non era disposta a perdonargli nulla, ma sentiva di avergli voluto bene, e di volergliene ancora, come una madre ama un figlio sfortunato.

Fino al diciannovesimo secolo, la Sindrome di Morris era conosciuta con il nome poetico di “Sindrome delle donne belle”, perché i soggetti colpiti da questo problema presentavano caratteristiche estetiche particolarmente attraenti: pelle perfetta, capelli robusti e luminosi, completa assenza di peluria, corpo muscoloso e asciutto; in pratica, il ritratto di Valentina. Il rovescio della medaglia era l’incapacità assoluta di generare figli (Baganis ebbe un sussulto involontario, che ferì Anna). Morris, un anonimo studioso inglese, identificò la causa di questi sintomi: l’insensibilità agli ormoni androgeni. Qualche anno dopo, nella letteratura medica, il suo nome era stato soppiantato dal molto più tecnico acronimo “AIS”, cioè Androgen Insensitivity Syndrome.

“Insensibilità agli ormoni androgeni? Cosa significa? Le donne di solito sono sensibili agli androgeni?”, chiese Baganis, mentre un po’ guardava i mobili della camera, un po’ i piedi di Anna sotto le lenzuola – così lontani da tutto il resto dal corpo da non sembrare neppure suoi.

Gli anni passati davanti ad una classe di aspiranti meccanici, tentando di spiegare cose che nessuno capiva, e che non interessavano nessuno, stavano aiutando Anna a trovare il modo giusto per far arrivare le informazioni di cui il suo ex marito aveva bisogno per inquadrare correttamente la sua presunta storia d’amore con Valentina; ma più andava avanti, e più si rendeva conto che in fondo il suo vero desiderio era che tutto si risolvesse nel modo migliore, per tutti: superando il suo dolore di donna ferita, iniziava ad intuire che Marco era capace di amare, e che stava amando. Cercò di partire dal principio: “Durante lo sviluppo dell’embrione, un essere umano possiede abbozzi di entrambi gli apparati sessuali, sia quello maschile sia quello femminile. Se il cariotipo è 46, XY…”

“Cos’è il cariotipo?”

“E’ il patrimonio genetico di un essere vivente, visto dal punto di vista morfologico… cioè della sua forma, di come sono fatti fisicamente i cromosomi – non dal punto di vista della loro funzionalità. Cariotipo 46,XY significa che da un punto di vista morfologico, al microscopio, i cromosomi sono quelli tipici di un maschio… Noi abbiamo 46 cromosomi, raggruppati in 23 coppie. Le prime 22 sono chiamate autosomi, e sono indipendenti dal sesso dell’individuo; l’ultima coppia, è quella degli eterosomi, o cromosomi sessuali. Io sono XX, tu sei XY. Le hai mai studiate queste cose?”

“Sì, credo di sì, alle medie, o forse anche alle superiori; che i cromosomi fossero 46 lo sapevo, e sapevo anche che c’era questo discorso del XX e del XY, anche se non sono mai riuscito a ricordarmi chi è l’uomo e chi è la donna.”

“E’ semplice da ricordare: all’uomo manca qualcosa – un pezzo della X, che così diventa una Y. Il maschio è una donna al quale è stata tolta la femminilità: siete noi, senza un pezzo. E’ per questo che noi vi capiamo, mentre voi non potete capire noi.”

Questa frase, pensò Baganis, doveva averla imparata agli incontri sulla dea madre, o dalle divorziate anonime, o in uno di quei libri in cui le donne amano troppo: in che modo Anna l’aveva mai capito? A lei, sempre convinta di sapere tutto, era clamorosamente sfuggita un’intera dimensione dell’uomo che aveva sposato – la sua sessualità – e anche adesso, a distanza di anni, non riusciva ancora a comprendere cosa fosse successo veramente tra loro due. Con tenerezza mescolata a rabbia, Baganis pensò a quei daltonici che cercano di capire cosa significhi rosso, e non c’è verso di farglielo capire; ma poi, pensò a cosa aveva capito lui di Anna, in tutti i loro anni di matrimonio, e negli anni che c’erano stati prima, e in quelli che erano venuti dopo.

Anna riprese a parlare, cercando di mantenere un tono pacato e fermo, da professoressa: “La presenza del gene SRY sul cromosoma Y, il cromosoma maschile, determina la soppressione dei caratteri femminili primari, cioè l’utero, le tube e l’ovaio. Nessuno lo sa, ma l’embrione, durante i primi mesi di vita, ha tutto: tutto per essere un uomo e tutto per essere una donna. Se il cariotipo è 46,XX, come succede nel caso di una bambina, i caratteri femminili sono liberi di svilupparsi, e l’individuo che verrà al mondo sarà a tutti gli effetti una donna. Ecco, nel caso dell’AIS, l’individuo XY, cioè potenzialmente, anzi, cromosomicamente un maschio, è insensibile ai segnali che lui stesso invia al corpo che lo contiene per sopprimere i propri caratteri femminili. So che è complicato… E’ un uomo sordo al testosterone, quell’embrione; o una donna che non vuole rinunciare alla propria identità, alla propria femminilità. Dal punto di vista cromosomico, l’individuo che nasce è un maschio, ma fenotipicamente è una femmina: una femmina che però è priva di utero e ovaio.”

Fenotipicamente?” – ma avrebbe voluto chiedere se davvero a Valentina mancavano l’utero, e le ovaie, e la possibilità di diventare la madre dei figli che aveva iniziato a sognare.

“Vuol dire: dal punto di vista esteriore. Fuori, donna; ma dentro, in qualche modo, uomo. I testicoli ci sono, esistono, ma sono ritenuti nell’addome. Uno dei primi sintomi, uno dei primi campanelli d’allarme di questo problema, è un rigonfiamento simile all’ernia inguinale, nel basso ventre. Se il dottore è in gamba, e intuisce che quell’ernia in realtà nasconde qualcos’altro, allora è possibile eseguire subito l’operazione, l’asportazione dei testicoli, già durante i primi mesi di vita. In certi casi, invece, succede che i dottori aprano la bambina, e non sappiano cosa fare. Magari ne parlano con i genitori, ma spesso neanche loro sanno che decisione prendere. E’ un problema che nessuno dovrebbe mai affrontare. Loro sanno che la loro figlia ha un difetto che condizionerà tutta la sua vita; non è un naso storto, un rene che manca, o sei dita della mano: stiamo parlando del nucleo di una persona, capisci? Di ciò che lei è. Valentina mi ha raccontato che i suoi genitori non sono stati all’altezza: hanno preso la sindrome come una specie di punizione, e non sono mai stati in grado di aiutarla. Le hanno nascosto tutto, per anni.”

Marco guardò l’orologio accanto al letto: segnava l’una e mezza. La stanchezza stava iniziando a togliergli lucidità, ma non gli era chiaro se fosse per questo che, in quella penombra sussurrata, stava vedendo in Anna una sensibilità, e un’intelligenza sentimentale, che fino ad allora non aveva potuto, o saputo, apprezzare. L’aveva sposata così tanto tempo prima che ormai non ricordava più il perché – ma era sicuro che ci fossero stati buoni motivi, per il Baganis appena trentenne, ancora impacciato, uscito da poco dal nido, o dalla gabbia, della sua famiglia. Poi le cose erano cambiate, e di questo aveva ricordi più precisi: aveva perso interesse per lei. Quando parlavano, a tavola, a letto, in salotto davanti alla televisione, sapeva già cosa avrebbe detto, con un anticipo di due o tre frasi. Ogni tanto facevano l’amore, ma lei era distratta, pensava ad altro, sbadigliava. Per un po’, si era chiesto se il problema poteva essere lui: magari, a lei sarebbero piaciute cose diverse – più coccole, più carezze, meno furore. Aveva provato a spiegarle, con molto imbarazzo, che se avessero aumentato la frequenza dei loro rapporti – una volta al mese, a trentacinque anni, era una media al limite della sopportazione fisica – lui sarebbe stato più dolce, e un po’ più attento alle sue esigenze; lei, però, diceva che non c’era nessun problema, che andava bene così, che non si aspettava qualcosa di diverso da lui. Ma allora, cosa mancava? Perché mano a mano che i loro corpi perdevano intimità, il matrimonio assomigliava sempre di più al contratto di compravendita di una casa, o a un mutuo per tutta la vita? Anna era disinteressata a lui, o al sesso in generale? Fare l’amore significava costruire l’amore, fabbricare l’amore, generare l’amore; nel letto freddo, nel silenzio dei loro respiri, l’amore – tutto l’amore – si ghiacciava. Le altre donne, erano arrivate dopo, come una conseguenza: non erano la causa. Il primo tradimento fu una lacerazione dolorosa; per mesi, si tormentò, chiedendosi come poteva essere successo. Ma poi la dolcezza dei momenti passati assieme ad una ragazza che conosceva poco, e che aveva continuato a sorprenderlo, il ricordo delle ore convulse che avevano trascorso nel letto di un albergo – così diverse dai quarti d’ora che Anna gli regalava una volta al mese –, e la sensazione che in fondo fosse un suo diritto prendersi ciò che non gli veniva dato, e che fosse lecito, persino giusto, punire sua moglie per gli errori che stava commettendo, lo spinsero, dapprima lentamente, poi sempre più insistentemente, a cercare un’altra occasione. Fu allora che scoprì quanto fosse semplice convincere una donna a fare l’amore con lui: bastava chiedere. E quei primi rapporti, che lui cercava di incapsulare in un mondo parallelo, erano una compensazione di ciò che mancava al suo matrimonio – il modo più intelligente e semplice di garantirne la sostenibilità nel tempo; ma mano a mano che il corpo di Anna si faceva sempre più lontano (ora era lui che, una volta al mese, si concedeva svogliatamente alla moglie), anche tutto il resto diventava più distante. La convivenza – la ripetizione portata alle sue estreme conseguenze, gli odori condivisi, l’ansia del venerdì sera per il fine settimana da organizzare senza avere più niente in comune –, quella convivenza forzata alla quale era stata tolta la componente carnale, assomigliava sempre di più ad una luce al neon: utile, certo, e anche economica; ma fredda e brutta.

Ora però Anna parlava di corpi con una partecipazione, e una sensibilità, che, prima di allora, non aveva mai dimostrato. Cosa pensava di lui, quella donna che l’aveva sposato, e che poi aveva lottato, disperatamente, per non lasciarlo andare? Per la propria comodità, lui l’aveva semplificata, riducendola alla parodia della moglie che pensa solo ai figli, alla casa, e che vede il marito come un simpatico, incomprensibile (e quindi da comprendere) intruso in casa sua. Ma Anna aveva una bella testa; la sua tesi di laurea su Wittengstein, che lui aveva sempre preso in giro, era stata molto apprezzata nel mondo accademico. Al lavoro era seria, preparata come poche, e non si curava del fatto che i suoi alunni fossero così poco interessati alla letteratura italiana, o alla cultura in generale. Quando suo padre era morto – quell’uomo così brillante, così affettuoso con lei, così orgoglioso il giorno in cui l’aveva accompagnata all’altare – aveva saputo gestire il dolore profondissimo con coraggio: senza negarlo e senza lasciarsi sopraffare; e si era presa cura di sua madre, e di suo fratello, in modo molto più generoso di quanto ci si sarebbe potuti aspettare da una persona comune. Ed era stata un’ottima madre – come poteva negarlo? Leonardo stravedeva per suo padre perché lo faceva divertire, e, soprattutto, perché aveva paura di perderlo; ma era la mamma, il suo punto di riferimento. L’eccitazione delle avventure, che Baganis infilava sempre più velocemente una dopo l’altra, avevano richiesto un ridimensionamento di Anna: tradire una donna così in gamba per donne che ne erano l’amaro surrogato sarebbe stato incomprensibile anche per lui.

Ma adesso, era di Valentina che si doveva parlare.

“Ha sofferto molto?”, le chiese, con la voce bassa.

“Sì. Ha sofferto molto. Quando era piccola forse no, anche se retrospettivamente molte cose le sono state chiare una volta diventata adulta – la distanza di sua madre, l’imbarazzo di suo padre. Le persone che avrebbero dovuto amarla, dentro di sé continuavano a pensare di avere una specie di mostro, in casa, un fenomeno da baraccone… Hai presente la donna barbuta, o i gemelli siamesi dei circhi dell’ottocento? Avevano una bomba ad orologeria in famiglia, pronta ad esplodere una volta che la pubertà sarebbe arrivata; e invece di provare a disinnescarla, la tenevano nascosta sotto un cuscino. Fatalismo contadino – voi veneti siete fatti così. Per questa sorta di rassegnazione, le gonadi, i testicoli, sono stati lasciati al loro posto; a 13 anni, hanno dovuto operarla d’urgenza, ma ancora non le hanno voluto dire niente. Lei pensò di avere un cancro, e che non avessero il coraggio di dirglielo. Il dottore che la seguiva, forse per ottemperare alle indicazioni dei genitori di Valentina, con lei rimaneva sempre sul vago: aveva qualche difficoltà nello sviluppo, il seno cresceva poco, non c’erano le mestruazioni, e quindi era necessario usare gli ormoni per darle una mano… E le cose che mi avete tolto dalla pancia? chiedeva lei. Cisti; ma è tutto passato. A lei mancavano le ovaie, ma ai suoi mancava la cultura, la capacità di comprendere una cosa così difficile. Molti genitori non trovano il coraggio di raccontare la verità a queste bambine; quando chiedono cosa sono quelle cicatrici sull’addome, si limitano a dire che da piccole avevano avuto l’ernia. Fino alla pubertà questa storia regge. Ad un certo punto, però, queste ragazzine si accorgono, realizzano, che a differenza delle loro compagne di classe, e nonostante gli ormoni che prendono ogni giornio – con tutti i problemi che ne derivano, gli sbalzi d’umore, le vampate – nonostante tutto questo le mestruazioni non arrivano mai; e il seno è piccolo, in certi casi un accenno appena percettibile; l’aureola non si estende – il capezzolo rimane quel bottoncino inutile che avete voi uomini; i muscoli crescono di volume, assumono un tono insolito, sono più grandi di quanto si sarebbero aspettate; il pube e le ascelle continuano a rimanere glabre. Hai presente cosa voleva dire, a 13 anni, avere un brufolo sul naso? Prova ad immaginare come possa essere così profondamente diverse… Valentina mi diceva che quando era a scuola, e si cambiava nello spogliatoio con le sue compagne di classe, dopo ginnastica, c’era imbarazzo. Da parte sua, e da parte delle altre ragazze. Certe cose, si sentono a pelle…” – ma di questo Baganis non era affatto convinto: oppure, si disse, per un mese era stato cieco, o sordo. Davvero avrebbe dovuto sentire che Valentina era una donna diversa da tutte le altre? Il suo fisico era perfetto: in questo, si distingueva dalle donne che di solito si portava a letto. Si era dunque fatto confondere da quella bellezza? Dentro a quel corpo che aveva penetrato a fatica, ribolliva carne di maschio, e lui non se ne era accorto. A quale sesso apparteneva la lingua che aveva combattuto con la sua? Di chi erano le natiche che aveva stretto tra le mani, e i capezzoli che aveva succhiato sognando che da lì sgorgasse latte materno? Ma sebbene continuasse a farsi domande, e sebbene le domande che continuava a farsi gli facessero sempre più male, sentiva che dentro di lui c’era un nucleo di amore che non poteva essere scalfito – una forza che non poteva essere ricondotta né ai cromosomi, né agli organi più o meno sessuali che i corpi esponevano come un’interfaccia sentimentale, verso il mondo: lui amava la persona Valentina. E mentre sentiva che la sua consapevolezza era sempre più definita, Anna continuava a parlare, a spiegare.

“Certo, ci sono cose di cui queste ragazzine sono contente: sono insensibili al testosterone, e quindi non hanno nemmeno un brufolo; sulla pelle del loro viso non c’è quella sottile peluria trasparente che spesso compare durante l’adolescenza; i capelli sono luminosi, grossi, folti, belli. Normalmente, anche le donne produco testosterone, ma in dosi ridotte; nella confusione della pubertà, durante l’assestamento degli ormoni, può succedere che nelle ragazzine quelli maschili si sveglino prima di quelli femminili; ed ecco dunque cosa ci regala la nostra parte maschile: peli, brufoli, e capelli grassi. Siete la nostra rovina, voi uomini. In un mondo privo di testosterone si vivrebbe molto meglio.”

Erano anni che Anna lasciava passare l’8 marzo senza festeggiamenti: riteneva, e lo diceva a chiunque le facesse gli auguri, o tentasse di regalarle un mazzetto di mimose, che le donne fossero sfruttate dagli uomini – ora più che in tutti i secoli passati – e che quella festa fosse solo un modo per nascondere il problema: un inganno organizzato per far credere alle donne che gli uomini pensassero a loro con affetto, tenerezza e rispetto. Lui si era convinto, ormai da tempo, che prima o poi Anna si sarebbe fidanzata con una sua collega, o con un’altra donna lasciata, anche lei, da un uomo a immagine e somiglianza di Baganis: e insieme a quella donna sarebbe stata finalmente felice. Quando cercava di capire cosa nascondessero Anna e Valentina, quale fosse il loro segreto, aveva pensato, più di qualche volta, che tra loro ci fosse una storia d’amore. Sarebbe stata una lesbica d’assalto, Anna – sarebbe persino riuscita a fregarsene del giudizio della gente.

Come a voler confermare quella teoria, Anna disse: “Il problema che noi donne abbiamo siete voi, gli uomini. Ma nel caso di Valentina, è peggio.”

Anna esitò per qualche secondo; si soffiò il naso, cercò di mettersi un po’ più comoda sulla testiera del letto. La camera era fredda; sulle finestre si stava raccogliendo la condensa dei loro vapori. Fece un sospiro profondo: raccontare le faceva male, ma sembrava che davvero volesse arrivare fino in fondo; Marco, che sentiva sempre più freddo, e aveva sempre più paura per Valentina, e il mostro che la stava inseguendo, continuava a stupirsi di come lei riuscisse ad affrontare temi così delicati – così delicati per lei – senza evitare le parti più difficili.

Anna riprese: “C’è un problema, che dal mio punto di vista è… è assurdo, è terrificante, perché è qualcosa di medioevale, un argomento che dovrebbe far vergognare tutti gli uomini, tutti i maschi… Tra tutte queste cose – il fatto che non questa donna non possa avere figli, i dubbi legati alla propria identità, la tragedia di queste famiglie incapaci di gestire problemi così profondi, l’imbarazzo, la distanza, la vergogna – il problema centrale è che la vagina rimane piccola.”

“Piccola quanto?”, chiese Baganis, ma mentre lo diceva si pentì di aver fatto proprio quella domanda: il maschio che era dentro di lui aveva intenzione di sabotarlo.

“E’ così importante?” – il tono era infastidito – “Possibile che per voi uomini sia così importante? Perché era esattamente quello che volevo dire… La misura ridotta della vagina è il problema più grande; è il problema più grande perché c’è un problema ancora più grande, che sono le dimensioni del vostro pene; ma ce n’è uno ancora più grande, ed è che senza, senza la… senza la penetrazione, a voi non sembra neppure di amare! Questo è il problema delle donne che soffrono di AIS: il vostro… il vostro cazzo!”

Baganis chinò la testa, ed ebbe un brivido. Ricordava bene come era andata l’unica notte d’amore che c’era stata tra lui e Valentina. Aveva pensato che lei fosse vergine, ed era stato quasi felice per questo – una prova d’amore che non si aspettava: invece, aveva la figa piccola. Lui spingeva, ma in fondo a quel tubo di carne non c’era una cameretta per i figli che avrebbero avuto: c’era un muro. Il fenotipo l’aveva ingannato: fuori, il corpo diceva “donna”; dentro ad ogni cellula, c’era solo puro cariotipo XY.

Ma improvvisamente, tutta la meccanica dell’atto sessuale gli sembrò qualcosa di ridicolo, di inutile, di casuale. Da qualche miliardo di anni, la vita cercava di sfuggire alla morte (il destino che definiva la vita stessa) attraverso la riproduzione. La riproduzione richiedeva il mescolamento di cellule appartenenti ad individui diversi. Un po’ alla volta, gli individui diversi si erano specializzati: chi forniva il seme, chi l’uovo e il nido che l’avrebbe fatto crescere. Poi, molto dopo – milioni di anni dopo – era arrivato l’amore. Ma – milioni di anni dopo era finalmente chiaro anche a lui– non c’era mai stata nessuna relazione tra il tumulto della sua anima e quelle penetrazioni! Giorno dopo giorno, aveva scopato chiunque, ingannando, ogni volta, il perverso meccanismo della riproduzione. Sigillato in una specie di cellophane lubrificato, il suo cazzo aveva gettato fuori un inutile seme; avvolto in un cellophane altrettanto resistente, il suo cuore aveva finto sentimenti, attenzioni, tenerezze, ma da quel muscolo palpitante non era uscito nulla di vivo. Ora, a quanto pareva, il preservativo della sua anima si era lacerato; e Baganis, come un personaggio delle soap opera che Daniela guardava mangiando intere vaschette di gelato, e che poi gli raccontava nelle interminabili ore che seguivano il coito, finalmente amava.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

11 commenti su “Il segreto di Sveva

  1. elinepal
    19/02/2014

    Bello. Dove sono queste poche copie del tuo libro?

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      23/02/2014

      Mah… qualcuna su ibs, qualcuna su Amazon… mano a mano che finiscono, non vengono più sostituite… non si trovano neppure negli stand della Fandango, alla fiera dei libri… credo che abbiamo ceduto i diritti, ma non nessuno mi ha detto a chi…

      Mi piace

  2. luciaguida
    19/02/2014

    Peccato, Paolo. Per il tuo bel libro, per la poca lungimiranza della Fandango, per l’editoria italiana a oggi così confusa e per certi versi dispersiva. Un grande lutto per tutti noi. Abbraccione.
    Lucia

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    • Paolo Zardi
      23/02/2014

      Chissà se un tempo l’editoria è stata meglio di così…. C’è un problema alla radice: le case editrici sono aziende con bilanci. Nel momento in cui si convincono che il loro obiettivo è fare soldi, o non perderne troppi, perdono di vista la loro missione…

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  3. metropolis99
    19/02/2014

    Scatena rabbia pensare che è un romanzo pubblicato appena 2 anni fa… neanche appartenesse a quella schiera di testi “mordi e fuggi” la cui qualità è poca cosa. Concordo con Lucia per la confusione e la dispersione in cui sta affogando gran parte dell’editoria italiana… c’è approssimazione e, spesso, “menti” non all’altezza. Tuttavia, c’è anche un’editoria indipendente che dà speranza e si basa su forti valori e coscienze, preparazione, audacia e idee… non paraculaggine… posso sperare che il romanzo di cui sopra, come le altre tue pubblicazioni, sarà rispolverato da una luce nuova…

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    • Paolo Zardi
      23/02/2014

      grazie per l’augurio! e confermo, la piccola editoria, pur con tutti i suoi limiti,garantisce ancora un po’ di qualità…

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  4. Branoalcollo
    19/02/2014

    ricordo la Alet, di Padova, faceva dei libri bellissimi, dispiace per il destino del tuo libro, ma può darsi che qualche altro editore lo ripubblichi, sarebbe bello…

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    • marinasangiorgi
      19/02/2014

      La vedo così: anche se non è nelle librerie è uno dei migliori romanzi degli ultimi anni. e anche se è nato per caso Marco Baganis è un personaggio memorabile, l’archetipo del nuovo dongiovanni fantozziano postmoderno che cerca la felicità senza trovarla. vediamo il lato positivo: almeno, io lo so…

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  5. molto bello (ma d’altrone, è il mio lavoro, quindi sono di parte). mi spiace che si debba chiudere l’esperienza di pubblicazione.
    hai pensato a tenerlo in circolazione con modalità print-on-demand, se la casa editrice rilascia i diritti?

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    • Paolo Zardi
      23/02/2014

      grazie!
      per la circolazione, so che la Fandango ha ceduto i diritti (credo per evitare che qualcuno gli intentasse una causa..) per cui chissà, magari in futuro… in ogni caso, nel 2022 saranno comunque miei! 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 18/02/2014 da in La felicità esiste, Sui miei libri con tag , , , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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