Baganis – Le origini

Credo che l’unico buon motivo per scrivere un romanzo – per dedicare ore e ore a mettere insieme centinaia di migliaia di lettere, decine di migliaia di parole, paragrafi e capitoli – sia che scrivere un romanzo è una cosa che ti piace fare. Tra tutte le attività che uno può scegliere (me ne vengono in mente alcune: giocare a fantacalcio, leggere, costruire modellini di automobili, guardare serie tv, chattare su Facebook, coltivare amicizie), scrivere un romanzo rientra tra le scelte meno furbe: la fatica è tanta, e la soddisfazione piccola e privata. Pubblicare va messo in conto come un accidente, e probabilmente queste cose, cioè la prospettiva editoriale, l’idea che quello che stai scrivendo finirà davvero per essere letta da qualcuno, cambierebbe in modo sostanziale l’atteggiamento con il quale ci si mette davanti alla pagina – e non sono sicuro che sarebbe un cambiamento di segno positivo.

Ho scritto quattro romanzi. Mettendoli tutti insieme, verrebbe fuori un libro di mille pagine. Ne ho iniziato un’altro ma arrivato a metà l’ho abbandonato, proprio l’anno scorso. Ora ne sto scrivendo un altro, diverso da tutti i precedenti. Ho iniziato nel 2007 –  ho accettato di volerlo fare durante un tumultuoso viaggio a Palermo, con un libro di Roth in mano, il vento che spingeva l’aereo in volo, e poi agitava il mare poco distante dalle mie finestre. Non è stato un momento piacevole, come potrebbe essere scoprire di aver vinto qualcosa al superenalotto: è stata, piuttosto, il riconoscimento delle stigme di una specie di vocazione. Avevo rinviato il momento per anni; ma da quando ho iniziato a scrivere, non ho più smesso. Mi pare che questo mi definisca più di quanto faccia il lavoro, ad esempio, al quale pure dedico tempo, passione e intelligenza. Ma non sono un buon romanziere. Commetto errori tali che gli editori non vogliono pubblicare quello che scrivo, con l’unica eccezione de “La felicità esiste”. Questo, se non altra, dimostra che la mia passione è sincera e disinteressata. Sono felice che mi piaccia scrivere. 

La cosa buffa è che con il tempo mi sono divertito a costruire un mondo che solo ora sto abbandonando: un’azienda, la SIB, che raccoglie il meglio e il peggio di ciò che ho trovato giro; una manciata di personaggi che popolano questo mondo, entrando e uscendo dalle porte che piazzo in giro; uno sfondo che accompagna le mie storie. E tutto è iniziato con Baganis. Il primo libro che ho scritto parlava proprio di lui: raccontava i sette giorni che sconvolsero la sua vita (e che poi verranno riassunti in uno dei capitoli centrali de “La felicità esiste”: la morte del marito di una sua amante, l’incidente di suo figlio, l’interminabile attesa in ospedale). Ero alla ricerca di una voce che fosse cinica ed empatica allo stesso tempo. E poiché la mia esperienza, fino a quel momento, si limitava ai post di un blog che curavo con molta passione, procedevo per piccoli capitoli piuttosto discontinui.  Il risultato è un piccolo pasticcio, con qualche buona idea. Il titolo, che comunque gli editori avrebbero cambiato se avessero deciso di pubblicarlo, era “Post coitum” o “C’era una volta l’amore”. Sono affezionato a questo libro. E’ l’atto costitutivo, il peccato originale, il punto di partenza. Gli voglio bene, come al primo gatto con un occhio tumefatto che si trova in strada, e che ci si porta a casa.

Con questo post, inizio un ciclo di quattro articoli tutti su Baganis, e sui libri che ho scritto e che non vedranno mai la luce – e non perché credo che sia importante farlo: penso che sia un piccolo dovere per me, un modo per chiudere un capitolo della mia vita, e iniziarne un altro. Quello che segue è l’incipit del mio primo romanzo, scritto tra il febbraio del 2007 e il maggio del 2008.

POST COITUM

Capitolo 1

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.”
                        Lc, 23-24

Alle undici e sei, in un cimitero di provincia, mentre una bara scura viene calata con consumata perizia da quattro becchini – capelli chiari e corti, pelle rossa, mani grosse, sguardo appena partecipe – e i tre figli del morto (sei anni, quatto anni, un anno), stanno, semplicemente stanno, accanto alla fossa, senza fare nulla oltre a stare (il più grande però nota un sasso sul quale pare essere rimasta incastrata una qualche lumaca preistorica – il sasso è dentro alla fossa e sta per essere coperto da suo padre), in maggio, in Veneto, mentre la moglie del morto piange (scompostamente, notano i parenti), con un lamento rumoroso, più rumoroso di quanto ci si aspetterebbe da una donna occidentale del ventunesimo secolo, e dentro alla bara stanno le ceneri, le ceneri in senso stretto, del padre amorevole dei tre bambini, del marito fedele della donna, del collega instancabile di quegli uomini che assistono mesti, due o tre passi indietro, le mani giunte davanti al pube, il capo leggermente inclinato, gli occhi socchiusi per il sole (o per il sincero dolore, o per il pensiero incessante poteva capitare anche a me), le ceneri de “l’amorevole fedele ed instancabile Federico D’Amico” (come recitava il necrologio pubblicato la mattina stessa, su tutti i quotidiani del Veneto e sul Corriere della Sera di Milano) deposte nella cassa quasi nera, lucida, i manici di ottone, la croce sobria sul coperchio, il bordo decorato, una corona con scritto “I tuoi amici” appena rimossa, nell’ala B del cimitero, dalle parti di Vicenza, alle undici e sette, Marco Baganis, scarpe quasi nere e lucide come la bara del suo collega, padre pessimo, marito infedele, lavoratore al limite della decenza, figlio incompreso e degenere (incompreso e quindi degenere, scherzava lui, ma degenere e quindi incomprensibile, lamentavano i suoi genitori) in un cimitero, si diceva, nel 2006, Marco Baganis, carnagione olivastra, alle undici e otto, guarda di soppiatto il culo di un’amica della famiglia del morto illuminato (il culo) dal gentile sole primaverile, senza alcuna possibilità di sottrarsi al suo naturale, irresistibile richiamo.

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6 thoughts on “Baganis – Le origini

  1. Adoro Baganis, adoro questo rompere, in nome del desiderio più primitivo e vero, le consuetudini borghesi. L’abbiamo già detto, è tipico dei tuoi scritti, e sarà un vero piacere leggere gli altri pezzi …

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