Baganis – Un collega di cui vergognarsi

Continuo la serie di post dedicati a Baganis, personaggio presente in tutti e quattro i romanzi che ho scritto fino a questo momento, e personaggio principale del quinto che però ho abbandonato prima di arrivare a metà. Perché lo faccio? Perché perdo tempo con queste cose che, quando le trovo nei blog altrui, guardo sempre con un po’ di fastidio? Il 2013 è stato un anno orribile, dal punto di vista della scrittura (e non solo da quel punto di vista: niente succede per caso). La salvezza è arrivata inaspettata verso la fine dell’anno, a ottobre, e ha coinciso con un taglio deciso con il mio passato. Parafrasando (e scimmiottando, si intende) il mio autore preferito, Baganis è uscito di scena. Ed è stato solo chiudendo quella porta che se ne è aperta una nuova la quale, per il momento, ha prodotto un libricino che uscirà a maggio… Ma di questo ne parlo meglio in un’altra occasione.

Una volta completato “Post Coitum”, nel maggio del 2008, dopo essermi reso conto che non sarebbe stato mai pubblicato, e provata la bella soddisfazione di vedere un mio racconto nella raccolta “Giovani cosmetici” – il mio primo contatto con il mondo dell’editoria – mi sono messo a pensare a una nuova storia da scrivere. L’idea che mi frullava in testa da un po’ di tempo era legata, o ispirata, a un’opera di Bach, “La Passione secondo Matteo”, che racconta gli ultimi due giorni di Cristo. Ho raccolto informazioni (mi sono letto una monumentale biografia di Bach, ad esempio) e ho ampliato le mie ricerche sulla nascita dei miti, leggendo degli ottimi libri di Jpseph Campbell. Ho buttato giù qualche scena, le caratteristiche dei due personaggi principali (un uomo in punto di morte e suo figlio), i tratti vaghi di un terzo (una sorellastra del figlio), ma il progetto non riusciva a decollare. Era appena iniziata l’estate del 2008.

Ci sono libri che ti cambiano la vita. “Lolita” di Nabokov è stato uno di questi. Succede poche volte nella vita, e sicuramente conta anche la particolare predisposizione che si ha in certi momenti. Quando è arrivato questo romanzo, da molto considerato uno dei più belli del ventesimo secolo, c’erano tutte le condizioni per amarlo. E una volta finito, ne ho subito cercato un altro, e ho trovato lo strampalato “Fuoco pallido”, forse il punto più alto dell’opera di Nabokov. Ero a Sondrio per lavoro, e mi sentivo letteralmente elettrizzato. Alla fine di tre giornate particolarmente impegnative, sono partito per Cortina, dove mi aspettava un altro cliente. Alla fine di quel viaggio in macchina, durato sette ore, tra tornanti, valichi e insuperabili macchine di suore, avevo ideato ogni singola scena di un romanzo che non c’entrava nulla con quello che avevo pensato fino a quel momento. Per tre mesi ho raccolto dettagli, idee, espressioni particolare, annotando tutto in un quadernino con la copertina verde; ai primi di novembre ho iniziato a scrivere e mi sono fermato sei mesi dopo, con un volume di quattrocento pagine in mano.

Leggere Nabokov può essere un problema: invita all’emulazione. Ma poiché il suo talento è inarrivabile, i risultati dei suoi imitatori sono, spesso, una patetica parodia dell’originale. Il romanzo che ho scritto non si sottraeva a questo destino: era nabokoviano sotto molti aspetti, per la prosa esageratamente ricercata, i vezzi, i calembour, un po’ di misoginia, tramonti e colori. Il risultato, però, non raggiungeva neppure la sufficienza. C’erano cose veramente ridicole, là dentro. Solo che era il primo libro che avevo scritto con impegno, e amore, e passione, e ho impiegato mesi, o forse anni, a metabolizzare tutti i no che ricevetti.

La storia, della quale ho già messo qualcosa qui e qui, parlava di Lorenzo Bettini, un uomo sovrappeso, sposato con Lina, una donna sovrappeso, padre di Luigi, un ragazzo sovrappeso, che, dopo aver subito per anni infinite umiliazioni sul lavoro e in famiglia, decide di mollare tutto per compiere un clamoroso atto d’amore: strappare una prostituta dalle grinfie del suo protettore, Victor detto l’Unno. Durante la rocambolesca fuga, però, piano piano si trasforma in una sorta di carnefice per la ragazza che ha salvato. La liberazione dai valori borghesi, insomma, lo trasforma in un uomo nuovo: feroce, determinato e finalmente felice. (La sua storia è accennata brevemente anche ne “La felicità esiste”, durante un dialogo tra Baganis e il suo capo, Matteo De Angelis).

Cosa c’entra tutto questo con Baganis? Bettini è un suo collega. La SIB, che in “Post coitum” non era mai nominata, acquista qui la fisionomia che poi sarà definitivamente illustrata ne “La felicità esiste”. Baganis fa solo due piccolissime apparizione; la prima in una scena centrale del libro: Bettini sta aspettando che la ragazza che vuole salvare scenda dalla macchina di un cliente. Siamo nella zona industriale di Padova. Lui, lo ricordo, è un uomo integerrimo, pieno di buone maniere, schiacciato da moglie, figlio, colleghi, ed è terrorizzato all’idea che qualcuno possa riconoscerlo. A un certo punto… Mi fermo qui. Nella seconda, siamo sempre nella stessa strada. Bettini è tornato con i soldi per versare a Victor il riscatto della ragazza. Lascio la parola ai due brani, tratti da “La gentilezza del carnefice” (brano che tra l’altro contiene un dettaglio fondamentale su Baganis, che in “Post Coitum” era rimasto in sospeso: suo figlio, caduto dalle scale, non ce l’ha fatta).

 La gentilezza del carnefice 

Parte prima, capitolo 9

Fuori c’era freddo – il mio respiro, appena usciva dalla bocca, si trasformava in un impalpabile fumetto – e buio. Le cime degli alberi si muovevano lentamente, spinte da un vento pigro; ogni tanto un foglio bianco mi attraversava la strada, rotolando, alzandosi, planando, e atterrando, infine, in mezzo ad altre carte. La zona industriale era quasi deserta: non c’era più il viavai dei camion che avevo visto giovedì, ma solo una lenta, sommessa processione di macchine che entravano ed uscivano dalle strade, avanti e indietro, oziose, come se fossero aghi che dovevano imbastire un qualche vestito. Erano rimaste poche prostitute; quelle allegre avevano perso il sorriso, quelle tristi parevano ormai rassegnate. Una, aveva anche perso una scarpa, e ora stava appoggiata ad un muro, sbilenca. Cercai l’angolo dove giovedì sera avevo visto la ragazza che – finalmente ora lo sapevo – aveva chiesto il mio aiuto; quando lo trovai, vidi che lei non c’era ma aspettai, perché poco più in là, nella stessa posizione della volta precedente, c’era la BMW del suo prottettore. Cosa avrei fatto, quando sarebbe arrivata? Non potevo scendere dalla macchina: l’unno avrebbe potuto riconoscermi, e scendere dal SUV, e avvicinarsi a me, e, senza dire nulla, spaccarmi la faccia a pugni. Dovevo tirarla su: ma per portarla dove? A casa mia? Dalla polizia? Il mio era un gesto nobile, non c’era dubbio; allo stesso tempo, però, la situazione avrebbe potuto prestarsi anche ad altre interpretazioni. Come mai conoscevo una prostituta? Perché proprio quella? Perché alle cinque del mattino? Eccomi al Commissariato (nei film dicevano così), seduto con una lampada puntata sugli occhi, mentre due o tre poliziotti, a turno, mi prendono a sberle, gridando: “Parla”; il Commissario, il più tozzo di tutti, è al telefono con Lina che dalla Sicilia suggerisce le domande da farmi; fuori dalla porta, tutti i miei capi mi aspettano per comunicarmi il licenziamento; in un angolo, Luigi ride.

Mentre aspettavo, e pensavo alla migliore strategia da adottare, alcune macchine si avvicinavano alla mia, e gli uomini che le guidavano, padri di famiglia in tutto simili a me, buttavano un’occhiata dentro – un’occhiata complice, e curiosa. Io cercavo di guardare davanti a me, piegando la testa verso il basso, per evitare di essere riconosciuto lì, in quella strada, a quell’ora, ma non riuscivo a dimenticare che dietro avevo una targa che urlava al mondo chi ero. Ad un certo punto mi parve di riconoscere il profilo un po’ aquilino di un mio collega, un certo Marco Baganis, un tizio che dopo aver lasciato la moglie ed un figlio (poi morto cadendo dalle scale), non aveva mai nascosto di frequentare prostitute: la sua dichiarata mancanza di moralità avrebbe reso ancora peggiore il fatto che mi potesse riconoscere, perché questo Baganis avrebbe potuto considerarmi, in qualche modo, uno come lui, con la sua stessa mancanza di valori, di rispetto per le donne e per la famiglia: mi avrebbe fatto l’occhiolino davanti alla macchinetta del caffè, dandomi piccole gomitate di complicità, come se fossimo membri di uno stesso sordido club.

Parte prima, capitolo 12

All’angolo della strada non c’era nessuno. Un venticello primaverile spostava qualche carta da una parte all’altra della via, ma era come in una soluzione di due liquidi in equilibrio, nella quale la media di corpuscoli che si muovono in una direzione e quelli che vanno nel verso opposto è nulla: il paesaggio rimaneva desolante e tetro sempre allo stesso modo. Mi passarono accanto alcuni camion immensi; poi, una macchina con dentro – questa volta ne ero certo – il mio collega Marco Baganis, sorridente e abbronzato (lui diceva di avere origini greche, ma non gli avevo mai creduto). Il pacchetto di soldi che tenevo in tasca, avvolto nella prima pagina di una Gazzetta dello Sport che avevo comprato sabato mattina, come concessione rosa e voluttuosa a un vizio che non avevo mai avuto, stava lievitando in un modo che potevo percepire solo dentro di me. Le mani avevano ripreso a sudare, e dovevo assolutamente trovare un bagno – le spiacevoli conseguenze della paura, e dei suoi automatismi. Cosa ci facevo, io, là?

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One thought on “Baganis – Un collega di cui vergognarsi

  1. Si conferma la mia teoria della rottura dell’ordine borghese, che Baganis ben rappresenta, ben presente in tutta la tua scrittura. Lasciamo stare il bene e il male, e raccontiamo una storia, una storia di vita, con le umane debolezze. Bellissimo poi riscontrare personaggi, o anche “pezzi” di tuoi altri scritti (o almeno mi pare). Stupende poi, queste apparizioni di Baganis; pare quasi di vederlo, e di vedere il collegga “borghese” che suda freddo. Siamo ancora nel ‘900, con l’uomo in crisi (ne usciremo mai?), ma siamo anche fuori… perdona queste sconclusionate idee da “critico”, ora ritorno al mio rock 😉

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