L’inserto del martedì – Tarocchi di Francesca Fiorletta

Questo è un inserto del lunedì; ma poiché oggi è martedì, questo è un inserto del martedì. Che è uguale a quelli del lunedì, solo che viene pubblicato il martedì.

Una delle cose belle del presentare un libro è la quantità impressionante di persone che si conoscono durante questi viaggi. Giovedì sono partito per Roma, poi sono andato a Cava de’Tirreni, quindi a Nocera Inferiore e sono tornato domenica. Ho visto, conosciuto, abbracciato, apprezzato decine e decine di persone. Venerdì, sono perfino finito in una radio, in una trasmissione di due ore. E il giorno prima, all’HulaHoop di Roma, un locale che mescola musica, libri e cucina, ho incontrato anche Francesca Fiorletta, che aveva organizzato la presentazione. Con lei è nato un bello scambio di mail, grazie al quale ho potuto conoscere la sua attività di scrittrice. Questo racconto, che è un brano di qualcosa di più ampio, mi è sembrato particolarmente divertente, e quindi… “Tarocchi”, di Francesca Fiorletta!

Tarocchi
di Francesca Fiorletta

Ho superato un test d’ammissione all’università, ma non ti eri già laureata? Mi chiede Elena, mentre mastica una gomma all’anice, lo sguardo tagliente, la mano sinistra sempre in tasca, la bocca asciutta come una feritoia cucita di sguincio, a palesare una certa insana noncuranza verto i rapporti sociali, la buona educazione, le credenziali d’accesso alla vita pubblica, quelle proprio non mi toccano minimamente, sono una Emo, io, vesto alla Emo, mi tingo i capelli di nero corvino, mi faccio la riga sbagliata di lato, mi squadro la faccia col rimmel dei poveri e me ne fotto di voialtri incardinati, rutilanti routinari del successo farmaceutico, ah, aspetta, mi sta squillando l’iPhone.
È un post-laurea, provo a interagire, ma lei è già corsa ad appoggiarsi ad una macchina, una Punto grigia, metallizzata in malo modo, coi finestrini appena sbeccati dal ghiaccio appassito dei “giorni della merla”, tiene in alto l’auricolare nella mano, sì certo dimmi, poi quando arrivi, ma si può sapere chi è quella puttana?, però qua fuori si gela, finisco svelta il mozzicone e cerco di rientrare nel locale, con questa calca dannunziana c’è un’aria invivibile, stanno pure suonando rhythm and jazz, Perché non ti fai leggere i tarocchi?
Subito all’ingresso mi ferma Luigi vestito da Monica, una gonna lunga del colore della porpora, tante medagliette dorate che zampettano, il bustino celeste allacciato stretto, allunga l’avambraccio peloso e gonfio di palestra, spunta vivace l’osso del polso a rendere meno scettico il contraccolpo, Come dici, prego?
Si chiama Luigi, mi racconta, 37 anni, una carriera da perito tecnico lasciata a metà, dietro la puzza del conto corrente ristrutturato nella lavanderia di famiglia, l’uso del mezzo, un cappotto marrone che diventa all’improvviso troppo stretto, tende a soffocare, a primavera; perciò compiuti i trenta ha deciso di smetterla con queste cazzate della borsa, dei mutui contabili sempre in ritardo, della zia sicula che continuava a chiedergli perché non si trovasse una brava fidanzatina, una di quelle a modo, che sapesse stirare le camicie con un occhio solo e mangiare tanti panini pure a merenda, e poi non lo bevono mica il vino all’aperitivo ma la coca-cola, che si senta il rigurgito.
Luigi non ce la faceva più a stare appresso a tutto, così ha mollato, s’è trasferito al nord, nella città, s’è preso un letto in affitto a Garbatella e ha iniziato una storia lunga e tormentata con Armando, il suo coinquilino, un musicista techno sempre sbronzo con la scusa delle ripetizioni. Poi è stata la volta di Fabio, poi di Andrea, di Gianmarco con la fissa del pallone, di Pietro che lo faceva sempre e solo in piedi, di Guglielmo che non voleva raccontarlo nemmeno ai conoscenti del lavoro, di Filippo il domatore di ciliegie, che però gli ha insegnato certi trucchetti col vibratore, Ma tu lo usi, vero, cara?
Scoppio a ridere, gli dico guarda, però non ho capito dei tarocchi, e Luigi allora mi fa accomodare, mi dice prendiamoci una birra che ti racconto, solo chiamami Monica, adesso mi chiamo Monica, mica sono operata però, il cazzo mi piace così tanto, mi capisci, come la vuoi la birra, una chiara?
Preferisco il vino rosso, ma Monica è già partita all’attacco, grida due chiare stridule a Giovanna JK, la barista simpatica che si diletta di arte e fotografia, stasera si espone una sua mostra, nel retro palco, sotto al suono delle chitarrine in sol maggiore, allora, stavamo dicendo?
Quindi inizia a spiegarmi che vestito da donna guadagna di più, che noi donne c’abbiamo questa fortuna qua, di sembrare accomodanti, pure se siamo delle stronze col botto, figlia mia, dice proprio col botto, certe volte, non t’offenderai, ma che a farsi leggere la mano da uno che è maschio la gente non ci va, col pomo d’Adamo e i Levis a vita bassa, metti pure due peli ricci che gli sboccano dalla cintura, te l’immagini che schifo, invece una donna attizza sempre, pure se sei donna e ti piace il cazzo, come a me, comunque ti ci siedi più volentieri, o no?, davanti a una donna, vieni qua bella, ma tu come ti chiami? Fatti legge sti tarocchi, che mi stai simpatica.
E inizia a dirmi che sto affrontando un percorso professionale molto importante, denso e luminoso, e che però non sarà quello definitivo della mia vita, allunga le iridi da pappagallo, no tranquilla poco male, lo sapevo già, quello che voglio fare per davvero non l’ho ancora cominciato, e intanto lancio uno sguardo di traverso, oltre la porta a vetri della sala da ballo, il tavolo dei miei amici con la poltroncina vuota, era la mia, le olive snocciolate lasciate a metà, uno alza il pollice come Fonzie, chissà quanto se la ridono, i cretini.
E Monica intanto mi legge nei tarocchi che sto con un uomo, un uomo pure lui bello e luminoso, che posso quasi ritenermi appagata, oggi, dal punto di vista dell’ammore, ma che comunque devo stare serena, che non sarà l’uomo della mia vita, e io le dico ah tesò, e mica mi servivano i tarocchi, così lei sbotta a ridere, urla un’altra birra, se l’era già scolata tutta senza chiedermi nemmeno della salute, se leggo gli oroscopi, che cazzo ci faccio là, e poi a un certo punto concludiamo la seduta, perché io voglio fumare di nuovo e lei ha iniziato tutta una trafila patafisica sull’importanza delle proprie inclinazioni, che vanno seguite, sempre quello, la coazione a ripetere, si chiama, e poi mi si blocca per un attimo, rimane ammirata a fissarmi le labbra, ma quella penso sia opera di Luigi, e mi dice che ho delle labbra perfette, così carnose, leggermente allungate, naturali, e ci mancherebbe, che coi miei occhi stanno davvero da dio, eh, le dico grazie, non avrei saputo come ovviare, altrimenti, lei allunga la mano e me la butta sul ginocchio, mi chiede se può farmi una confidenza, che non me la devo prendere, che è un complimento: dice, hai mai provato a fare il karaoke dentro casa, da sola? Ti metti su YouTube, accendi un video, prendi una spazzola come microfono e canti, fai il karaoke, come se non ti vedesse nessuno, come a San Remo, le dico guarda, sono stonata, ma non importa, non è per quello, sai che dovresti fare, tu, con queste labbra fantastiche che ti ritrovi? Tantissimi pompini.

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francescaFrancesca Fiorletta, nata nel 1985, vive a Roma, ha scritto e scrive tutt’oggi su vari blog, siti e riviste culturali, si occupa anche di poesia ma non disdegna affatto la prosa, il cinema e il teatro, parla principalmente di libri altrui e prova in gran segreto a scriverne di suoi.

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