Baganis – A colloquio con De Angelis

Continuo la mia attività di espulsione di Baganis e il suo mondo. Dopo l’incipit di “Post coitum”, primo romanzo incentrato sulla sua figura, e due brani de “La gentilezza del carnefice”, dove compare fugacemente sullo sfondo, è ora di parlare de “La felicità esiste”. In questo romanzo, c’è praticamente solo Baganis; Sveva (la donna di cui si innamora), la moglie, il figlio, sono poco più che comparse. Ma c’è anche il tempo di parlare di Lorenzo Bettini, voce narrante de “La gentilezza del carnefice” e di fare la conoscenza di Matteo De Angelis, personaggio principale del romanzo successivo a “La felicità esiste” e che probabilmente non vedrà mai la luce.

Dopo essere comparso fugacemente ne “La gentilezza del carnefice”, il romanzo (inedito) incentrato su Lorenzo Bettini, un uomo sovrappeso che tentava di riscattare la propria vita salvando una prostituta, Baganis torna a essere il protagonista di un mio romanzo. Lo inizio a scrivere nel novembre del 2009, con in testa una trama appena accennata, e alcune idee: una donna dall’identità incerta, Baganis come spalla e un villain che crea casino nella storia. Il titolo iniziale è L’inverno dell’influenza suina. La mia intenzione è di rimanere lontano dallo stile molto partecipato del libro precedente, che ormai, ne ero sicuro, non sarebbe mai stato pubblicato, e di concentrarmi su alcuni aspetti che mi interessano particolarmente: il mondo del lavoro, il desiderio inspiegabile, il rapporto tra mente e corpo. Con il passare dei mesi la storia si definisce meglio. Baganis diventa il protagonista principale del romanzo, e assume una connotazione molto più triste. La donna entra in scena tardi, tanto che alla fine mi vedo praticamente costretto a ridurre drasticamente il colpo di scena finale, che introduceva solo un elemento di disturbo.

Ho impiegato più di un anno e mezzo a finirlo. In mezzo c’è stata la prima esperienza di depressione, che due anni dopo sarebbe tornata a funestare, in misura forse maggiore, gran parte del 2013. Tra ottobre del 2010 e maggio del 2011 scrivo poco, e con gran fatica. Poi alcuni eventi sbloccano la situazione: un racconto scritto per un contest di Morena Fanti, e il Salone del Libro di Torino. A maggio completo tutto quello che manca e a giugno lo chiudo. A luglio, le prime proposte. Accetto quella di Giulia Belloni, che allora lavorava alla Alet, e inizio con lei il lavoro di revisione, che si protrae per diversi mesi, e che porterà all’uscita de La felicità esiste. Nel frattempo, inizio a progettare il romanzo successivo, e decido di riprendere una vecchia idea del 2008 che con il tempo avevo elaborato. Non riesco a definire il mio personaggio, finché capisco che l’ho già creato: è il capo di Baganis di La felicità esiste. Retroattivamente, cambio il suo nome e alcuni dettagli per renderlo compatibile con il libro che sta nascendo.

Qui, il punto in cui avviene l’interazione tra i due. Siamo davanti alla SIB, l’azienda già descritta ne La gentilezza del carnefice, che qui assume ulteriori connotazioni. E durante questo dialogo, Matteo De Angelis rivela il finale del libro precedente, che si era interrotto un attimo prima che la folle corsa di Lorenzo Bettini arrivasse alla sua meta.

La felicità esiste

Nove giorni dopo, quando tornò al lavoro, il suo capo gli aveva chiesto di pranzare insieme. Da quando lavorava alla SIB, era successo tre volte in tutto: quando Baganis fu assegnato al suo ufficio, quando gli fu spiegato perché non era possibile concedergli un aumento che aveva richiesto, quando l’Inter aveva vinto il suo quarto scudetto consecutivo. L’influenza che l’aveva tenuto a casa non sembrava un motivo sufficiente da giustificare quell’avvenimento.
La SIB aveva una convenzione con una mensa esterna, che, grazie a questo accordo, era riuscita ad evitare il naturale fallimento verso la quale era destinata. I dipendenti, intorno all’ora di pranzo, iniziavano ad incamminarsi verso quella specie di ristorante in stile sovietico; si incolonnavano davanti all’entrata, con bovina indolenza, ma una volta che le porte si aprivano, accorrevano scomposti, verso la fonte del cibo, in preda ad un’incontenibile frenesia alimentare. Dentro, c’era un perpetuo odore di cavolo. Le luci al neon illuminavano stampe di Marilyn Monroe, vecchie pubblicità della Coca-Cola, una foto di Madonna da giovane: l’Occidente è fatto per essere felici.
Nonostante il giornaletto aziendale, che con cadenza bimestrale veniva lasciato su tutti i tavoli dei dipendenti, lodasse la qualità del servizio offerto dalla mensa (c’erano persino delle tabelline simili a quelle che la McDonald stampava sulle sue tovagliette: i pasti garantivano la corretta Recommended Dietary Allowance di qualsiasi componente), i dirigenti, ogni volta che potevano, preferivano andare in un ristorante poco distante dalla SIB, dove si mangiavano tartare di tonno accompagnata da un’insalatina tiepida di piovra, o tortelloni al taleggio con sugo di funghi porcini. Quel giorno, dopo un antipasto creativo a base di arance, aringhe e bottarga, Baganis e il suo capo scelsero entrambi gli spaghetti al nero di seppia. Attorno a loro, erano seduti altri dirigenti SIB; avevano tutti le labbra nere; l’atmosfera era sinistra, corrotta. Guardavano Baganis – l’unico estraneo in quel circolo esclusivo – con sospetto, o disappunto; poi riprendevano a parlare a bassa voce, a scoppiare in risate fragorose e improvvise, ad ordinare altre bottiglie di vino. Loro due, bevvero vino bianco – un bicchiere a testa. Con il dolce, chiesero caffè corretto grappa. A Baganis, alla fine del pranzo girava la testa.
Mentre tornavano in ufficio, un’ora dopo, il cielo era diventato completamente bianco. L’ombra che il palazzo gettava lunga sulla strada era sparita, volatilizzata. Il centro commerciale si stagliava su uno sfondo di latte, piatto come le scene di un enorme teatro urbano, enorme come una cattedrale. Le bandiere dell’Italia e dell’Europa, appese a due pennoni che si alzavano dai bordi del parcheggio dell’ultimo piano, stavano immobili.
“Dici che nevicherà?”, chiese Baganis per cercare di fare un po’ di conversazione – il pranzo si era svolto in un silenzio straniante, e lui non aveva ancora capito quale fosse il motivo di quell’invito. Cosa doveva dirgli? E perché non aveva ancora trovato il coraggio di dirglielo?
Lui, Matteo, o l’ingegner De Angelis come si faceva chiamare dai clienti, e dai neo-assunti che vessava con ogni genere di assurda richiesta, guardò verso il cielo, poi diede un’occhiata all’orologio, avvicinandolo agli occhi e poi allontanandolo, nel classico gesto dei presbiti che cercano la giusta messa a fuoco: “In novembre? Sarebbe strano. Ma in effetti il cielo, per essere bianco, è proprio bianco. Da qualche parte ho letto che in quasi tutti i romanzi degli esordienti italiani a un certo punto nevica. Significherà qualcosa?”
“Non leggo molto” rispose Baganis.
“Secondo te quanti gradi ci sono, adesso?”
Baganis puntò gli occhi verso la fine della strada che costeggiava la SIB, in cerca del tabellone elettronico che sormontava l’entrata di una filiale di una banca. Aspettò qualche secondo – stava segnando l’ora – poi lesse +3.

“Tre gradi”.
“Cazzo, che vista. Io non riesco neanche a vedere il tabellone. Ti tieni bene, Baganis” – erano quasi due anni che lavoravano insieme, ma sembrava che non fosse ancora riuscito ad imparare il suo nome, o non avesse mai voluto farlo, come se potesse essere scambiato per un gesto di debolezza. O forse era solo un modo per sottolineare il fatto che esisteva una gerarchia che non conosceva eccezioni.
“Compio 43 anni tra qualche mese” rispose Baganis, ficcandosi le mani in tasta. Poi, cercando di fare una faccia pensierosa, aggiunse: “Il tempo passa, De Angelis” – e tra sé, pensò a quello che Anna gli diceva, negli ultimi mesi della loro terribile convivenza: stai diventando vecchio senza essere mai diventato adulto. Sapeva che il suo capo era più giovane di lui – un anno prima aveva conosciuto una sua ex compagna di classe che era nata nel 1970 – ma sapeva anche che tra i due era il suo capo, quello che sembrava più vecchio.
“Eh sì. Il tempo passa”. Quanto doveva durare quella conversazione in cui non si parlava di nulla? De Angelis tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca del cappotto: “Mi fumo una sigaretta. Tu entri subito?”
Si erano fermati sotto la tettoia che copriva l’entrata della SIB – un’enorme porta a vetri che si apriva automaticamente non appena avvistava un essere umano nel raggio di dieci metri, come una bocca vorace ed insaziabile. De Angelis fece il gesto di offrire una sigaretta a Baganis (che ringraziò ma rifiutò), e se ne accese una. Aspirò forte. La brace diventò rossa come un minuscolo lumino.
“Sei guarito?”, chiese a Baganis, soffiando nell’aria un fumo bianco e compatto.
“Credo di sì”.
“Sembri ancora un po’ patito”.
“Ho perso cinque chili. Sono stato seduto sul cesso per tre giorni di seguito. Spero di rifarmi, nei prossimi giorni”.
“Ti guardavo, oggi”.
“Davvero?”, chiese stupito Baganis – era dunque quello lo scopo del pranzo insieme? Il suo capo stava facendo outing? O, guardandolo aveva scoperto qualcosa?
“Di solito sei indaffarato con il tuo PC – scrivi sempre qualcosa. Oggi no. Guardavi fuori dalla finestra. Stai pensando di cambiare macchina?”
“Eh?”
“C’era un tizio, tre o quattro anni fa, in ufficio da noi, che voleva cambiare macchina. Ha passato un mese a guardare la strada, fuori dalla finestra. Si segnava i modelli e le targhe su un foglio Excel – credo fosse interessato all’anno di immatricolazione. Poi, da quei dati ha tirato fuori un po’ di grafici. Me li aveva anche fatti vedere. Gli servivano per capire quali erano le macchine più vendute. Cercava qualcosa di originale, ma non troppo”.
“Non bastava comprare Quattroruote, per saperlo?”
“Diceva che voleva avere i dati di Milano. Che non gli interessano le medie troppo generaliste. Al Sud comprano solo Fiat, e Alfa, diceva. Gli falsavano le statistiche”.
“E alla fine, che macchina ha comprato?”
“E’ morto. Alla fine, è morto”.
“Morto?”
“Tirato sotto da una macchina. Una Fiat guidata da un calabrese. Stava andando in bici, una domenica mattina. Era Pasqua, ora che mi ricordo. Credo non si sia accorto di uno stop, o forse non se ne era accorto il calabrese. Qualcosa del genere. Era qualche giorno prima che sparisse Bettini. Te lo ricordi Bettini? Lavorava nella filiale di Padova. Ti hanno mai detto perché è sparito?”
“Murato dentro a qualche sala server?”
“Era un dipendente modello, Bettini. Non aveva mai rotto i coglioni a nessuno. Ma sembra che abbia portato via dieci milioni di euro alle nostre banche”
“Come ha fatto?”
“Probabilmente aveva trovato una password per accedere agli archivi dei nostri clienti, che di fatto sono qui da noi, nei nostri server. Gli svantaggi di dare tutto in outsourcing, no? Le banche si sono sempre fidate della SIB, e la SIB si è sempre fidata dei suoi dipendenti. Forse, avremmo dovuto controllarli di più, o lasciarli meno liberi. All’inizio si pensava che fosse morto. Aveva una moglie e un figlio, entrambi enormi – erano tutti grassi, in quella famiglia. Anche Bettini. Con il senno di poi, ha confermato la mia idea che l’obesità è un problema soprattutto morale. Negli ultimi anni aveva sempre il fiatone, e non faceva nulla per dimagrire. Comunque, dopo un mese e mezzo che era sparito, un batch notturno ha spostato dieci milioni di euro su un conticino aperto proprio l’ultima mattina in cui qualcuno l’aveva visto qui in azienda. Li ha presi da due conti transitori, quelli che si usano per quadrare le partite a fine mese. Sai di cosa sto parlando?”
“Più o meno. Ho seguito qualcosa del genere, anni fa”.
“Non è stato subito chiaro il legame tra le due cose. Poi abbiamo iniziato a mettere in sequenza i fatti, e abbiamo capito. Alla moglie non abbiamo detto niente – credo sia ancora convinta che sia morto, e forse è meglio così. Da quel poco che si sapeva, lei lo trattava come una specie di schiavo. Sono convinto che lei preferisca saperlo sotto due metri di terra, che ricco, libero, e magari finalmente magro, in giro per il mondo. Sarà andato a Santo Domingo, o in Thailandia, anche se non era tipo da andare a puttane” – e qui si fermò un attimo – “ma, se è per questo, non era neanche tipo da incularsi dieci milioni di euro. Per certi versi, se le cose sono andate veramente così, sono contento per lui, anche se qui si è creato un casino che andato avanti per un anno – anzi, le conseguenze le paghiamo ancora adesso, con tutti quei controlli sugli accessi, le password su ogni procedura… Le Banche non l’hanno mai saputo – il cliente non può perdere la fiducia nel suo fornitore – e la SIB ha tirato fuori di tasca sua i soldi, pescandoli da un’assicurazione che aveva aperto anni fa, e ha aggiunto qualcosina per essere sicura che questa storia non venisse mai fuori. Che nessuno ne parlasse mai”.
I colleghi, intanto, tornavano in SIB, sfilando davanti a loro: a gruppetti, o da soli, con lo sguardo sazio, si affrettavano a tornare verso l’azienda che, fornendo loro i soldi per mangiare, li aveva ridotti in stato di cattività. Alcuni salutavano il capo di Baganis con gesti pieni di deferenza; altri, passavano veloci, come se avessero subito un torto che non erano disposti a perdonare: tutti, comunque, sapevano che da lì non sarebbero mai riusciti a scappare.
Baganis continuava a pensare a Bettini: “Dieci milioni… Cosa se ne fa, uno, di dieci milioni?”
“Non lo so. O meglio, io saprei cosa farne. Per prima prenderei una casa in montagna, che sono stufo di andare in vacanza in affitto. Poi sistemerei la mia famiglia: un conto per i miei due figli, per quando saranno grandi. E darei qualcosa a una sorella che non vedo da un sacco di tempo, e cercherei di aiutare mio padre, che non so neppure dov’è. Bettini, che sembrava un servo della gleba, deve aver fatto una specie di rivoluzione, nella sua vita. Non l’avrebbe mai detto nessuno: ci ha stupiti, quel ciccione. Ma tu non stai pensando di cambiare macchina, vero? Non sei tipo da queste cose. Non mi pare”.
“La macchina che ho funziona ancora. A me basta che vada avanti. Credo di essere diverso dal tizio che stava davanti alla finestra”.
“Ogni persona ha il suo pallino, la sua mania. Io colleziono Bibbie. Ho qualche pezzo raro. Una, ad esempio, con la copertina di legno intarsiato. Ne ho un’altra in arabo, con delle bellissime illustrazioni”.
“E come fai a verificare quello che c’è scritto? Ti fidi dei musulmani?”
“E’ approvata dalla CEI, la Comunità Episcopale Italiana. Tu, invece, se non sbaglio, hai un altro genere di collezione. Ci sono un sacco di voci su di te. Lo sai, vero?”
“Voci di che tipo?” – Baganis sembrava stanchissimo.
“Voci”.
“Ripeto: voci di che tipo?”
“Baganis… Voci che ti scopi tutte le donne che conosci, cazzo. Cose di questo tipo. Che ti sei fatto anche le mogli dei tuoi colleghi. Un collezionista di ossa. Di gambe. Di tette. Non conosco i dettagli. Cosa cerchi?”
Baganis si grattò la testa, per prendere tempo – era una domanda molto meno banale di quanto era disposto ad ammettere con se stesso. Tossì, poi provò a rispondere: “Niente, non cerco niente. Non sono un collezionista. So che c’è gente che colleziona accendini, francobolli, sottobicchieri della birra… Anche Bibbie – lo scopro oggi. Cambia l’oggetto, ma la tensione è la stessa. Però non mi interessa. Non ho mai collezionato niente – neanche i tappi del succo di frutta con le bandiere degli stati. Mio fratello ne aveva una scatola piena. A 14 anni, li ha buttati in via in blocco. Se non l’avesse fatto, glieli avrei buttati via io”. Cercava di trovare una giustificazione: ma il suo capo lo stava davvero accusando di qualcosa? Evidentemente, sì, perché riprese ad interrogarlo come se lui non avesse risposto.
“Perché ti consumi dietro a questa follia? A che numero vuoi arrivare? Le donne sono impegnative, cazzo. E le donne hanno un cuore. Il loro corteggiamento richiede un’energia sconfinata. Fino a dove ti vuoi spingere? C’è un record da superare?”.
“Non so cosa risponderti. Dici che c’è un record anche per questo? Ho visto una trasmissione sul Guinness dei primati, uno o due anni fa, a casa di… di un amico. Non ho la televisione, a casa mia. C’era la donna con le unghie più lunghe del mondo – era mostruosa. E c’erano anche l’uomo più alto del mondo, e l’uomo più basso del mondo. Nella Germania dell’Est girava una barzelletta sulla Russia. Si diceva che primeggiasse in tutto: aveva persino i nani più alti del mondo. Chi è l’uomo che ha più Bibbie al mondo? Sei tu? Comunque lo sai: non sono competitivo. Non sono mai stato primo in niente. Quante donne pensi che io abbia avuto?”
“Troppe” – era invidia, o qualcos’altro, il sentimento che stava scurendo il volto del suo capo?
“Più delle tue Bibbie? Guardami. Ti sembro davvero un latin lover? Sono grigio. Mi manca un dito in una mano. Inizia a farmi schifo anche a me, ‘sto pollice che non c’è, che non c’è mai stato. E sono sempre più stanco. Per la prima volta nella mia vita, mi pare di capire cosa vuol dire la parola vecchio. Non è male, di per sé. Dovrei comprarmi una coperta di lana e appoggiarmela sulle spalle; e poi starmene seduto davanti ad una finestra a guardare il cielo, e intanto pensare al mio passato, e al futuro dei miei nipotini. Il mio problema è che non ho nessun passato da ricordare, e nessun nipotino da immaginare, e inizio ad essere convinto che non ne avrò mai. Vita del cazzo, la mia. Non ho voglia di pensare ai record. Non mi interessa. Non ho mai contate le donne con le quali sono stato a letto; ma ti assicuro che sono tante solo se le confronti con l’unica moglie che hai. Ho obiettivi molto più limitati: cerco di arrivare a sera, senza sentirmi troppo solo. Non ho niente”.
De Angelis pareva imbarazzato: si guardava la punta delle scarpe, si toglieva una pellicina da un dito: “E’ stato dopo che tuo figlio…”
“Forse. O forse no. Se prima non giravano voci sul mio conto era perché ero sempre in giro – seguivo i clienti, ero un commerciale. Io e te non ci conoscevamo. Non conoscevo quasi nessuno, qui in SIB. Mi ricordo di Bettini solo perché siamo stati assunti lo stesso giorno. Ora che sono qui, fisso, ho perso un po’ di privacy. E’ buffo, perché quando avevo un figlio, non lo vedevo mai, e ora che lo potrei vedere, lui non c’è più. Da quando l’ho perso, non ho più nessuno da vedere. Comunque sono davvero solo voci. Io raccolgo quello che trovo. Te l’ho detto: quando si inizia a diventare calvi, si dovrebbe avere il diritto di andare in pensione – in pensione dalla vita. Anni fa, sarei stato come il tizio delle macchine: mi sarei piazzato davanti alla finestra, e le avrei contate tutte. Dopo, dopo Leonardo voglio dire, c’è stata solo.. una specie di noia. Forse abitudine. Un po’ di solitudine. Probabilmente, non so fare altro”.
“Dovresti fare altro”, gli disse De Angelis lanciando verso la strada il mozzicone della sigaretta che aveva finito. Tirò fuori di nuovo il pacchetto, e se ne accese un’altra. Il cielo era così bianco che probabilmente sarebbe venuto giù tutto insieme, come un unico blocco di neve. Baganis si grattò la testa, come chiedendosi cos’altro avrebbe potuto fare. Leggere? Lavorare? Vivere? Poi, guardò il suo capo: “In che senso, dovrei fare altro?”
“Altro. Iscriviti ad un corso di canto. Vai a nuotare. Diventa appassionato di previsioni del tempo. Aiuta qualcuno a fare qualcosa – volontariato. Potresti passare i sabati pomeriggi all’ospizio. Però basta occuparti di donne. Hai superato il limite”.
“Stai scherzando?”
Ma De Angelis non sorrideva: con la sigaretta in bocca, ora guardava fisso un punto davanti a sé, dall’altra parte della strada. Il piccolo albero piantato proprio davanti all’entrata, in un boschetto troppo grande per essere considerato zen, ma troppo piccolo per poter essere preso sul serio, stava perdendo le sue ultime foglie gialle. Un sasso con il profilo di un viso li guardava, disteso tra altri sassi – volti senza più fisionomia. La natura moriva, come tutti gli anni. E la chiacchierata aveva perso la sua iniziale leggerezza. Baganis iniziò a pensare di essersi esposto un po’ troppo. Con le sopracciglia corrucciate, Leonardo sembrava quasi minaccioso. Baganis strinse le spalle: “Te l’ho detto, sono solo voci…”
“Voci un cazzo, Baganis. Tu ti stai portando a letto le mogli dei tuoi colleghi”.
“E’ della tua che ti preoccupi? Tranquillo. Rispetto le gerarche. Qui, il maschio alfa sei tu”. Aveva conosciuto la moglie del suo capo, ad una convention, che per una forma insensata, o ipocrita, di retorica aziendale era stata organizzata ad Assisi, città di San Francesco. Nel programma di quel fine settimana, che era stato stilato da un’agenzia specializzata in meeting motivazionali, avevano previsto che i dipendenti, e i loro parenti, mettessero in scena alcune commedie – che risultarono più ridicole che divertenti. Baganis e la moglie di De Angelis capitarono nella stessa compagnia teatrale. Aveva sentito voci che dicevano che da qualche anno che avesse avuto delle crisi mistiche, che girasse per Milano distribuendo santini presi a Medjigorie, che fosse diventata pazza; in quei giorni ad Assisi, le sembrò solo una donna molto triste, e molto sola.
“Non ti permettere, Baganis. Non dire cose di cui poi potresti pentirti”.
“Scusa. Era una battuta. Però credo che anche tu non dovresti permetterti di parlare della mia vita privata, no? Fino a che ne parliamo tra me e te, da uomo a uomo, è un conto. Se me ne parli come mio capo, be’, non penso che…”
“Te ne sto parlando da uomo a uomo, ok? Stai facendo delle cazzate enormi. E ora te ne parlo come il tuo capo: se non mantieni un comportamento consono, dovrò prendere decisioni adeguate”.
“Consono a cosa? Quello che faccio fuori di qui, è un argomento che non riguarda l’azienda”.
“La serenità delle persone che lavorano con me, però, qualcosa a cui io tengo”.
“Io sono sereno”.
“Cazzo, tu sei sempre sereno! Sono gli altri che non dormono la notte! Credi che io non sappia di Crovetti?”
“Cosa c’entra Crovetti?”
“Cosa c’entri tu nella sua vita, piuttosto. Non fare quella faccia, Cristo! Lo sanno tutti”.
“Sanno cosa? Di che cazzo stai parlando?” – iniziò a fargli male un fianco.
“Crovetti. La sua ragazza. Tu, te la sei scopata!”
“Perché credi a tutte le voci sul mio conto?”
“Perché me l’ha detto lui, e perché me l’ha detto lei! Mi stupisco che Crovetti non ti abbia ancora ucciso. Io, l’avrei fatto” – e lo disse con un tono piuttosto credibile, per un uomo così cattolico. Nel frattempo, stavano rientrando i colleghi più ritardatari – una processione lenta e inesorabile di prigionieri tutti uguali – e ogni volta che passavano, Baganis e De Angelis smettevano per un attimo di parlare: guardavano il cielo, il giardino mega-zen, i sassi con le facce informi.
Baganis provò a rispondere: “Le cose non stanno come pensi tu. Io non ho mai rovinato nessuna famiglia, tranne, forse, la mia. Le coppie si sfasciano da sole, per poco amore, per poco rispetto. Per poco di tutto. Sono uno scarabeo stercoraro – il mio lavoro è fare palle con la cacca degli altri. Qualche volta può essere che qualcuno mi abbia usato come scusa, come alibi, per dare il colpo di grazia ad una storia che non funzionava, ad un amore che era un cadavere ambulante. Nessuna persona felice mi ha mai cercato, e io non saprei nemmeno come convincerla, una donna che ha già tutto – per il semplice motivo che non ho niente da offrire. Supponiamo che questa storia di Crovetti, e della sua ragazza, e di me che la scopo, di lei che glielo dice a lui, facciamo finta che sia tutto vero… Be’, Crovetti è una merda di uomo. Lo è sempre stato. Molto più di me, e tu lo sai. Lo sappiamo tutti, alla SIB. Dovresti andare a parlare delle tue Bibbie a lui, non a me. Forse, è lecito pensare che lei volesse fargliela pagare in qualche modo, e che per questo abbia scelto me. Me, perché, sempre a causa delle solite voci, io sarei uno che non si tira mai indietro, che ci sta con tutte. L’amore, qui non c’entra niente: il sogno di lei era che il suo fidanzato ci trovasse a letto assieme”.
“E tu, ovviamente, le hai fatto questo piccolo favore. Non male, per essere uno stercoraro”.
“Potrei anche averla scopata – è la mia vita, non devo rendertene conto – ma la storia tra lei e Crovetti riguarda solo loro. Non riguarda me, non riguarda te, non riguarda la SIB. E non mi interessa. Non posso verificare se una donna che apre le gambe con facilità lo sta facendo per buoni motivi – probabilmente no, ma stiamo parlando di scopate, non di amore. Io sono completamente solo – e questo non è mai stato un problema per nessuno. Non devo rispondere a nessuno, di quello che faccio. Se si odiano, se vogliono ferirsi usando altre persone, affari loro, davvero. Se guardiamo bene, l’unica vittima, in questa storia improbabile, sono io”.
“Ascoltami, Marco. Ascoltami bene. La tua vita, è solo tua e io non ci voglio entrare” – lo diceva come se Baganis fosse una malattia venerea che si poteva trasmettere con il semplice contatto – “non la condivido, da un punto di vista morale – anzi, diciamo che non la condivido da nessun punto di vista, e credo che dovresti fare qualcosa per sistemarla – te lo sto dicendo da uomo a uomo – ma hai ragione, sono affari tuoi. L’azienda deve considerare solo i comportamenti che hanno una rilevanza dal punto di vista lavorativo…” Sembrava che fosse tornato ad essere ragionevole.
“Sono contento che tu la pensi così”.
“Non ho finito. Fuori da qui, puoi fare quello che vuoi. Ma qui, in ufficio, no. Sei una mina vagante. Una minaccia costante alla serenità dei tuoi colleghi”.
“Non capisco…”
“Davvero non capisci? Qui ci sono persone che hanno investito tutto sulla loro famiglia, sui loro affetti. Si alzano alle sette di mattina, si fanno la barba, scelgono una delle tre cravatte che le loro mogli li hanno regalato per Natale, e poi vengono qua dentro a fare il loro dovere: il loro dovere per la loro famiglia, il loro dovere per questa società che in qualche modo li mantiene, il loro dovere anche per questa nazione – certo, e non accetto che tu rida di queste cose. Il mondo non va avanti grazie a quelli come te. Se tutti passassero le loro giornate a scrivere mail, le mail non le avrebbe inventate nessuno”.
“No. Non accetto questi tuoi discorsi. Io faccio il mio lavoro degnamente e…”
“Baganis, degnamente un paio di palle! Io non so cosa tu facessi quando eri in giro per i clienti, fino a due anni fa ma”
“Cazzo, nessuno si è mai lamentato! Io ci tengo, a questo lavoro!” – perché stava dicendo qualcosa che non aveva mai pensato? Se avesse vinto al Superenalotto, avrebbe comprato la SIB, e l’avrebbe chiusa. Odiava quel posto, e ora, odiava anche il suo capo.
“Bene. Mi fa piacere che tu lo dica…” – si ricompose; passò una mano sulla testa pelata, indugiò su una voglia rosa e rettangolare che campeggiava sulla sua sommità (i colleghi dicevano che era il timbro che certificava il completamento della trasformazione della sua testa in un culo); poi passò entrambe le mani sui pantaloni – stava sudando per quel compito che forse gli aveva affidato qualcun altro, e che lui stava eseguendo come un efficiente carnefice – “Non volevo mettere in discussione il tuo lavoro. Anzi, non era mia intenzione accusarti di qualcosa. Conosco i problemi che hai avuto. Nessuno dimentica la perdita di tuo figlio – è stata una cosa tremenda, che tu hai superato piuttosto egregiamente, quasi come se non fosse successo nulla… Qui tutti sarebbero stati disposti a darti una mano per aiutarti. Sei stato fortunato, nella disgrazia – fortunato a trovare un’azienda come la SIB che ha messo al primo posto le tue esigenze, e molto dopo quelle legate alla produttività” – perché a Baganis questo discorso sembrava, se possibile, ancora più offensivo del precedente? – “e questo dimostra che esistano valori. Sei d’accordo?”
“D’accordo su cosa? Che lavoro in questo ufficio perché la SIB ha pietà di me? Vaffanculo”.
“No, non è per pietà. Ma l’organizzazione delle attività ha tenuto conto di tutti gli aspetti che ti riguardavano, compresi quelli umani, nonostante sembra che qui nessuno sia in grado di provare un minimo di riconoscenza. La moglie di Bettini non saprà mai che suo marito ha scelto di spennare la sua azienda per mollare la sua famiglia” – a Baganis venne voglia di andare a fare un salto a casa della signora, per farle un discorsetto – “e questa si chiama responsabilità”. De Angelis disse l’ultima parola come se fosse una specie di formula magica capace di ordinare il mondo.
“Oppure opportunismo”, disse Baganis, sottovoce.
“Faccio finta di non aver sentito, perché dovrei prendere atto che tu non hai capito nulla di come funziona questa azienda. Sono stanco di amareggiarmi. Ma è un problema diffuso, che non riguarda solo la SIB. Forse è un retaggio degli anni sessanta: tutto è dovuto, certo, purché non ci siano doveri. L’unico peccato sono i soldi – tranne quando sono nelle proprie tasche. L’Occidente non è stato inventato per regalare la felicità, nonostante tutti ormai la pensino così. Abbiamo perso la capacità di elaborare una teoria del bene, ma la cosa più grave è che non abbiamo nemmeno una teoria sul male! Tutto va bene allo stesso modo. Questo secolo verrà ricordato per le banche, per le telecomunicazioni, per Internet – un brusio rumoroso che.. che non lascerà nessuna traccia. In ogni caso, sono disposto ad accettare che esistano dei limiti oltre i quali un’azienda non può spingersi – accettare, bada bene, che è diverso da comprendere o condividere. E’ la società civile, che dovrebbe cambiare, a partire dalla scuola.”
Era così sconsolato, che a Baganis stava venendo la voglia di abbracciarlo, o di concedergli l’eutanasia. “Guardati intorno, Marco: la religione sta sparendo, ma non c’è niente che la stia sostituendo. Siamo un popolo senza Dio, e la storia di Crovetti, della sua ragazza che ti chiede di scoparla, di te che la scopi senza nessuna remora, è la conseguenza più evidente. Cambiare la testa della gente è un compito che va oltre le possibilità della SIB, Baganis. E io non sono tuo padre. Non posso prendermi in carico la tua educazione, quella di Crovetti, e quella della sua ragazza. C’è qualcosa che non funziona, ma questo qualcosa è dentro le vostre vite, in un punto che questo cazzo di mito della privacy nasconde e protegge per bene. Però, di come funziona il mio reparto, di quanto si produce, e di come si vive – bene o male – di tutto questo io sono responsabile. E non intendo sottrarmi a questa responsabilità. Devo fare delle scelte, per il bene comune. E’ per questo che non ti voglio più. Non sono obbligato ad accettare chiunque”.
“Non credo che tu possa licenziarmi”.
“Non ho mai detto questo, ci mancherebbe. Ti sto solo dicendo che o cambi modo di interagire con i tuoi colleghi, o tu non lavori più con me; o la smetti di cercare di fotterti tutte le donne della SIB, e tutte le mogli degli uomini che lavorano in SIB, o cambi aria – non è necessariamente un mio problema trovarti qualcosa da farti fare. Posso chiedere che ti rimandino in giro per l’Italia – sei stato assunto per fare quello, non puoi nemmeno opporti. Oppure abbiamo una sede commerciale in Sicilia – è piccola, ma è carina. Sareste in due. E il tuo collega, da quello che mi risulta, non è nemmeno sposato. Credo che lì sappiano gestire bene i problemi famigliari – se non altro, non si fanno troppi problemi ad affrontarli in prima persona. Un Crovetti siciliano, probabilmente ti avrebbe ucciso con le sue mani, e la questione si sarebbe risolta senza che ci fosse bisogno di questa chiacchierata, e di questo cazzo di pranzo”. Lanciò il secondo mozzicone verso la strada – probabilmente, quello era l’unico sport che praticava – proprio mentre i primi fiocchi di neve iniziavano a scendere; diede un’occhiata a Baganis, con uno sguardo un po’ imbarazzato. Baganis non abbassò lo sguardo. Non c’era nulla che lo teneva legato a quel mondo. Se lo volevano cacciare in giro per l’Italia, tanto meglio: forse avrebbe ritrovato la serenità di un tempo. Gli anni migliori li aveva passati lungo le strade che portavano da un cliente all’altro. Poi, mentre De Angelis si allontanava in silenzio, e attraversando le porte automatiche della SIB, mostrava, per la milionesima volta nella sua vita, la carta d’identità alla guardia giurata che presidiava l’entrata, pensò a come sarebbe stato scoparsi la moglie del suo capo.

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3 thoughts on “Baganis – A colloquio con De Angelis

    1. Ah ah! Ma li ha avuti, certo! Il primo, post coitum, era tutto per lui, ed è il personaggio principale, quasi assoluto, della Felicita’ esiste. Nel quarto compare di striscio ma nel quinto, che ho abbandonato, sarebbe stato uno dei personaggi principali..

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