Baganis – Il matrimonio

Dopo aver finito La passione secondo Matteo, e aver consegnato il romanzo a un’agenzia affinché questa trovasse un editore – sto parlando del dicembre del 2013 – ho iniziato a chiedermi di cosa avrei voluto parlare nel prossimo libro. Non è obbligatorio scrivere; tuttavia, sento che è l’unico hobby capace di entusiasmarmi. Assomiglia, per me, a quello che per altre persone può essere il modellismo, o il bricolage: mettere insieme pezzi diversi fino a ottenere qualcosa del quale essere fieri. Il fatto che dei primi quattro romanzi scritti solo uno sia stato pubblicato, unito al fatto che nonostante questa avvilente percentuale di successo io dedichi gran parte del mio tempo libero alla scrittura, mi fa capire che scrivere può diventare, per qualcuno, un motivo di vita. A me è successo così. Non credo che la storia della letteratura abbia bisogno del mio contributo; io, invece, ho bisogno della scrittura per essere me stesso. Ricevo più di quanto riesca a dare.

Comunque, prostrato dalla faticosa (e probabilmente vana) realizzazione de La passione secondo Matteo, ho deciso di riprendere in mano un’idea che avevo coltivato in background per diverso tempo, un libro fatto di due parti distinte, e per certi versi inconciliabili: nella prima, la storia di un’indagine relativa all’omicidio di una donna, nella quale il principale indiziato è il marito, un uomo incapace di reagire; nella seconda, trovato il vero colpevole – l’amante della donna –, l’indagine che il marito compie per scoprire chi era, realmente, la donna che aveva sposato.

Per portare avanti questo progetto ho cenato con due avvocatesse che mi hanno spiegato un po’ di procedura penale (sulla quale, per inciso, ho scritto una tesi di laurea, tanti anni fa…) e di come funzionano le indagini – le misure cautelari, gli interrogatori, la polizia giudiziaria, ecc. Dopo due o tre mesi mi sono reso conto che mi stavo impelagando in una storia troppo distante dalle mie corde. Il primo cambiamento è stato relativo al personaggio principale: sarebbe stato il proprietario della SIB, l’azienda che compare in tutti i libri precedenti. Poi è sparito l’omicidio: la donna muore per cause naturali. Quindi, entra in scena Baganis, e il suo matrimonio. Nel momento in cui ho iniziato a scrivere questo nuovo libro non mi era ancora chiaro che ruolo avrebbe avuto questo matrimonio: l’idea, vaga, era di lasciarlo sullo sfondo, a fornire elementi contraddittori sull’evoluzione della storia principale. A maggio, ho iniziato a scrivere, e sono andato avanti abbastanza velocemente. Poi, sono scivolato in una specie di pantano. Non mi ritrovavo in quello che stavo scrivendo – non assomigliava a ciò che io avrei cercato come lettore. E’ stato brutto, e doloroso, ma alla fine ho fatto qualcosa di cui non credevo di essere capace: ho abbandonato il progetto, nonostante fossi già arrivato a un terzo del libro. Ho scelto di smettere di scrivere – e ho sofferto parecchio, per questo – fino a che non avrei trovato me stesso. Alla fine, ho capito che era necessario chiudere un capitolo della mia vita, un certo modo di scrivere storie, alcune ambientazioni, talune convinzioni sulla letteratura, sulla voce narrante, sui temi da affrontare… L’ho fatto grazie a diversi stimoli imprevisti – il libro “Sparire” di Fabio Viola (e in misura minore “I segnalati” di Giordano Tedoldi), “Le avventure di Augie March” di Saul Bellow, “Cane giallo” di Martin Amis. E Baganis, ahimè, ne ha fatto le spese. Nel libro che sto scrivendo Marco Baganis non compare – non esiste. Non c’è la SIB, non c’è De Angelis, non c’è Bettini. E anche il racconto lungo, o romanzo breve, che uscirà a maggio per Intermezzi, un esperimento del quale sono particolarmente orgoglioso e che mi ha permesso di chiudere definitivamente con il passato e di guardare avanti, parte da premesse molto diverse rispetto le precedenti. E’ stato il primo passo verso una nuova dimensione. Ma prima di lasciarlo definitivamente, prima di dirgli addio, riporto qui il secondo capitolo del libro mai finito, il cui titolo avrebbe dovuto essere Il matrimonio di Baganis, dove si raccontano i quattro anni intercorsi tra la fine de La felicità esiste e la primavera del 2013 (e dove, tra le altre cose, si scopre che il matrimonio di Baganis intercettato ne La passione secondo Matteo non era mai andato in porto…).

Il matrimonio di Baganis

Tutti gli uomini, prima o poi, sentono l’inspiegabile bisogno di sposarsi. Marco Baganis, nonostante fosse una creatura incompatibile con il sacro vincolo del matrimonio, aveva avvertito già quattro volte quella spinta: la prima nel 1998, quando sposò Anna; poi nel 2009, dopo che la sua vita era scivolata in una pantano di inutili scopate, e lui si era innamorato perdutamente di Sveva che non si era affatto innamorata perdutamente di lui; quindi nel 2011, e fu di nuovo un fiasco, perché Federica, una bellissima trentenne di ottima famiglia, dopo aver detto di sì alla sua ingenua proposta di matrimonio, un mese prima delle nozze aveva detto di no, e dopo una settimana aveva di nuovo detto sì, per poi dire l’ultimo no davanti al sindaco che li stava sposando; e l’ultima, la quarta, si stava concretizzando nella piovosa primavera del 2013. Come tutte le altre volte, anche questa era una scelta definitiva e irrevocabile: ci si sposa per sempre, o almeno fino a che non muore l’amore.

La storia con Anna, l’unica donna che era stata sua moglie, era durata sedici anni – uno di fidanzamento, sette di matrimonio, cinque di separazione e tre di divorzio. La loro relazione era partita bene, con tutte le cose belle che caratterizzano l’inizio di una vita in comune – la scelta della casa, i mobili Ikea, l’attesa del loro primo figlio, un bel giro di amici. Ci aveva creduto, o almeno non aveva remato contro. Ma in quella casa, tra quei mobili, con quegli amici, c’era un uomo che gli somigliava poco – una versione edulcorata, rispettosa, quasi negata della persona che a un certo punto aveva sentito di essere. Quando si arrivò ai tradimenti (i suoi: Anna era virtuosa), si divisero equamente i compiti: lei lo buttò fuori di casa, e lui non fece niente per tornarci. C’era anche un bambino, tra quegli adulti che cercavano di liberarsi l’uno dalla versione corrotta dell’altro; e poi non ci fu più, e quello fu il dolore più grande, e più silenzioso, nella vita di Baganis.

Sveva fu la nemesi, la Storia che si vendica, il braccio armato del risentimento covato da tutte le donne che aveva corteggiato e poi abbandonato. Amare senza essere amati: grazie a Sveva, ora sapeva che faceva male. Per una volta, anche lui era stato scopato, e l’antichissimo rituale dell’accoppiamento gli aveva instillato nel cuore (che fino a quel momento aveva delegato le sue scelte al cazzo) un devastante desiderio di famiglia. Dopo tanti anni, era di nuovo pronto per tornare all’Ikea a scegliere la libreria del salotto, il letto della camera, la culla per i figli che avrebbero avuto. Ma non era amore, quello di Sveva. Si può baciare, ci si può spogliare, si possono chiudere gli occhi per cose meno importanti, o con obiettivi di periodo più breve. L’importante è rimanere dalla parte giusta del letto – quella più vicina alla porta d’uscita. E dopo che lei gli aveva fatto capire che non aveva mai avuto l’intenzione di iniziare una relazione seria con lui, Baganis aveva passato mesi orribili: appostamenti, mail senza risposte e pianti sommessi nei gabinetti aziendali, nei cessi degli autogrill, nei bagni dei motel dove cercava di lenire, a forza di scopate, il suo dolore. Poi, era passata: una mattina si era svegliato, aveva fatto una doccia, si era vestito, era uscito, si era fermato in un bar a fare colazione, e mentre addentava una brioche con l’uvetta si era reso conto che era passata un’ora intera senza che il pensiero di lei arrivasse a tormentarlo. Fuori il cielo era più chiaro – stava arrivando la primavera. Si prese un giorno di vacanza, andò a mangiare in una piccola trattoria in mezzo alla campagna che si estende a sud di Milano, bevve un bicchiere di vino, e telefonò a Sveva per scusarsi, e soprattutto per ringraziarla di aver tenuto duro. Fu una chiacchierata piacevole, quasi divertente. Lei era sollevata; lui, ne uscì più forte, da quella storia, e più fragile, con il cuore finalmente messo a nudo. Come si dice, aveva imparato la lezione.

Con Federica, fu una farsa fin dal primo giorno. Aveva trent’anni, era bella, allegra, gentile, libera, perfino vergine (o almeno così sosteneva: affermava di voler arrivare al matrimonio ancora intatta). Dopo un anno di pompini e sesso anale, Baganis fu preso per sfinimento, e le chiese di sposarlo. Era una provocazione – entrambi sapevano che non c’erano i presupposti necessari per costruire una famiglia – ma lei rispose di sì. Fissarono la data del matrimonio per il primo sabato di settembre del 2011, in Comune. Invitarono amici e parenti – lei ne aveva più di cento, mentre lui non avvertì neppure sua madre. Ai primi di agosto finalmente Federica ebbe una crisi di pianto, durante la quale gli disse che non era pronta, che aveva paura. Paura di cosa? gli aveva chiesto lui. Dell’amore, aveva risposto lei. Non gli era mai stato chiaro se fosse pazza o stupida, o entrambe le cose. Decise di non insistere, sperando che non cambiasse idea, ma fece male, perché una settimana dopo lei tornò da lui e gli disse che aveva capito che l’unica cosa che voleva davvero era sposarlo. Rimandarono gli inviti, annullando gli annullamenti che lui aveva già inviato. Il giorno delle nozze lei aveva la faccia che hanno le mucche quando vengono trascinate per le corna verso il patibolo; e quando il sindaco, una donna energica e risoluta, le pose la fatidica domanda, lei iniziò a piangere, e pianse per dieci minuti, accompagnata dai brusii sempre più rumorosi dei presenti, e infine, si buttò a terra, si mise in ginocchio di fronte a Baganis e con il viso stravolto gli chiese perdono. Lui la tirò su per le braccia, e, rivolgendosi al sindaco, disse che gli pareva chiaro che quello fosse un no. Il padre di lei, dopo quella specie di cerimonia, gli diede un assegno in bianco, dicendogli di riprendersi tutto quello che aveva speso per sua figlia; poi, sottovoce, si scusò, dicendogli che non sempre la chimica funziona. Risentì Federica a Natale – era appena uscita da una clinica, e sembrava quasi normale, a parte la lentezza con la quale formulava le frasi; avrebbe voluto chiederle se quella storia della verginità era vera, ma si limitò ad augurarle una vita serena. Il giorno dopo chiamò Anna, che un anno prima era andata a vivere con un’amica buddista in una specie di comune asessuata e vegana. Nonostante le sciocchezze che talvolta gli propinava, era diventata una persona ragionevole, e gli piaceva ascoltarla quando raccontava le cose che le capitavano nella sua nuova vita. La rabbia, quella di Anna, alla fine si era placata. A pranzo telefonò a Sveva – sentiva un improvviso bisogno di dare un senso alle storie del passato –; le chiese se voleva prendere un tè con lui, e lei accettò. Si incontrarono in un bar, e parlarono per un’ora, come due vecchi amici; poi passeggiarono in una Milano insolitamente silenziosa, fino a che arrivò l’ora di cena: mangiarono una pizza nello stesso ristorantino dove avevano cenato la prima e unica volta in cui erano usciti insieme, due anni prima. Risero, si scolarono due bottiglie di prosecco, e poi finirono a letto, come due vecchi amanti. Il giorno dopo si salutarono, sereni. Quello stesso pomeriggio, il 26 dicembre del 2011, Baganis scivolò su un marciapiede ghiacciato e si ruppe un polso: il destino sceglie strade inusuali, per raggiungere i propri scopi. La sera aveva così male che decise di andare al pronto soccorso, guidando con una mano sola. Lì conobbe Laura; ed era proprio lei, la sua futura moglie, la seconda che avrebbe avuto, che una domenica di metà aprile del 2013 lo stava chiamando.

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3 risposte a "Baganis – Il matrimonio"

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  1. Be’, conoscendo Baganis (sì, lo ammetto, sono un suo vecchio amico, pensate quello che volete…), è da lui fare queste cose, proprio da lui. Fila via liscio come l’olio questo pezzo di romanzo, attendiamo maggio per il nuovo libro allora 🙂

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  2. tra quegli adulti che cercavano di liberarsi l’uno dalla versione corrotta dell’altro;….In questa frase c’è tutta la verità di una conclusione,
    di promesse disattese e il peso della disillusione di un amore.
    Bravo Paolo

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