Grafemi

Segni, parole, significato.

Come un cane

La lingua slovena, che conosco poco, per osmosi di famiglia, dà l’impressione di essere giovane, oppure fortemente pragmatica, con tendenze didascaliche, per quella sua abitudine di chiamare le cose non con nomi astratti, ma con termini funzionali: la domenica, per fare un esempio evidente, si chiama nedelia, che significa “non si lavora” e il lunedì ponedeliek, cioè “dopo il non si lavora”. Pratico, no? E la Pasqua, che in altre lingue slave è indicata con il nome ebraico, in sloveno si chiama velika noč , cioè la Grande Notte.
Il Natale, con la sua metafora del Dio bambino che nasce in una stalla, è l’evento più suggestivo della religione cristiana; la Pasqua, invece, con la sua storia di resurrezioni piace soprattutto all’establishment clericale perché è la killer app del cristianesimo, l’unica religione che garantisce, in concreto, e senza che le venga da ridere, il ritorno dei morti viventi. O almeno, la resurrezione è stata la killer app per molto tempo ma ho il sospetto che ora, con la morte relegata agli ospedali e ai telegiornali, e con l’innaturale prolungamento della vita oltre i limiti della sopportazione umana, abbia perso un po’ dell’appeal d’un tempo. E poi, in questo secolo pragmatico e un po’ ingegneristico, si vorrebbe avere una manciata di prove – una foto, una dichiarazione giurata, un mucchietto di DNA da analizzare: il sepolcro vuoto della domenica mattina, e Cristo che compare qua e là, sotto spoglie diverse, ma perfettamente riconoscibile dai pochissimi che l’hanno visto, sa un po’ di leggenda metropolitana, o di psicosi collettiva.

A casa di mia moglie c’erano un gatto di nome Ken Shiro, che tutti chiamavano Kosciro, o Kuka (maialina), e una cagna di nome Nash, proprio come il matematico impazzito, che tutti chiamavano Less. Al primo ci si è sempre riferiti come se fosse una femmina, al secondo come se fosse un maschio. Lessico famigliare. Kosciro, un gatto svezzato così presto che non aveva imparato dalla madre a lavarsi – non era sporco o puzzolente: polveroso, piuttosto, e un po’ sabbioso – se ne è andato tre o quattro anni fa: un giorno si è rannicchiato in una scatola di scarpe nella sottoscala, vicino alla caldaia a gasolio, e ha aspettato, con pazienza, che se lo portasse via la morte – la morte dei gatti, che è furtiva, piccola e silenziosa. L’abbiamo seppellito dentro la sua ultima scatolina; ai bambini abbiamo raccontato che era andato a farsi un giro, e poi, una volta cresciuti, che aveva imparato a volare. Quando nell’estate del 2012 Ivo, mio suocero è mancato, la presenza di Kosciro in paradiso fu sufficiente a consolare il figlio piccolo.
Less, per gli amici Lesa, era un pastore tedesco di bell’aspetto, ben proporzionato, con un buon carattere. L’aveva portato a casa il fratello di mia moglie un sabato sera, nel 2002, mentre io e mia moglie eravamo al cinema a vedere The beautiful mind, il film sul matematico Nash (sul quale, per inciso, avevo basato una parte della mia tesi di laurea). Fummo noi due a battezzarlo con quel nome, ma furono sufficienti tre o quattro settimane perché l’inesorabile macchina della deformazione dei nomi facesse il suo lavoro. Era una cagna buona, materna, allegra, orgogliosa del giardino che difendeva da gatti, ricci e uccellini. Affacciata al portone esterno, le cui feritoie le consentivano di vedere la strada, abbaiava ai cani alzandosi in piedi per essere più grande, e ai bambini che andavano a scuola pretendendo le loro carezze. Aveva una particolare avversione per i ragazzi di colore che vendono tappeti, e non abbiamo mai capito perché. Quando mi vedeva, da lontano, correva in cantina a prendere un pezzo di legno e poi mi sfidava a rubarglielo. Amava farsi spruzzare l’acqua in bocca da Jurij, con la pompa – una passione quasi lussuriosa, inspiegabile. Ogni tanto d’inverno, quando c’era troppo freddo, Ivo la faceva entrare in salotto, e lei si metteva sul tappeto, vicino alla stufa, a sospirare. Era il personaggio principale di quasi tutte le fiabe che raccontavo ai miei bambini quando avevano due o tre anni: le sue avventure, e i suoi sogni, riempivano intere mezzore. Quando la portavamo fuori, i primi dieci minuti sembrava di fare sci nautico, con lei che tirava a tutta forza… Matija, il più leggero della famiglia, poteva tenerla al guinzaglio solo dopo che le salite del Carso l’avevano sfiancata. Di lei si erano innamorati tutti i cani del quartiere, che in segno d’amore pisciavano sul cancello. In particolare ce n’era uno piccolino, con una pelliccia da rasta, i capelli sugli occhi, un simpatico bulletto, che si fermava ad annusarle il naso tutte le mattine, mentre accompagnava il suo padrone a comprare il pane.

Céline diceva che la gente fa la guerra perché non si rende conto della morte. Con una pallottola in pancia, un uomo raccoglie scarpe vecchie lungo la strada perché prima o poi potrebbero servire. Si muore proprio all’ultimo minuto, se si è fortunati. E poi aggiunge un’immagine che mi ha tormentato in questi giorni: un montone agonizzante sul prato che ancora bruca. Less si è ammalata di qualcosa intorno a febbraio. E’ stata sottoposta a un intervento chirurgico alla milza per il quale Irma, mia suocera, ha fatto un mutuo. Tre settimane fa sembrava guarita: quando mi ha visto arrivare, ancora mi ha fatto intravedere un legno che aveva preso in bocca, sfidandomi con il suo sguardo mansueto. Ma venerdì scorso, quando siamo tornati a Trieste per Pasqua. Per la Grande Notte, non ci è venuta incontro: ci guardava dalla porta di casa, scodinzolando piano, improvvisamente ingobbita, ancora buona, ma stanca. Per tutto sabato è rimasta distesa in giardino, tenendo il muso appoggiato alle zampe davanti: muoveva a fatica le zampe dietro. Ha mangiato dalla ciotola senza alzarsi. Il pomeriggio ha iniziato a piovere e noi l’abbiamo spostata vicino alla sua cuccia, sopra una coperta. Domenica mattina ha iniziato a lamentarsi, sommessamente. Le passavo accanto e mi seguiva con un occhio, ma pareva concentrata su qualcosa che riguardava solo lei. Ecco, si stava preparando a morire, con quella consapevolezza animale che gli uomini hanno perso. A ora di pranzo ha tirato fuori una voce quasi sconosciuta. Ricordo che anni fa un amico, parlando di una sua vecchia zia, mi parlava del rantolo della morte come se fosse un suono facilmente riconoscibile, una specie di segnale concordato che si lancia un attimo prima di saltare dall’altra parte: “ha fatto il rantolo della morte, e poi è morta”. La meccanica della fine. E i lamenti di Less, pure così sommessi, ora parlavano inequivocabilmente di un trapasso: non diceva “aiuto” ma “basta”, un invito che rivolgeva a se stessa per recuperare le ultime forze, quelle che le sarebbero servite per mollare la presa sul mondo. Mia moglie le carezzava la testa, piano, mentre io tenevo impegnati i bambini in salotto. Less, com’è stato morire? Nel tuo giardino, vicino alla cuccia, sotto un cielo nuvoloso, sembrava che tu sapessi già cosa fare per accogliere la tua fine. Forse, se i cani non hanno una religione, se non sentono il bisogno di un Dio, è perché non saprebbero che farsene, della resurrezione. Si vive, e poi si muore. E’ sufficiente così.
Ho capito che Less era morta quando ho visto scorrere un rivolo di urina gialla davanti alla porta di casa, quella a vetri che dà sul giardino. Prima di coprirla con un lenzuolo colorato, in attesa che il furgone dell’ASL venisse a portarla via, le ho guardato il muso e c’era un canino che sporgeva in modo innaturale: per tutta la vita l’aveva tenuto nascosto, anche mentre dormiva, come un vezzo da signora. Poi, mentre Irma lavava il pavimento del giardino, a cancellare le ultime tracce di Less nel nostro mondo, ho pensato che, forse, morire come un cane dovrebbe essere l’aspirazione di ogni uomo sensato.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Come un cane

  1. amanda
    22/04/2014

    sei riuscito a farmi piangere, chiudere il ciclo vitale con dignità, comprendendo il momento in cui lasciarsi andare dovrebbe essere davvero il modo di mettere un punto

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  2. Maurizio
    22/04/2014

    Non ti applaudo tutte le volte solo per non non diventare banale, ma lo meriteresti.

    mau

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  3. Pingback: Come un cane |

  4. Marcello Prosdocimi
    20/05/2014

    questa tua versione di raccontatore è quella che preferisco…

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    • Paolo Zardi
      22/05/2014

      Grazie Marcello! Anche a me piacerebbe, prima o poi, scrivere una storia di “fiction” che abbia questa voce – non è semplice, ma intendo provarci presto… Grazie per la lettura e a presto!

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Questa voce è stata pubblicata il 22/04/2014 da in Racconti, Ricordi con tag , .

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