La piccola editoria

Due mesi fa l’ottima rivista online “Parallelo 41” mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul mio rapporto con la piccola editoria. L’articolo è uscito il 15 marzo, con il titolo “Io, piccolo scrittore Neo in incognito che so dov’è casa“. Mi piace riproporlo anche qui su Grafemi, quando mancano meno di due settimane all’inizio Salone del Libro di Torino, dove, per qualche giorno, la piccola e la grande editoria si troveranno a condividere gli stessi spazi.

Io, piccolo scrittore Neo in incognito che so dov’è casa

Ho iniziato a scrivere il 5 gennaio del 2006: avevo trentacinque anni, un figlio di due che girava per casa, il progetto di un secondo figlio nella pancia di mia moglie (retrospettivamente posso dire che il concepimento avvenne il giorno di Natale), facevo l’ingegnere, e avevo smesso di scrivere da almeno quindici anni. O meglio: scrivevo tutto il giorno, ma le mie frasi assomigliavano a cose tipo “vi segnalo la nuova situazione autorizzativa per G2_MD1_Modeling (Servizi JMC di G2) con il ruolo definito per le promote in Produzione”. Letteratura contemporanea, insomma: l’evoluzione estrema del post moderno, roba che neanche Wallace avrebbe osato pensare.

Ma 5 gennaio del 2006 ho aperto un blog, per caso. Volevo parlare di politica, di relativismo culturale, di famiglia, di lavoro; e invece nel giro di pochi mesi ho iniziato a scrivere racconti. Da principio erano ricordi della mia infanzia, storie d’amore passate, persone incrociate qua e là; ma quando mi sono reso conto che gli aneddoti sulla mia vita erano finiti – in Occidente c’è ancora la possibilità di vivere tutta una vita senza che succeda nulla di interessante – ho iniziato a inventare.

Nella primavera del 2009, tre anni dopo, sono andato a Bologna ad assistere alla presentazione di una casa editrice appena nata, la Neo Edizioni. Avevo conosciuto uno dei due fondatori, Francesco Coscioni, attraverso una raccolta nella quale comparivano un mio e un suo racconto. Ero curioso di vedere cosa facevano. La libreria, in realtà, era un circolo che promuoveva il piacere femminile, per cui ho assistito alla lettura di brani tratti del libro “E morirono tutti felici e contenti” circondato da oggettistica dalle forme curiose. La sera, tornando a casa, ho mandato un messaggio a Coscioni: “Voglio fare un progetto con voi”. Mi ero emozionato.

Non pensavo, allora, a una mia raccolta di racconti: immaginavo, invece, che avrei potuto organizzare presentazioni, scrivere recensioni dei loro libri, segnalare nuovi talenti. Qualche mese dopo, però, quelli della Neo mi hanno chiesto se avevo voglia di mandare loro qualcosa di mio. Ho messo insieme i racconti che avevo scritto per il blog e glieli ho inviati. E dopo due mesi mi hanno detto che volevano pubblicare il libro.

Dei trenta racconti che avevo inviato ne sono rimasti sedici. E su questi sedici l’editor della Neo Edizioni, Angelo Biasella, mi ha fatto lavorare parecchio. Non è stato come lucidare i denti per renderli più bianchi: piuttosto, direi come tirare fuori un figlio dal mio corpo. O, per essere più precisi, come tirare fuori me stesso dal mio corpo. L’esaltante processo di definizione della propria identità di scrittore. E a maggio del 2010, quando sono entrato al Salone del Libro di Torino, e ho visto “Antropometria”, il risultato del nostro lavoro, ho pianto.

Poi, sono venute le presentazioni: Minori, Milano, Padova, Nocera Inferiore, Pescara, Trieste… Abbiamo girato l’Italia insieme; abbiamo valicato passi alle cinque del mattino, bevuto caffè in autogrill desolati, dormito in case semi-diroccate, pranzato tra parenti e amici, passeggiato sotto la pioggia. Abbiamo parlato di libri, di scrittori, di figli, di letteratura, di musica. Abbiamo conosciuto un sacco di gente. E un po’ alla volta mi sono reso conto che tutto questo andava ben al di là del libro che avevamo pubblicato: avevamo un progetto comune. Così, dopo l’esperienza agrodolce di un romanzo uscito con la Alet (dopo il suo acquisto da parte della Fandango è calato il sipario) sono tornato alla Neo. Avevo voglia di sentirmi nuovamente a casa.

Cosa significa pubblicare con un piccolo editore? Significa qualche problema di distribuzione, specialmente all’inizio. Significa che i giornalisti della carta stampata raramente si accorgono di te. Significa che c’è sempre qualcuno che ti dice: “Sì, va bene, ma quando pubblicherai per Einaudi?”.Ma questi sono dettagli. Le cose importanti sono altre. Sentire di far parte di un progetto, ad esempio, in cui il libro sul quale hai speso tanto tempo è l’elemento centrale, e non la trentaquattresima uscita delle cinquantadue previste per il primo trimestre del 2015. È la soddisfazione di capire che la crescita della casa editrice che ti ha scelto dipende anche dal tuo impegno, dalla qualità di ciò che scrivi. Ma soprattutto è la gioia di avere a che fare con delle persone con cui senti di avere tanto da condividere. Qualche giorno fa, durante una presentazione, il mio editore Francesco Coscioni ha letto un racconto dall’ultima raccolta che abbiamo realizzato insieme, “Il giorno che diventammo umani”: per quattro volte ci ha provato, e per quattro volte si è dovuto fermare per la commozione. Avrei voluto aiutarlo – prendergli il libro dalle mani e continuare io – ma sapevo che neppure io sarei stato in grado di finirlo: non per quello che diceva il racconto, ma per l’emozione di vedere il proprio editore con le lacrime agli occhi. Ora, anche quando pubblico con altre case editrici – e qualche volta succede – sento di essere un Neo in incognito che esplora altri mondi; ma come tutti i viaggiatori, so bene dov’è la mia casa.

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8 thoughts on “La piccola editoria

  1. Una bella avventura! Ho conosciuto Francesco Coscioni a Roma, alla presentazione di “Quattro soli a motore” di Nicola Pezzoli e non mi sorprende il racconto che fai di lui. Vi auguro che il vostro progetto si sviluppi sempre più senza perdere le caratteristiche iniziali che fanno di una piccola casa editrice una grande editoria.

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  2. Questa cosa l’ho colta, direi più alla presentazione del libro di Nicola “Quattro soli a motore” che alla tua, si intuiva quell’idea di progetto comune, di partecipazione sentita e mi è piaciuta così tanto che ho fatto capolino qui il giorno dopo 🙂

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  3. La Narrativa italiana stava per morire, soffocata dal merkato (nel senso più basso), dalla politica, dalle raccomandazioni, dalla miopia, dalla pedanteria, dall’incompetenza, dalla presunzione…
    Allora gli Dèi della scrittura ci hanno mandato i Nei.
    Che privilegiati siamo, a poter chiamare Casa questa casa editrice!

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