Torino, un’esperienza

SAM_1596Era dai tempi di Gardaland che non vedevo tante facce così da vicino – dal giorno in cui aspettai due ore e mezza in coda per fare un giro su Space Vertigo, schiacciato tra nasi, culi, barbe, orecchini, tatuaggi, fiati, ascelle, e denti di ogni forma e colore. Il Salone del Libro è soprattutto questo, un colossale esperimento di ingegneria genetica: dati 46 cromosomi, quanti corpi diversi si possono ottenere? E quanto diversi tra loro? Certo, è possibile che esistano altri scopi più nobili, dietro all’organizzazione del Salone del Libro di Torino, tipo l’analisi dell’efficienza del riscaldamento basato sul cosiddetto effetto stalla, o uno studio statistico sulla fusione a freddo o sull’incompenetrabilità delle masse; ma il dato facciale, corporeo, rimane l’aspetto preponderante.

Ho visto solo una presentazione, nei tre giorni che sono stato a Torino, quella di Carlo Cracco e di un altro cuoco che non avevo mai sentito nominare ma che a occhio era molto famoso, che presentava la sua autobiografia (scandisco meglio: l’autobiografia di un cuoco) all’auditorium del Salone, un teatro enorme e bellissimo progettato da Renzo Piano. C’era la folla delle grandi occasioni, con i telefonini alzati a fotografare l’ingresso delle due celebrità. Ci ho messo un po’ a capire che non avrebbero distribuito patatine, o tortellini ripieni di patè d’oca. E ho realizzato dopo che il posto che stavo lasciando, in una delle ultime file, avrei potuto venderlo a peso d’oro a una delle donne – c’erano solo donne, a questa presentazione – a una delle donne, dicevo, che aspettava impaziente davanti all’ingresso del teatro. Non l’ho fatto, non mi è venuto in mente. Il business non fa per me.

businessSarà per questo che la presentazione de “Il signor Bovary”, il mio ultimo lavoro, è stata fatta proprio nella Sala Business, nel padiglione 1: certi segnali andrebbero colti con la giusta dose di buon umore. Libri, in sala Business: curioso ossimoro. Per ribadire che si trattava di un simpatico scherzo, l’Organizzazione ha fatto sì che a una trentina di metri, presso lo stand del Piemonte, un gruppo suonasse rock padano a un volume da comizio leghista, come se il loro scopo principale fosse quello di impedire a noi, poveri cristi che si occupano in qualche modo di letteratura, di parlare di libri. E ci sono in gran parte riusciti, perché io sono praticamente afono, e mi mangio le parole, e ho la tendenza a scoraggiarmi se mi accorgo che è difficile capire quello che sto dicendo. Per fortuna il mattatore Carlo Sperduti che presentava la sua nuova raccolta di racconti “Ti mettono in una scatola” si è prodotto (si dice così, giusto?) in un’esibizione degna dell’Oscar. L’ho invidiato, con benevolenza, per il suo carisma sul palco. Grande autore, grande attore, e bella persona, questo Carlo Sperduti.

Zardi, De Vito, Sgambati
Zardi, De Vito, Sgambati

Il giorno prima, invece, ero andato a dare una mano ad Alessandro De Vito, editore della Miraggi, a presentare il nuovo libro di Stefano Sgambati, il suo primo romanzo “Gli eroi imperfetti” di cui ho già avuto modo di parlare in questo blog meno di un mese fa. Siamo andati in una splendida libreria, sempre a Torino, “L’ibrida bottega” (capito il giuoco di parole?), accompagnati dalla spumeggiante Rossella Innocentini della minimum fax, la prestigiosa casa editrice di questo libro. Che bello arrivare in un posto dove i libri ricevono la giusta attenzione! C’era il silenzio delle grandi occasioni. Mi sono divertito. Alessandro De Vito è il tipo di intellettuale che piace a me: pacato, acuto, accogliente. Bella persona anche lui, come Carlo Sperduti. E anche con Stefano mi sono divertito: mi sono sentito un po’ Laurenti con Bonolis, un po’ Peppino con Totò – il piacere di essere una spalla. La presentazione è durata un’ora, ma sia io sia Stefano parliamo a velocità piuttosto sostenuta: andrebbe rivista a velocità dimezzata, questa chiacchierata – andrebbe dezippata, ecco.

Cupolone a Torino
Cupolone a Torino

Al Salone c’era anche lo stand del Vaticano. Quante storie, su questo argomento. Quanti inutili dibattiti. La verità è che la gente ha la puzza sotto il naso. Intellettuali, scrittori super impegnati, cultori dell’ombelico fanno fatica a tollerare che un genere minore come il fantasy possa ricevere tutte queste attenzioni. Ma questa saga di Yahweh e del suo figlio con le mani bucate dotato di poteri soprannaturali funziona, non c’è niente da dire: tira, tira, tira, e ha un successo della Madonna. E poi lo stand era bello, con questo cupolone fatto di libri. Quando ci sono i soldi, le cose vengono fuori bene. E poi sugli scaffali c’era il faccione sorridente di Papa Francesco – Papa Francesco che fa ok con la mano, Papa Francesco che sorride a un neonato, Papa Francesco che ride. ride sempre, in ogni foto. E’ un papa moderno, Papa Francesco, una bella persona: non sembra neanche un prete: cioè, ha del buon senso, dice cose normali. Potrebbe essere mio cugino Don Paolo. E poi sorride. Da Kennedy in poi tutti i presidenti degli Stati Uniti si sono fatti ritrarre mentre ridevano. La Chiesa ha scoperto un po’ tardi il marketing del ventesimo secolo, ma sta recuperando. Il prossimo papa avrà la bandana al posto della papalina.

Ma non tutti hanno i soldi, al Salone del Libro, non tutti hanno il Potere. Per capire chi ce l’ha, torna molto utile il Potenziometro, o Scala del Marrone.

Potenziometro, o Scala del Marrone
Potenziometro, o Scala del Marrone

Come funziona? In pratica, si avvicina questa immagine alla pelle dell’editore, o dello scrittore, e si cerca di individuarne la tonalità. Più marrone è, e maggiore sono i soldi e il potere (scusate la ripetizione) del personaggio. Gli editori straccioni sono tipicamente 147, o 139 – cenci bianchi che passano i loro giorni a leggere manoscritti o a pensare al Romanzo del Seccolo. I Direttori Generali sfoggiano invece abbronzature 013, o addirittura 154. Ne ho visto uno metallizzato. E’ uno spettacolo di grande impatto, vedere quelli che hanno fatto i soldi con i libri. Che poi, parlavo con Daniele, l’amico medico che è venuto a Milano quest’anno, la parola “libro” non significa nulla. E’ uno strumento, ma è poco più che dire “carta”. La centralità della carta nella cultura. Io amo la carta. La carta è un’ascia piantata nel cuore ghiacciato del lettore… Naaah! colicheDipende come la usi, la carta. Ho letto un romanzo a puntate che pareva scritto su quella igienica – una sequenza di macchie di Roschrach di dubbio valore. Ieri ad esempio ho trovato, in uno scaffale, “Le coliche del cavallo”, e non ho potuto non pensare al suo autore, alla genesi di questo libri, ai primi dubbi, ai ripensamenti, agli amici che lo incoraggiavano, ai sabati pomeriggi passati a casa cercando di scrivere due righe mentre la moglie portava i figli in giro per la città in modo che non disturbassero papà, il primo invio, gli inevitabili rifiuti, e poi finalmente la lettera di un editore lungimirante “Si stampi!”, la prima presentazione, la prima recensione, i resoconti, il silenzio che inevitabilmente cala sul tuo lavoro… I libri, quindi. Ce ne saranno stati un milione, a Torino, in questi giorni. Un milione di speranze. Novecentonovantanovemila di speranze infrante. C’erano stand che gridavano di dolore.

Nuovi Editori Indipendenti
Nuovi Editori Indipendenti

Ma non quello dei Nuovi Editori Indipendenti – Las Vegas, Intermezzi, Neo e Miraggi. Quell’angolo nel corridoio L, padiglione 1, stand 17, è un’oasi di pace. E di intelligenza. E di sentimento. Non è un caso che ci sia passata un sacco di gente, da quelle parti. Là dietro, ad esempio, si intravede anche il solito Stefano Sgambati, che si divide tra lo stand della minimum fax, molto glamour, e quello dei suoi primi editori, la Intermezzi di Chiara, Manuele e Attilio – gli stessi che hanno accolto nella loro famiglia il mio “signor Bovary”. Sarebbe bello se il mondo fosse popolato da persone di questo tipo – di questa stoffa, di questa levatura, morale e intellettuale. Le cose andrebbero meglio, ne sono sicuro. E forse andrebbe meglio anche per chi, come loro, si impegna a portare avanti qualcosa di buono, e per chi, come me, Alan Poloni, Carlo Sperduti, Daniele Pasquini, Gianni Tetti, ci affidiamo a loro perché pensiamo che non tutti sono in grado di apprezzare quello che facciamo. Per il momento, ci accontentiamo di abbronzature 006. Perché in fondo, anche se ogni tanto ce ne dimentichiamo, siamo ancora dei ragazzini. Venerdì sera, alla Pizzeria Cammafà (non ho voglia di andare a controllare come si scrive… zona villaggio Olimpico, ottima pizza, buon servizio), il proprietario mi ha chiesto, mentre pagavo, se eravamo là per il Salone. “Certo”, gli ho risposto, “quei due, ad esempio” (indicavo Coscioni e Biasella) “sono editori”. “Così giovani???” mi ha chiesto incredulo. Eppure Coscioni ha i riccioli già bianchi, e Biasella, be’, non c’è verso di farlo venire bene in foto, il Biasella. E’ fatto così. Ma comunque così giovani. Ci sono belle persone anche dietro la cassa di una pizzeria.

tettiIl giorno dopo, verso sera, è passata una tizia piccolina con la faccia da gallese, e ha chiesto qualcosa agli editori della Neo, che non avevano coglia di parlare in inglese, e quindi me l’hanno girata a me. “Fate solo libri per teen-ager, o anche per adulti?” Ero tentato di darle “Mette pioggia” di Gianni Tetti e farle credere che in Italia lo fanno leggere alle medie, ma poi sono stato onesto: “Only for adults, madame: only for very very adults”. Credo che ora sia tornata in Galles. So che ci sono delle belle persone anche da quelle parti, ma non ci sono mai stato di persona.

Non ci sono mai andato, in Galles, perché a Torino era pieno di belle persone. Sono tentato dal provare a buttare giù un elenco di nomi, ma mi trattengo, perché loro lo sanno, quali siete, vero? Perciò non lo dico. Anzi, li dico. In ordine sparso. Daniele, Elena e Silvia (partite da Padova alle 6.48, treno del ritorno alle 5.30 del mattino dopo, e nessun albergo: finalmente qualcuno con il coraggio di essere pazzo), Federica e Mauro, Francesca ed Alessandra, Giacomo, Andrea, e Gianluca, Roberto detto Giovanni, Roberta, Anna, Ary, Francesca e lo stand della Avagliano, Francesco e Angelo, Stefano e Carolina presto sposi, e Rossella, Alessandro e Fabio M., Filippo e Peppa, la poetessa Alessandra e Serena e le due suonatrici delle quali, per un mio danno cerebrale, non ricordo mai il nome (imperdonabile!) e Giacomo che sa dire “calma” in otto lingue (la nona gliel’ho detta io), Carlo e la sua dolcissima morosa, Diego e Nadia, Ivano e la spumeggiante Amaia (è stato bellissimo vedervi insieme!), Ilaria e la sua amica timida, Luigi, Graziano (finalmente!) e un’altra Carolina (che però non sono riuscito ad abbracciare), Alan, Vanessa e Raffaele, Corrado, un altro Daniele (bella chiacchierata!), Chiara e Manuele, Attilio, Andrea e Carlotta che presto si sposeranno (si sposano tutti, questi editori), Federico e moglie della “L’ibrida bottega”, Francesca (insegnante conosciuta con Scuola Twain) ed Elena, Alberto e Michele – trovati all’andata in treno, ritrovati in treno al ritorno – , Sara, Alice, Ruben, Matteo e fidanzata (o moglie, di questi tempi non si sa), e tutti quelli che sono passati allo stand dei NEI per fare due chiacchiere, o prendere un libro… Belle persone. Tutte. Sono fortunato. E poi, al ritorno, ieri sera, qualcuno ha iniziato a mandare foto dal treno – foto de “Il signor Bovary” – e ho pensato che nello scambio tra quello che si dà, e quello che si riceve, allo scrittore va quasi sempre bene.

Me l'ha mandata uno dal treno
Me l’ha mandata uno dal treno

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10 thoughts on “Torino, un’esperienza

  1. Al di là di ogni considerazione sulla lobotomitalica mancanza di rispetto per gli Scrittori, in un luogo che li dovrebbe accogliere e celebrare (ma in fondo la madrina era la tamaro, mica Roth, Amis o Vargas Llosa, e l’episodio dei disturbatori rockettari è ben più che emblematico, e racconta di un paese sempre più musicocentrico e misalfabeta), devo dire che questa moda di idolatrare i CUOCIBIETOLE (televisivi, guarda caso) ha veramente frammentato la mynkja. Quasi quasi inizio uno sciopero della fame, contro la nuova arroganza spentolante… 🙂
    Mi spiace di non aver potuto riabbracciare tante (poche?) fantastiche persone (lo faccio adesso da qui), ma per mia (e loro?) fortuna ero a casa a SCRIVERE.
    Appuntamento al 2015. Sperando non diventino obbligatori il cappello da kuoko, la chitarra elettrica padana e il cespuglio sulla testa tipo ragazzotto serbo della tv (e degli appezzamenti pubblicitari – ETTARI – sui nostri giornalozzi, a proposito di rispetto…)

    Un abbraccio.

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