Grafemi

Segni, parole, significato.

Ex voto

Venerdì scorso, dopo aver assistito a una presentazione di Stefano Sgambati a Padova, e aver bevuto uno spritz in un bellissimo bar affacciato su Piazza dei Signori, e aver mangiato una pizza salatissima dalle parti di via Santa Lucia, e aver bevuto un secchio di gin tonic in Prato della Valle, tornando verso casa, a piedi – cinque chilometri all’una di notte – ho ascoltato dall’amica scrittrice Silvia Zagolin una storia assai divertente, raccontata mentre camminavamo un po’ storti. Silvia ha un modo particolare di portare avanti le sue storie: parte molto lentamente e avanza in cerchi concentrici di dettagli e falsi indizi, per poi puntare decisa al finale. Ha un talento comico naturale. E mentre la ascoltavo, pensavo: ehi, che bello sarebbe se l’avessi inventata io, questa storia! Allora gliel’ho detto. Le ho detto che prima o poi l’avrei scritta.
Ecco. Non è venuta bene come quella sera – la voce è diversa, e sul finale, lo ammetto, sono inciampato sui miei stessi piedi (venerdì avevo pensato che il prete confessore della mia versione, con un colpo di scena kafkiano, fosse in realtà  il padre del protagonista: non so perché ma il gin tonic mi aveva fatto credere che potesse essere una buona idea) – ma mi sono divertito a scriverla: quel piacere che si prova quando dici a uno “siediti qui che ti racconto qualcosa”. Questo è il risultato. E come si dice in questi casi: le cose che funzionano sono merito di Silvia Zagolin, mentre le mancanze sono solo mie. Ah, per la cronaca: la risposta dei frati domenicani è il copia e incolla di una pagina trovata su Internet.

“E quindi?”
“Quindi cosa?”
“No, dico… Cosa dovremmo fare, adesso?”
“Niente. Mi riaccompagni a casa, come tutte le altre volte e ci salutiamo. Nessun dramma, ti prego. Non ne vale la pena”
“E domani?”
“Domani proviamo a non sentirci”.
“Ma se avessi bisogno di…”
“Proverai a resistere. Sennò non riusciremo mai a staccarci. Dobbiamo fare questo sforzo insieme. Non mi hai appena detto che anche tu sei d’accordo?”
Lui, ovviamente, non era affatto d’accordo: sebbene negli ultimi due anni passati insieme avesse avvertito in almeno tre occasioni il forte desiderio di mandarla a fare in culo, ora che lei se ne stava andando sentiva che quel musetto con il naso storto e le labbra carnose erano tutto il futuro che avrebbe voluto avere. E gli veniva da piangere, e gli sarebbe piaciuto farlo proprio davanti a lei, affinché capisse l’entità del male che gli stava infliggendo, ma non sarebbe servito a niente; lo sapeva perché la penultima volta che era stato lasciato, in una macchina più elegante e più nuova di quella (la crisi aveva lavorato in ogni direzione), aveva singhiozzato per almeno mezz’ora, pregando con le mani giunte la piccola carnefice che lo stava scaricando: inutilmente. Ma se da un lato l’esperienza aiutava a contenere i danni, evitando inutili spargimenti di lacrime, dall’altro, sul fronte interno, non serviva a nulla: il dolore, quel sapiente mix di umiliazione, vuoto e desolazione, era sempre lo stesso.

Passò la notte sotto casa di lei, in macchina, spiando le luci che si accendevano e spegnevano – arrivando perfino a intravedere, tra le fessure delle tapparelle della camera in cui lei dormiva, la luce azzurrina di un cellulare, alle tre e mezza. Cosa aveva sbagliato, quella volta? E cosa non aveva capito tutte le volte precedenti? Negli ultimi vent’anni aveva collezionato una serie impressionante di fallimenti sentimentali: una ragazza si era innamorata del suo migliore amico, un’altra aveva perso la testa per la sua migliore amica; una commercialista era finita in prigione per aver aiutato una combriccola di usurai a taglieggiare i suoi clienti, proprio il giorno dopo che lui le aveva chiesto di fidanzarsi, un’altra era caduta in moto e lui non se l’era sentita di sposarla per diventare il suo badante. Ogni volta che le cose sembravano prendere la giusta direzione, succedeva qualcosa che mandava tutto a monte. E quando non succedeva nulla, allora la fidanzata di turno iniziava a dire che le cose non erano più quelle di una volta, che forse mancava qualcosa – proprio come aveva fatto quella che lo aveva appena scaricato. Eppure lui dava tutto: amore, attenzioni, tenerezza, la giusta dose di sensualità. Cene fuori. A una aveva perfino ceduto la macchina, quando lei aveva fracassato la sua addosso a un platano. Aveva chiesto il parere a un amico, che però non aveva saputo aiutarlo. E ai genitori, che ogni tanto gli domandavano, un po’ preoccupati, quando avrebbe messo la testa a posto, lui dava risposte evasive: tutto sommato preferiva che loro continuassero a credere che la solitudine nella quale periodicamente precipitava fosse la scelta di un uomo spregiudicato, e non la conseguenza di un piano misterioso che sembrava volerlo punire… E fu proprio girando attorno a questa idea, che alle cinque e mezza, mentre il sole aveva iniziato a rischiarare il cielo e i camion delle immondizie stavano svuotando i bidoni della raccolta differenziata, si ricordò di un evento che aveva completamente rimosso: il suo esame di maturità.
A scuola era stato uno studente volenteroso e pieno di scrupolo; la mancanza di un vero talento per lo studio, però, l’aveva spesso portato ad affidarsi a mille mezzi per superare le prove sempre più complicate che gli si presentavano davanti. Un anno, ad esempio, aveva stampato delle false etichette e le aveva incollate attorno una bottiglia di acqua minerale; all’interno c’erano le risposte esatte per il compito di fisica. Ma per l’esame di maturità, che sembrava uno scoglio insuperabile, scelse la via mistica, affidandosi alle mani di Sant’Antonio: se fosse stato promosso, avrebbe rinunciato… avrebbe rinunciato… ad avere una vita sentimentale decente! Passò con un sorprendente 52. E il Santo si tenne la ricompensa.

Nei giorni successivi cercò su Internet se era possibile ottenere l’annullamento di un voto. Trovò un sito di frati domenicani che parevano particolarmente disponibili. Scrisse che anni prima, da ragazzo, in un momento di grande pericolo, aveva promesso, in cambio di un aiuto, un sacrificio che ora non era più in grado di sopportare. Era possibile tornare indietro? I frati gli risposero con una mail particolarmente dettagliata:

Carissimo,
1. il voto fatto privatamente può cessare per vari motivi.
A volte vi è tale mutazione in colui che lo ha fatto o nella cosa destinata al voto che se ci fosse stata all’inizio quando si emise il voto, mai lo si sarebbe emesso.

2. La mutazione in colui che lo ha fatto avviene, ad esempio, nella persona che in discrete condizioni economiche fa il voto di dare una grossa elemosina e nel frattempo diventa povera, oppure in chi ha fatto il voto di compiere un pellegrinaggio entro una determinata data, ma ne viene impedito perché deve assistere parenti gravemente infermi, o diventa egli stesso ammalato…

3. Da parte della materia promessa c’è mutazione se la materia diventa illecita (ad esempio, si è promessa l’elemosina ad una persona che si credeva per bene, ma poi si è scoperto che è malvivente), oppure diventa impossibile fisicamente o moralmente (ad es., si è promesso di costruire un oratorio o una casa di riposo, ma l’autorità in nessun modo concede il permesso).

4. Il voto può cessare anche perché viene annullato da chi ne ha l’autorità attraverso la dispensa.

Per il voto privato l’autorità prevista dal diritto ecclesiastico è il parroco (can. 1196).
Se per te si fosse verificata questa ipotesi, allora devi andare da un parroco. Basta un parroco qualunque, non è detto che debba essere il tuo parroco.

5. In ogni caso vale sempre il consiglio che quando uno vuole fare un voto è bene che prima chieda consiglio al confessore, per non trovarsi poi in difficoltà con la sua soddisfazione.

6. Mi chiedi infine in quali pene si cade se uno non soddisfa un voto.
Non vi è nessuna pena all’infuori di quella di aver commesso un peccato. Si legge infatti nella Sacra Scrittura: “Se fai un voto a Dio, non tardare a compierlo, perché non trovano favore i negligenti. Ciò che prometti, compilo. È meglio non promettere che tralasciare di compiere ciò che si è espresso” (Qo 5,3-4);
“Offrite voti al vostro Dio e adempiteli” (Sal 75,12);
“Offri a Dio i tuoi sacrifici di lode e compi i tuoi voti all’Altissimo” (Sal 49,14).
La mancanza è grave o lieve a seconda di quanto si è promesso e della consistenza dell’obbligo che ci si è assunti davanti al Signore.

In quali di questi casi rientrava la sua tragedia? La materia non era diventate illecita. E lui non si era ammalato, e nulla gli impediva di mantenere la sua promessa. E il fatto che fosse impossibile da mantenere, fisicamente e moralmente, era un’opinione che forse la Chiesa non avrebbe condiviso. Ma il punto 4 sembrava aprire uno spiraglio, e il punto 5 indicava una possibile strada da seguire. Ne avrebbe parlato con un confessore. La domenica successiva andò nella basilica di Sant’Antonio. Fuori, c’erano i piccoli baracchini che vendevano candele, statue e rosari sotto un sole splendente. La ragazza che lo aveva lasciato aveva appena cambiato numero di telefono per impedirgli di contattarla. Qualche giorno prima una donna gli aveva sorriso in autobus; poi, scendendo senza distogliere lo sguardo dal suo, era stata investita da un tram. Da uno dei campanili della chiesa, un angelo d’oro lo fissava immobile e severo.
Dentro fu investito dall’inevitabile odore di incenso mescolato a quello un po’ nauseabondo dei fedeli in fila davanti alla lingua di Sant’Antonio, esposta in uno degli altari minori. In quello centrale, enorme e sfarzoso, un prete vecchissimo ricordava a una folla sostanzialmente disinteressata i pericoli legati alla solitudine che stava dilagando nel ventunesimo secolo. Fece due giri della chiesa, e finalmente trovò la freccia “Confessioni”: lungo una parete, erano disposti tre armadi enormi, e sopra le loro ante c’era una lucetta. Quando questa diventava verde, un peccatore si alzava dalle panche, apriva l’armadio, entrava, si chiudeva dentro e ne usciva, miracolosamente trasformato, una decina di minuti dopo. Che peccati potevano raccontare i vecchi decrepiti in coda con lui? Cosa potevano aver combinato nelle loro giornate di dentiere e piccoli peccati di gola?

Dopo un’ora arrivò il suo turno. Entrò nel tanfo dell’armadio. Il prete era protetto da una grata di ferro; da là proveniva una voce paterna che, con amorevole fermezza, lo esortava a confessare i propri peccati. Provò a spiegare, a quella voce, che lui era venuto là solo per capire se… Ma la voce, irremovibile, non lo lasciò parlare e gli tirò fuori tutto: le tasse non pagate, la cupidigia, le donne degli altri, e gli atti impuri e l’abisso della pornografia; la carità non concessa, e l’egoismo quotidiano, le messe saltate, la Comunione che non faceva da dieci anni, le preghiere che neppure più ricordava. Gli fece ripetere l’atto di dolore finché non riuscì a dirlo tutto senza sbagliare. Poi fu il turno dell’angelo custode, e poi dell’Ave Maria. Attraverso una feritoia sotto la grata gli passò un rosario e gli fece fare un giro completo. Fu solo alla fine, proprio mentre quella voce gli stava dando l’assoluzione, che riuscì a infilare la sua richiesta:
“Mi scusi, padre, ho fatto un voto che non so più sostenere”. Lo disse tra le lacrime, singhiozzando.
La voce si fece più mansueta. “Spiegami, caro”.
Lui allora gli raccontò tutto: l’esame di maturità, le donne che lo lasciavano sempre, il tram di pochi giorni prima. “Non posso più portare il peso di questa promessa inumana… Sono vent’anni che…”
“Non vale”.
“Prego?”
“Un voto di questo tipo non ha alcun valore. Nessun santo si impegnerebbe in un progetto tanto ambizioso. E soprattutto, tanto idiota. Che vantaggio ne potrebbe trarre?”
“Non so…. la mia… la mia purezza? Qualcosa del genere?”
“Non credo proprio. Per cosa, poi? Per un compito di matematica?”
Lui provò in qualche modo a resistere: la sequenza interminabile di fiaschi, le coincidenze assurde… ma la voce insisteva, “Lei è libero, libero di essere felice, libero di avere una storia che funziona” e più quel prete glielo diceva, e più lui sentiva la morsa del fallimento stringersi attorno al collo. Fu assolto con formula piena.

Due minuti dopo uscì all’aria aperta. Il sole si era nascosto dietro a un banco di nuvole marroni. Una zingara gli chiese la carità, e lui la mandò a cagare. Guardò l’angelo d’oro sopra il campanile: aveva la stessa faccia da cazzo di prima. Tenendo gli occhi puntati sui suoi, scandì una lunghissima bestemmia; poi, lentamente, si avviò verso casa.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

2 commenti su “Ex voto

  1. amanda
    03/06/2014

    sempre detto alcune cose nate da “storti” riescono proprio dritte

    Mi piace

  2. elinepal
    03/06/2014

    ahahaha bellissimo… mi hai ricordato del tempo in cui anche io mi inginocchiavo negli armadi puzzolenti. complimenti a entrambi!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 02/06/2014 da in Racconti con tag , .

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