La vertigine

Leggere non serve a niente.
Le cose che servono sono l’insalata, un orologio che non perde minuti, coltelli che tagliano, uno stipendio o una rendita, un cappello per l’estate e un buon cappotto per l’inverno. La salute. Lo spazzolino per i denti. Il sapone, ecco. E un paio di scarpe. Ma leggere… leggere non serve a niente. E’ inutile come un tramonto d’autunno, come il cielo di notte, quando sei in montagna, e sembra davvero che qualcuno abbia spanto del latte per tutto l’universo. Inutilizzabile come certe tempeste che arrivano dal mare, come un precipizio sopra il quale ci si sporge, assaporando il piacere misterioso e terribile della vertigine.
Leggere è un’esperienza che non serve a niente: non ci fa diventare più ricchi, né più magri, né più sani. Le pagine riescono solo a darci emozioni profondissime, totali, che ci devastano.

Sto leggendo l’inutile Viaggio al termine della notte di Céline, nella vecchia traduzione di Alex Alexis. Procedo così, dieci nuove pagine al giorno, e poi rileggo qualcosa a caso, indietro: più di questo il mio cuore non riesce a sostenere. Mi commuovo come quando mi trovo di fronte a qualcosa di immenso – uno di quei tremendi spettacoli della natura che ci lasciano senza fiato.
A scuola dicevano che leggere fa bene. Lo dicono anche i giornali. Bene come una medicina, come una colonscopia dopo i quarant’anni. Ma sbagliavano: leggere è come amare, un atto pericoloso e temerario che ti fa sentire vivo – che aiuta a delineare i contorni della propria identità – e che non ti porta da nessuna parte. Ogni sera mi immergo in un mondo prodigioso, a cercarmi tra le pagine di un libro. Il libero mercato, l’economia, il livello del colesterolo, le mie aspettative di vita… nulla viene toccato, scalfito, aumentato.

E l’altra sera ho trovato le parole che inseguivo da anni – la descrizione esatta di tante mie mattine. Scoprire di non essere solo mi ha regalato l’inebriante sensazione che si prova quando si tocca la propria umanità. Non è servito a niente, certo. Ma la bellezza di quel momento rientra tra le cose più importanti della mia vita.

Il peggio è che ci si domanda come il giorno dopo si troverà abbastanza forza per continuare a fare ciò che s’era fatto il giorno prima e da molto tempo, dove si troverà la forza per quei tentativi stupidi, per quei mille progetti che non arrivano a nulla, per quei tentativi di uscire dalla schiacciante necessità, tentativi che falliscono sempre, e tutti per convincersi una volta di più che il destino è insormontabile, che bisogna ricadere in basso dalla muraglia, ogni sera, sotto l’angoscia di questo domani sempre più precario, sempre più sordido.
Forse, è anche l’età che viene, la vigliacca, e ci minaccia di peggio. Non s’ha più molta musica in sé per far danzare la vita, ecco. Tutta la giovinezza è già andata a morire in capo al mondo, nel silenzio di verità. E dove andare, altrove, ci chiedo io, quando non s’ha più in é la somma sufficiente di delirio? La verità è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte.

(Viaggio al termine della notte, L. F. Céline, trad. Alex Alexis)

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3 thoughts on “La vertigine

  1. Diciamo che non è il mio pezzo preferito di quel capolavoro stupendo (forse perché io, come il mio eroe Paperino che compie 80 anni – coscritto di mio padre! – non sento in me nessuna vecchiaia), ma le parole sopra, quelle tue, sì che sono perfette, commoventi e sublimi. Dicono tutto di quel portento che è la scrittura. E ti riempiono di pena e di angoscia per tutti quei poveracci che se solo volessero potrebbero bere lo stesso magico elisir, ma preferiscono morire di sete. Ma sono stanco di preoccuparmi per loro: come scriveva Henry Miller, danzeremo sulle loro avvizzite carogne. 🙂
    Prosit!

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