Grafemi

Segni, parole, significato.

Il carotaggio del 10 giugno

Riprendo un vecchio post (ha sette anni giusti giusti) che parla di un 10 giugno vissuto dalle parti di Trieste. Riconosco il mio stile di allora – tanti dettagli, tanta forma, un po’ di retorica qua e là. Ma ci sono affezionato – è un bel pezzo dalla mia vita. Le date sono come un carotaggio: si infila un palo nel passato, e poi si tira su e si guardano i vari strati, così diversi tra loro. Qui c’è il 10 giugno del 1927, quello del 1940 e quello del 1944, e poi quello del 1955 e per finire quello del 2007, da Delka, un posto fuori dal mondo, dalle parti di Sagrado. E oggi? Sono al lavoro, guardo la strada qui sotto, una specie di canyon industriale, e c’è il sole. Tra 14 minuti inizio a produrre. Ivo non c’è più. Un 10 giugno qualsiasi.

Breve introduzione

Un giorno hanno chiesto a non so quale guru del giornalismo: qual’è la durata giusta di un articolo?
Il tempo di una cagata, ha risposto.

Lo so, i miei post sono troppo lunghi. Chiedo scusa di questo. Non lo faccio apposta. Su Cosmopolitan (credo), all’inizio degli articoli scrivono il tempo necessario per leggerli. Ecco, lo faccio anch’io: meno di un’ora.

10 giugno

Erano mesi, che avevo voglia di andare a pranzare nella trattoria da Delka, a Sagrado, sopra Rupingrande, sul Carso, a pochi chilometri dal mare, sui pendii delle montagne piene di foibe che si estendono, verdi e selvagge, sopra Trieste ventosa.
L’avevo vista, quella trattoria, qualche mese fa, quando io, Dunja, Jurij, Matija e nonno Ivo cercavamo la zivca (che si legge ziuzza), che è una gelatina di carne con alloro e miele che nel Carso preparano una volta all’anno, e che, pare, debba essere per forza mangiata proprio in quel giorno (mi pare Pasqua, o giù di lì), e che se non sei riuscito a prepararla in casa – ci vogliono ore, a farla, con le stesse percentuali di successo di fare una maionese – ti tocca uscire a cercarla, di domenica, prima di pranzo, trattoria per trattoria, ristorante per ristorante, osmiza per osmiza (dove con osmiza si indica una cosa talmente particolare che meriterebbe di essere raccontata a parte, la storia delle osmize del Carso) chiedendo: “ve ne è rimasta ancora un po’?” e la risposta è quasi sempre “no, ci spiace, è già tutta finita” o “no, ci spiace, è destinata solo ai clienti del nostro ristorante”.
Così quella volta, in quella ricerca domenicale, siamo capitati da Delka, a Sagrado, sopra Rupingrande, e mi era sembrato che non fosse stato, quello, solo un viaggio nello spazio: che in realtà, quella mattina, avessimo fatto un salto indietro di cinquant’anni – almeno.

I pavimenti, prima di tutto. Piastrelle esagonali bianche, rosse come il cotto e nere, disposte secondo una geometria che ora sarebbe improponibile. In altre sale, assi di legno lunghe, ruvide, polverose, che si abbassano quando ci balli sopra.
Un menù appeso ad un muro. “Lista Cibaria”, scrive. Credo che negli ultimo secolo si siano accontentati di cambiare solo i prezzi (e con molta calma, direi: sono tutti ai livelli di prima dell’euro).
E la pubblicità della Coca Cola, un cartellone grigio con il logo sbiadito, e due bottiglie di Coca Cola dalle classiche curve, con scritto sopra “In due comodi formati”, e accanto alla piccola c’è scritto “piccola” e accanto alla grande c’è scritto “grande”, e sotto a tutte e due “Deliziosa e dissetante” – era ancora il tempo in cui le pubblicità parlavano di cosa era il prodotto, non di cosa noi vorremmo trovare dentro ad una bottiglia; molto prima, quindi, dell’avvento dei creativi che ci leggono nel pensiero per farci comprare anche la merda in scatola (“che mondo sarebbe senza un vasetto di cacca?” e ti mostrano una gran gnocca che ne riempie una tazza, ovviamente sorridendo).

Un bicchiere di vino, grande come quelli dell’Ikea, costa sessanta centesimi – cosa sia questo vino, però, non lo so. Una tazza di brodo (caldo, specifica il menù), un euro e quaranta centesimi. Coperto e pane, 50 centesimi. E poi un elenco di specialità carsoline, e ci credi, ci credi che queste siano veramente le specialità del Carso – che non si tratti dei prodotti tipici che vendono negli autogrill, avvolti al domopak, con il codice a barre stampato sopra. C’è un’atmosfera che odora di realtà, da Delka, che ha i suoi stessi colori pastello. La realtà che c’era prima che sul mondo fosse passata una mano di vernice sintetica, fluorescente e sponsorizzata.

Mesi di attesa, di rinvii, di passi falsi – la sera, spesso, non cuciniamo; a Pasquetta siamo chiusi; poi ci spiace, tutto pieno – fino ad oggi, quando il sole ha colto di sorpresa chi aveva deciso di passare la giornata a casa. Siamo veloci a cogliere l’occasione: saltiamo in macchina e andiamo da Delka.
Si parcheggia nella corte della trattoria. Facciamo i tre scalini per entrare in questo edificio (che ha un’architettura da casa del popolo degli anni venti), passiamo il corridoio con le piastrelle escheriane, e ci ritroviamo, a sorpresa, in un giardino interno.
Per terra, erba, e fiori; i tavoli sono sotto alberi che lasciano cadere piccoli fiorellini gialli su ogni cosa – alla fine, avremo i capelli pieni di questi deliziosi ornamenti. Il sole illumina ogni cosa. L’ombra delle foglie sembra quella delle trattorie degli anni cinquanta – siamo in un film con Vittorio de Sica e Sofia Loren. Questo angolo fresco e verde è un paradiso preindustriale, un angolo di pace che il progresso ha dimenticato di radere al suolo; è un ricordo di tante persone che è stato lasciato lì, a disposizione di tutti, per essere recuperato ogni volta che non si ha voglia di essere moderni.

**

Ci sediamo, e accanto a noi si festeggia un compleanno. Il festeggiato se ne sta in piedi, accanto alla sua sedia, ad accogliere i parenti che arrivano un po’ alla volta. Ha i capelli bianchi, la pelle abbronzata, un bellissimo sorriso, una camicia immacolata, le gambe un po’ tremolanti ma la postura è fiera, molto più che dignitosa. La montatura degli occhiali è d’oro e le lenti sono di quelle che si scuriscono con il sole – un indizio che inchioda gli anziani alla loro età.
Arriva un quarantenne con una maglietta improbabile e lo abbraccia dicendogli “buon compleanno”, e lui “Hai visto? Io ci sono arrivato, ora tocca a te!” e giù reciproche pacche sulla schiena, ridendo della morte e della vita, sotto il sole di giugno. Poi è una processione di vecchie signore ricciolute con le calze color carne e la borsetta tenuta stretta sotto il braccio e golfini fatti a mano per coprire le spalle, tutte vedove, tutte con la dentiera nuova, e ragazzi con un etto di gel in testa e occhiali a schermo intero e jeans strappati a pagamento e cinture con fibbie da chilo, e coppie di mariti e mogli un po’ sovrappeso, vestiti come dei cantanti – un capo spiritoso, signora, anche per suo marito, si usa, guardi, sembra quasi giovane. Sorridono tutti, sinceri, chi con più e chi con meno denti. Sorridono tutti tranne i ragazzi, maschietti troppo preoccupati a mantenere l’immagine da gioventù bruciacchiata davanti alle loro cugine.

Ma quanti anni avrà, questo festeggiato, che pare avere energia per tutti e che probabilmente è il bisnonno di una di quelle vedove? Lo spio un po’ – lo fotografo di soppiatto. Ha uno sguardo forte e sereno, e gli occhi sono sorridenti, come se avesse capito che il senso della vita è, semplicemente, “rimboccati le maniche e datti da fare, ragazzo”.

**

Ordiniamo gnocchi con sugo d’arrosto, e stinchi di maiale con patate in “tecia” – specialità di tutto il Triveneto. I miei suoceri ci dicono che quarant’anni prima, da fidanzati, venivano a mangiare qui, e c’erano gli stessi piatti – uguali nel sapore, nella presentazione.
La proprietaria ha un qualche debito di riconoscenza nei confronti di Irma, la mamma di mia moglie: la sua famiglia, la famiglia di Irma, aveva ospitato lei, la proprietaria, e tutta la sua famiglia, subito dopo la seconda guerra mondiale – i nazisti tedeschi e i fascisti italiani avevano dato fuoco a diversi villaggi (qualche volta con la gente dentro) allo scopo di vincere una guerra che in realtà avevano già perso tanti mesi prima (come stupirsi se poi qualche migliaio di questi fascisti sono finiti nelle viscere di queste montagne? non lo avreste fatto anche voi, se qualcuno avesse raso al suolo la casa che i vostri nonni avevano costruito, e costretto i vostri figli a scappare terrorizzati, con la paura di morire a cinque anni?): tra queste case bruciate c’era anche quella della di Delka, che allora era piccina.
Quando entriamo, questa signora, ormai anziana, abbraccia mia suocera, dicendole, un po’ commossa: “ti ricordi quanto eravamo poveri, una volta?”. Lo stinco di maiale che ci porteranno, posato sul suo sugo pieno di sapore, è la rivincita sulla storia.

**

ivo

Mentre si mangia, Ivo, mio suocero, inizia a raccontarmi una delle sue storie che non finiscono più.
Ivo, al quale sono legato da un affetto filiale, ha un episodio da raccontare per ogni cosa che chiunque dica. Di solito, si tratta di cose successe al porto di Trieste, dove ha lavorato come addetto alla gru per una trentina d’anni. Altre volte, sono fatti successi a parenti, o vicini di casa, o gente del paese. Marginali, ma presenti, anche episodi visti alla televisione slovena venticinque anni prima, o ascoltati per radio, una volta che tornava da Zagabria con la famiglia, una vita fa.

Quasi tutti questi episodi hanno la struttura della barzelletta: un prologo lunghissimo e un po’ sfiancante, e poi, alla fine, la battuta, che non sempre è all’altezza dello sforzo precedente, perché a volte la narrazione è – come dire – un po’ faticosa. Queste storie, poi, fanno continui riferimenti a persone e luoghi a me totalmente sconosciuti (la trattoria di Ivan, che è il figlio di Pepi, tra Barcola e la pescheria di Santa Croce, quella che hanno chiuso venti anni fa), persone e luoghi che comunque risultano, nella maggior parte dei casi, totalmente ininfluenti e irrilevanti al fine della comprensione dell’aneddoto in sé. Ma nonostante questo, sono contento di ascoltarlo, specialmente quando mi racconta cose successe tanti anni prima – storie ancora più interessanti quando si incrociano, più o meno consapevolmente, con i grandi fatti della Storia. E poi è Ivo, gli voglio bene come ad un papà.

Il racconto di oggi, che ascolto staccando con i denti la carne dall’osso dello stinco di maiale, come un austrolopiteco del Carso – troveranno anche me, tra un milione di anni? cosa diranno della mia pancia? sarà il caso che mi faccia la barba? – il racconto, dicevo, riguarda una partita di scapoli contro ammogliati. La faranno nel pomeriggio, tra Opicina e Contovello, dove una volta c’era la palestra di Boris, quello che adesso ha il bar vicino al magazzino di Adriano, il socio del papà di Borot, ma la palestra non era sua, gliela aveva data in gestione il Primorije.
Ah, dico io, però – intanto cerco di intersecare questa storia con altre storie che ho già sentito, per capire se dovrei conoscere, almeno di nome, Boris, Adriano e Borot (che cavolo di nome è?), o, per sentito dire, Opicina e Contovello.
“E’ importante, questa partita”, mi dice.
“Non lo metto in dubbio” – altro stinco sul mio piatto: strage di maiali, ieri sera. Oppure oggi sono tutti zoppi, che rotolano sui loro corpi a forma di dirigibile.
“Perché riprende una partita di tanti anni fa, è logico”
“Però”. Una partita tra scapoli e ammogliati. Questa, e la finale di Champions League, non me le perderei mai. Logico, no? Ognuno ha le sue espressioni tipiche, “logico” è la sua.
“L’avevano giocata il 10 giugno del 1955”
Plin! Suona un campanellino nella mia testa. Questa è storia! Qui ci sono cose da chiedere!

“Che partita era?”
“Trieste, dopo la guerra, era territorio libero, controllato da Inghilterra e America. Qui, non era Italia” e lo dice con un po’ di rimpianto, lui, sloveno che ha impiegato vent’anni per farsi ridare il cognome di suo padre, quel cognome che il regime fascista – il più stupido regime di tutti i tempi – gli aveva orrendamente italianizzato.
“Qui non era Italia. Per cui noi sloveni eravamo allo stesso livello degli italiani – gli stessi diritti. Potevamo parlare la nostra lingua, perché non esisteva una lingua ufficiale. Le partite tra scapoli e ammogliati le avevano iniziate a fare nel 1952. Due squadre da undici persone, e un centinaio di persone come pubblico sugli spalti – i parenti. Un giornalista locale faceva la cronaca in diretta, con un megafono. E siccome eravamo tutti sloveni, questa cronaca era in sloveno. E’ logico, no?” e con la mano mi dà un colpetto sulla spalla, per farmi tirare la testa su dal piatto. Ivo è una di quelle persone che quando parla richiede che lo si guardi in faccia – cosa che può creare qualche problema, ad esempio, se l’ascoltatore sta guidando una macchina o, sempre per fare un esempio, sta staccando pezzi di carne dall’osso di uno stinco di maiale.
“Logico”, rispondo “mi pare proprio logico” e mi rituffo sulla gamba del maiale, che tengo ferma con entrambe le mani.
“Be’, durante la partita, mentre gli ammogliati vincevano uno a zero, è arrivato un brigadiere, che ha detto: Fermi tutti, cos’è sta roba, la partita è sospesa, via, siamo in Italia e non si può fare la cronaca in sloveno. Gli dissero che non c’era nulla di male, che era lecito, ma lui niente, sospese la partita.”
“Solo perché la cronaca era in sloveno?”
“Solo perché la cronaca era in sloveno. Non si poteva essere sloveni, non dopo essere passati sotto l’Italia. Pensa che la nostra squadretta di calcio si chiamava Primorije, che significa ‘litoraneo’, è il modo con il quale noi indichiamo la nostra terra sul golfo di Trieste… Te me credi se te digo che un campionato lo abbiamo vinto perché tutte le altre squadre si sono rifiutate di scendere in campo contro di noi? Avete una j in più, ci dicevano, toglietela e se ne riparla. Eravamo la squadra che vinceva sempre senza scendere mai in campo.”

“Ma poi come è finita la partita? Cosa è successo?”
Casin, xè successo. La gente gà protestà, per giorni, fino a che il brigadiere è stato rimosso, spostato da un’altra parte, e ci è stato concesso di poter rifare la partita con la cronaca in sloveno. A vederla, quella partita, la seconda, c’erano più di 5000 persone, venute da tutto il Carso. Alla fine della partita è arrivata la banda, che ha suonato fino all’alba, mentre tutto il paese si ubriacava per la gioia…”
La gioia di esistere, ho pensato, di esistere come popolo.

“Ecco, quel giorno era il 10 giugno del 1955. Ogni anno ricordiamo quella partita, la partita del nostro orgoglio. Ci sarà ancora la banda. Chi vince salirà su un carro che i perdenti spingeranno per il paese, accompagnati dai tromboni, e dai bambini che ridono intorno.”
E infatti è così: poche ore dopo, Jurij è sul carro che ride – oggi pareggio, ed entrambe le squadre spingono il carro sul quale è salita la banda e tutti i bambini del paese. Chi ha visto Underground, può immaginare cosa possa essere una festa balcanica in cui qualcuno suona e tutti bevono.

**

Il bello di avere due orecchie è che si può ascoltare una storia con una, e rubare pezzi di conversazione con l’altra. E io rubo ogni parola del tavolo che confina con il nostro, quello con il compleanno. Il festeggiato è una miniera di aneddoti – pure lui. Ad un certo punto, perde un colpo. Dice: diciassette anni fa c’è stato il più grande bombardamento su Trieste. Eh? Diciassette anni fa? chiede stupefatto il tipo che lo aveva abbracciato, quello con il capo spiritoso.
“Orco can, mi sono sbagliato. Volevo dire quando avevo diciassette anni, il giorno del mio compleanno, nel quarantaquattro”

Prima osservazione: ha ottant’anni, quell’uomo arzillo, che dispensa energia ai suoi parenti, e che probabilmente porterà la bara ai funerali dei suoi nipotini, tra un centinaio di anni.

Seconda osservazione: c’è stato un 10 giugno in cui qualcuno festeggiava, anche quella volta, un compleanno – sotto un sole come il nostro, la stessa temperatura, le stesse nuvole bianche in lontananza, la calura dopo pranzo, un gatto bianco che cammina sotto i tavoli strusciando il suo naso sulla punta delle scarpe di coccodrillo di una signora, il rumore delle forchette sui piatti – ma quella volta c’erano gli aerei in cielo, arrivavano a salvarci – radendoci al suolo, come si usa fare nelle guerre di liberazione. Dieci giugno del 1944, e il tizio aveva 17 anni, e chissà cosa stava facendo quel giorno, cioè cosa stava facendo esattamente – che pantaloni aveva, che camicia, che sogni in testa, che speranze – forse, visti i tempi, era meno ottimista sul suo futuro di quanto potrebbe esserlo oggi.

Quindi, con un calcolo che solo lo stinco di maiale rende complicato, ne aveva 13 quando Mussolini si affacciò sul balcone di Piazza Venezia per gridare con il mento levato, gli occhi piene di fiamme da condottiero, “Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’impero e del regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili.”
Cioè, ne aveva esattamente tredici, era il giorno del suo compleanno, quando l’Italia ha iniziato la sua avventura bellica. Era quattro anni prima, era prima che iniziasse la campagna di Russia, prima che l’America entrasse in guerra, prima che Mussolini fosse destituito e prima che l’Italia si arrendesse, prima che mezzo milione di fosse venissero scavate per accogliere i resti degli Italiani morti, più o meno volentieri, per la Patria, madre sempre feconda di eroi. Quattro anni fa, te li ricordi? Era il 2003, era appena iniziata la Seconda Guerra del Golfo, o la Prima Guerra Preventiva di Liberazione e Democratizzazione Forzata dell’Iraq – una guerra finalizzata a liberare il popolo iracheno dalla dittatura, e che è costata, agli iracheni, seicentomila morti – se la causa di tutto sono state le Torri Gemelle, all’Ufficio Cambi del Paradiso ti danno duecento iracheni per un americano – seicentomila morti che sono tanti, tanti da far pensare che in spiaggia non ci saranno più problemi per trovare un posto dove mettere l’ombrellone, e che al McDonald o al cinema non servirà fare la fila per comprare un CheeseBurger o acquistare un biglietto – specialmente nel caso di film per bambini – insomma, quattro anni volano, se ce ne stiamo qui al calduccio, sotto un cielo che di notte non fischia di aerei e bombe. O in questo giardino pieno di erba e gatti, sotto la pioggia dei fiorellini gialli che gli alberi ombrosi lasciano cadere con graziosa non chalance.

**

Ivo finisce la sua storia, e io sono quasi esausto – lo stinco di maiale, le patate in tecia, o i dettagli ai quali ho dovuto prestare attenzione, anche oltre la mia capacità di comprensione – esausto ma con un senso di… come dire… di storia dentro – è come se fosse stata fatta una sezione di anni lungo il 10 giugno, e fosse venuta fuori la nascita del festeggiato nel 1927 (hai presente le foto del tempo?), e Mussolini con il petto in fuori, duce del regno d’Italia e Albania (e la gente sotto, massa pronta per andare al macello, che urla felice battendo le mani – questa è la vera grandezza di una dittatura: trasformare la gente in burattini festosi, e poi mandarli a morire con il sorriso sulle labbra), e le bombe su Trieste, che ce ne sono ancora, di inesplose, un po’ ovunque, e la partita tra scapoli e ammogliati con la banda e il vino.
E oggi c’è questo 10 giugno 2007, in questo giardinetto che non dimenticherò mai, con Jurij che cerca una strega cattiva dietro una vecchia porta di legno, Matija che dorme in braccio di Irma, e i piccoli eredi del nonno che corrono dietro ad un gatto, per tirargli la coda.

Uno dei nipoti, durante una foto con l’ottantenne, ha detto di avere diciassette anni, come se fosse un’età importante – io ce l’avevo vent’anni fa e tutto sommato, con un giudizio a posteriori, non mi sembra sia stata tutta sta gran roba. Ha avvolgenti occhiali da sole a trentadue pollici, che non toglie mai. In testa, talmente tanto gel che se scoprono che è cancerogeno, tra dieci anni il ragazzino avrà il cervello come un groviera. Un cellulare con uno schermo grande come il mio computer – per mandare sms in alta definizione, credo – e suonerie da urlo, e scarpe da ginnastica per stare seduto. Lascia sul piatto metà di quello che mangia, svogliato – non siamo più così poveri. Ed estrapolo, cerco di vederlo tra sessantatre anni, il 10 giugno del 2070 (quando io avrò cento anni e non so quanti blog alle spalle), seduto a quel tavolo, con i suoi parenti intorno che lo festeggiano – nonno compreso. Ragazzo, penso, ti converrà trovare qualche tragedia della Storia nel quale buttarti dentro, se a ottant’anni vorrai avere qualcosa da raccontare….
Ma mi pare che non sia all’altezza del ruolo, che non potrà esserlo mai, perché questo non è più tempo di eroi – nessuna prova da affrontare, niente da risalire, nulla contro cui reagire – la pace è piatta, e piena di sole, condita con il sugo dell’arrosto.
Il benessere, lo vedi anche tu, ha la forma di una pancia gonfia sopra la cintura.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Il carotaggio del 10 giugno

  1. szandri
    10/06/2014

    Lungo, sì.. infatti lo leggerò dopo, con un po’ di calma. Però mi è bastato leggere il nome della Delka per sapere che devo tornare a leggerlo. Con calma, appunto.. I luoghi, casa, quanta bellezza :). A dopo!

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  2. amanda
    11/06/2014

    ora devo trovare il tempo per leggerlo comunque se non altro nel frattempo hai acquisito il dono della sintesi 😀

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  3. szandri
    13/06/2014

    Sai che mi sono commossa? Mi sono venuti i brividi. Bellissimo. Come è bello e unico quell’angolo fuori dal tempo, dove tutto sembra galleggiare in una splendida quiete. Forse ci siamo anche incrociati, da quelle parti. Le pesone che incontro lì sono sempre le stesse, in fin dei conti.. anche loro un po’ sospese :). Bello, bello, bello. Lo farò leggere anche ad altri, spero che non ti secchi. 🙂 Buona giornata!

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  4. Pingback: Barcolana, cronaca di una giornata perfetta. | • • •

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Questa voce è stata pubblicata il 10/06/2014 da in Racconti, Ricordi con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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