Cuore

Era successo al parco: stavo correndo al fianco di lei, e improvvisamente mi sono trovato disteso sul prato, incapace di muovermi – incapace perfino di respirare. Nel cielo c’era una nuvola a forma di gatto; tra i rami di un pino marittimo un uccello, forse un beccofrusone, gorgheggiava in una lingua sconosciuta; un gruppo di bambini gridava attorno all’altalena. Ho guardato il sole che stava iniziando a tramontare dietro un palazzo affacciato sul parco e ho pensato che forse la morte arrivava così, senza preavviso, come una mano che ti tocca la spalla per dirti “ecco, ora è il tuo turno”.
Ma non sono morto. Mi sono risvegliato a casa, sul divano, come dopo un brutto sogno. Lei era al telefono e stava spiegando a qualcuno, forse a sua madre, quello che era successo. Mi faceva male il petto. Ho provato a mettermi in piedi, ma quando lei mi ha visto ha detto “scusa, ti devo lasciare”, ha spento il telefono ed è corsa da me: “Fermo, fermo… Non muoverti”. Abbiamo passato la sera guardando la televisione. La mattina dopo, al risveglio, mi sentivo già meglio, anche se erano rimaste tracce di paura, nelle frequenze del cuore. Nel giro di qualche giorno sono tornato quello di prima.
La seconda volta ero a un centinaio di metri da casa; il cielo era grigio, basso, compatto, gonfio. Sono crollato a terra, ho sbattuto la faccia sul marciapiede e la bocca mi si è riempita di sangue. Un cane dall’altra parte della strada mi guardava incuriosito. In quel momento, ha iniziato a piovere. Un rivolo d’acqua, incanalato da foglie secche, è arrivato a lambirmi la pancia, mescolandosi a qualcosa di caldo, il piscio che non ero riuscito a trattenere.
Il dottore che mi ha visitato non ha detto niente: si è ritirato con lei in una stanza accanto all’ambulatorio, a discutere di qualcosa. Quando poi sono tornati, lei mi ha appoggiato una mano sulla fronte e mi ha detto sottovoce: “Non ti preoccupare, ti troveremo un cuore nuovo”.
Ho passato due mesi in una specie di limbo. Sedato per impedirmi qualsiasi movimento, ho guardato il mondo attraverso un vetro opaco che attutiva i suoni, stemperava i colori. Un cuore nuovo, dunque. Anche in quello stato di torpore pensavo al mio futuro con una certa preoccupazione. Il cuore che mi batteva nel petto da anni aveva sempre capito cose che la mia testa non aveva neppure intravisto: l’amore, ad esempio, era stato riconosciuto e annunciato là dentro, nella cassa toracica; io, mi ero limitato a prenderne atto. I momenti più belli – il calore dell’intimità, una passeggiata nel bosco, il ritorno a casa – erano passati sempre da quel piccolo muscolo indipendente. Mi bastava ricordare il momento in cui avevo visto lei la prima volta per sentire il suo battito accelerare: non ero io che lo comandavo, ma lui sapeva, e capiva, e ricordava cose fuori dal mio controllo. L’instancabile motore della mia vita. Come sarebbe stato, dopo?
Uno sfortunato incidente mi donò il cuore. Vissi i preparativi dell’intervento come se riguardassero qualcun altro. L’affetto di lei aveva il sapore dolce e amaro delle cose belle che si stanno per perdere. Con quale cuore l’avrei riconosciuta? Osservavo le luci della sala operatoria, muto. Il dottore si avvicinò, estrasse l’ago della puntura. Più niente.
Il risveglio durò ore, come un lentissimo ammaraggio: il mondo da lontano, silenzioso, confuso, e poi i dettagli delle cose grandi, e poi i rumori – la pompa del drenaggio, il lento sussurrare degli infermieri. Ero vivo. Ed ero in qualche modo io. Ma il cuore? Non sentivo nulla, nemmeno la paura di non sentire più nulla. Poi udii la voce di lei dietro la porta della camera, e due secondi dopo la vidi entrare. Quando incrociai i suoi occhi, allora il cuore – quel cuore nuovo – capì: capì che quella donna era la mia alba e il mio tramonto, il nord e il sud, l’unica persona che contasse nella mia vita. Era amore e lui lo sapeva. E quando lei si avvicinò a me, e appoggiò le sue labbra sul mio naso, e mi disse “Fido, amore, sei salvo, sei salvo”, la mia coda, rimasta fermi per mesi, riprese finalmente a scodinzolare.

Annunci

11 thoughts on “Cuore

  1. Sono io lei
    quella che ha
    dormito per terra
    sul terrazzo
    con una coperta a
    ricoprire le mie paure
    e la sua improvvisa paralisi.
    Ma è stato lui quello
    che ha trascinato il suo corpo
    di quaranta chili sul mio
    fino a ripararmi
    dal freddo.
    E sono sempre
    io, lei, quella
    che non lo dimentica.

    Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...