L’inserto del lunedì – “Dillo a tutti” di Carlo Vanin

Dillo a tutti: non dovrebbe essere questo l’imperativo da rivolgere a ogni uomo politico? Ma se la richiesta risulta insolita, anche un uomo esperto come il Presidente può scegliere di rifiutarsi. Fino alle estreme conseguenze.
Un racconto folle di Carlo Vanin – folle e rigoroso, come tutte le cose che scrive. E attenzione: a settembre esce “La notte della Mediarchia”, il suo secondo romanzo, con Panda Edizioni. Rimanete sintonizzati!

DILLO A TUTTI!
di Carlo Vanin

220px-Parental_Advisory_label_svgIl Generale e il Presidente conversavano amichevolmente nell’ufficio di quest’ultimo, sorseggiando un buon tè oolong, quando il telefono presidenziale squillò.
“Mi scusi, caro, dev’essere il ministro con i resoconti” disse il presidente.
“Si figuri!”
Il presidente prese la cornetta e rispose: “Pronto?”
“Devi dirlo a tutti che mangi la merda” disse l’interlocutore, e riappese.
Il sorriso bonario e un po’ beffardo del Presidente si spense come la fiammella di una candela sotto una cascata. Di conseguenza, anche il ghigno perenne del Generale si trasformò in una smorfia interlocutoria.
“Mi scusi,” disse il presidente “sembra che abbiamo un grave problema di sicurezza qui.”
Il colorito del suo volto era passato dall’olivastro al beige.
Il Generale annuì e finì di bere il suo tè.
Il Presidente riappese la cornetta e digitò un numero di tre cifre.
“Sono il Presidente, mi chiami subito il Questore” ordinò solamente, e appese.

Un’ora dopo il Questore e il Presidente discutevano amabilmente nell’ufficio di quest’ultimo sorseggiando un Laphroaig.
“Mi rendo conto che sono cose che non dovrebbero succedere” diceva il Questore. “Ho compiuto le mie verifiche col Capo dei Servizi Segreti, uomo di indubbia professionalità. Lui pensa a una fuga di notizie. Qualche delatore deve aver reso noto il suo numero interno.”
“Fuga di notizie?” chiese il presidente. “Gli uomini e le donne del mio ufficio sono altamente selezionati, le loro credenziali sono state verificate fino al terzo grado parentale. Non ritengo possibile che uno di loro…”
“Mi scusi l’interruzione ma… probabilmente il problema più che umano è telematico.”
“Capisco” disse il presidente, che pure non aveva capito.
“Le opportune correzioni della sicurezza telematica dell’edificio sono già in corso” disse il Questore, che pure non aveva idea di cosa significasse quella frase.
“Bene” disse il presidente.

Due giorni dopo, il Presidente e la sua scorta passeggiavano per le vie della capitale salutate da una folla festante. D’un tratto, il cellulare presidenziale prese a squillare. Il Presidente smise di salutare e rispose. Il numero del suo telefonino lo avevano solo sua moglie, suo fratello, le sue due figlie e pochi amici intimi. Aveva ben raccomandato a tutti loro di usarlo solo in situazioni di emergenza.
“Devi dirlo a tutti che mangi la merda” disse l’interlocutore, e riappese.
Il presidente si arrestò e rimase fermo per qualche secondo come una statua, con la bocca aperta e il cellulare ancora premuto all’orecchio.
“Tutto bene, signore?” chiese il capo della scorta.
“Come?” disse il Presidente, come risvegliandosi da un sogno ad occhi aperti. “Sì,” rispose dopo qualche secondo, “un burlone… solo un burlone.”

Alcune teste caddero. Il Capo dei Servizi Segreti si incaricò personalmente di verificare la sicurezza telematica, qualunque cosa significasse, di tutte le apparecchiature elettroniche del Presidente. Passò un mese e il misterioso intimidatore non si fece più sentire, forse incapace di superare i nuovi firewall della Repubblica.

Il Presidente tornava a casa dopo una lunga e difficile giornata di lavoro. Aveva assistito alla parata delle forze armate, applaudendo annoiato ad ogni carro armato ben lustrato e ad ogni evoluzione aerea, poi aveva inaugurato nell’ordine una scuola, un orfanotrofio e una clinica privata.
Durante il viaggio di ritorno verso la sua villa fuori città si era persino addormentato, già pregustando il sonno del giusto che lo aspettava nel suo bel lettone a cinque piazze.
Dopo che il suo autista, preceduto dalla sua onnipresente scorta, aveva superato il cancello d’ingresso e il lunghissimo viale di ghiaia che attraversava il rigoglioso giardino, giunto di fronte al portone d’ingresso, il Presidente scese.
“Prenditi la giornata libera domani” disse il Presidente al suo chauffeur. “Per lunedì ricordati di portarmi quella cosa che ti avevo chiesto, per favore.”
“Grazie Presidente, sicuramente Presidente” rispose il solerte ometto inchinandosi.
Il Presidente si appropinquò al portone di casa e si rovistò in tasca alla ricerca della chiavi. Le chiavi c’erano, ma c’era anche un’altra cosa. Un foglio quadrato, liscio al tatto, di piccole dimensioni.
Il Presidente lo estrasse e lo guardò.
Diversamente da quanto aveva sperato, non fu il sonno quel giorno a privarlo dei sensi, ma un capogiro privo d’eguali.
Il Presidente rovinò svenuto sulla ghiaia.

La foto ritraeva sua figlia maggiore, ventiquattro anni, stilista affermata. Era in primo piano, seduta. Reggeva un quotidiano con la data di quel giorno. Piangeva. Sul suo volto, sempre solare e luminoso, era scesa un’ombra che la rendeva quasi irriconoscibile.
Sul quotidiano qualcuno aveva scritto con un pennarello rosso in un corsivo puerile devi dire a tutti che mangi la merda.
Per quanto tutto questo fosse orribile, il particolare più angosciante appariva alla sinistra della foto.
Quello che si protendeva verso sua figlia da un angolo della polaroid, più minaccioso e subdolo di un’arma, era innegabilmente un pene.
Un pene rosso e gonfio, venoso e malvagio.
Eretto allo spasimo.

La notizia del rapimento della figlia del presidente rimase secretata. Altre teste caddero. Agenti della scorta, uomini dei servizi segreti, qualche commissario. Altri uomini presero il loro posto. Arrivarono professionisti dall’estero, da paesi in cui la pietà non era un retaggio né culturale né religioso. Si aprì una caccia infernale.
Che non ebbe esito.

Il giorno dei Morti, a un mese dalla scomparsa della figlia, il presidente cenava con il resto della famiglia in un silenzio angosciato. Tutti, compreso il marito della figlia del presidente, imprenditore caseario di massimo livello, non avevano fatto che aspettare e piangere in quei giorni orribili. Piangere e aspettare.
D’improvviso, il capo della scorta presidenziale, già agente segreto del Mossad, entrò nella sala da pranzo senza farsi annunciare. Il suo volto duro e perito non riusciva a dissimulare una certa apprensione. Il presidente lo guardò, con il cucchiaio a mezz’aria tra il piatto di minestra e la bocca.
“È meglio che venga a vedere lei di persona, signore” disse il capo della scorta, salutando con un cenno i presenti. La sua voce tremante, come non lo era mai stata neppure durante i raid a Gaza, implicava che ciò che doveva mostrare fossero tutto eccetto buone notizie.
Il Presidente annuì. Guardò la famiglia riunita, a cui era stato amputato un membro importante. Si fece forza e seguì il suo uomo.
Nel silenzio, altre lacrime scorsero.

Il cuore del Presidente non resse e si fermò. Ciò che il capo della sua scorta gli aveva mostrato, ciò che era arrivato in una busta sigillata quel giorno alla sua casella postale privata era troppo orribile. Troppo.

Svegliatosi l’indomani nella clinica privata che aveva inaugurato un mese prima, il presidente chiamò il suo Addetto alle Relazioni Pubbliche, senza neppure aspettare di essersi rimesso completamente. Nella sua mente, l’immagine della nuova foto contenuta nella busta, era stata impressa da aghi di fuoco, intinti non nell’inchiostro ma in un veleno urticante.
“Chiama tutti,” disse il presidente al suo Addetto “dì che si preparino. Dì che oggi devo parlare alla nazione.”
“Signore, forse non si è ancora ripreso del tutto e lei sa che…” blaterò l’addetto.
“Dillo” sussurrò il Presidente “a tutti.” Il suo tono era calmo e privo d’espressione ma all’Addetto sembrò di aver sentito il suono delle trombe del giudizio.
“Sì, subito signore.”
Mentre stava per andarsene, il Presidente lo trattenne per una manica. L’Addetto lo guardò. Sembrava invecchiato di dieci anni in un giorno. I suoi occhi erano quelli di un uomo che sta annegando.
“Gliel’hanno messo in bocca? Capisci? In bocca a mia figlia…”

“Concittadine e concittadini, abitanti di questo bellissimo paese, mi trovo qui oggi a parlare con voi di una questione molto, molto importante che riguarda la mia persona. Ogni uomo cela segreti che non dovrebbero essere rilevati ma questo non vale certo per me, data la mia carica. Quindi, carissime concittadine e carissimi concittadini, vi confesso che i miei pasti preferiti sono le feci. Sì, io, il Presidente, mangio la merda.”
(Pausa, il presidente china il capo. I suoi occhi luccicano per un istante.)
“Per questo, data l’infamia di questa mia azione reiterata, io sono costretto a dare le mie dimissioni nel più intenso sconforto. Arrivederci, concittadine e concittadini. Arrivederci. Sempre viva la nostra grande nazione!”

Dopo mezz’ora circa dal messaggio a reti unificate, la figlia del Presidente era stata ritrovata che vagava senza meta lungo un’autostrada coperta solo di un sacco di nylon. Il misterioso ricattatore non si era fatto più sentire e il racconto della figlia non offrì nessun aiuto per le indagini. Venne sottoposta a molte analisi, da cui si evinse che nel periodo del rapimento le erano state fatte assumere grosse dosi di oppioidi.
Solo dopo qualche mese la figlia del Presidente cominciò a manifestare i primi segni di una difficile ripresa. Fu ricondotta alle cure dei suoi cari e il giorno del suo rientro in casa fu organizzata la più grande delle feste con tutti i parenti e gli amici in pompa magna.
L’ex-Presidente, a capo della lunghissima tavolata, prima che le portate venissero servite volle alzarsi in piedi alzando il bicchiere. Tutti i presenti lo imitarono.
“Amici e fratelli,” proclamò “oggi è un giorno lietissimo per me e, ne sono sicuro, per tutti noi.” Tese la mano alla figlia in piedi alla sua destra, questa si avvicinò e lui la strinse in un moto di malcelato affetto.
“Il nostro dolce angelo è tornato a sedersi alla nostra tavola, a illuminarci col suo bellissimo sorriso.” La figlia sorrise un poco, il suo volto era ancora adombrato dalle vessazioni subite.
“Per questo, cerchiamo di dimenticare quello che è stato, almeno per oggi e viviamo questo giorno come la più grande delle feste. Vogliate brindare con me a mia figlia e alla nostra famiglia tutta, oggi!”
Prima del brindisi collettivo ci fu uno scrosciante applauso e la figlia del Presidente, seguita dal padre, non poté più celare la lacrime di gioia che già tratteneva da molto. Poi tutti brindarono e la cena cominciò.
Sei camerieri spinsero nella sala da pranzo un enorme vassoio del diametro di svariati metri. Con una complicata operazione, studiata dal maitre fin nei piccoli dettagli il vassoio fu issato e posto al centro della tavolata. Poi, con un sistema di carrucole e fili invisibili, il coperchio del vassoio fu sollevato e sparì fra le ombre del soffitto.
I commensali sbalordirono mentre già i loro palati si colmavano di acquolina alla vista di ciò che le cucine presidenziali avevano sfornato per loro.
Merda, tanta merda quanta non se n’era mai vista prima. Purissima merda di essere umano, proprio lì, davanti a loro.
Quasi all’unisono tutti si fiondarono armati di cucchiai sulla prelibatezza. Persino il presidente rinunciò al solito contegno e, dimenticata l’etichetta, salì sul tavolo e si lanciò sulla gigantesca torta di merda fra le risate e gli applausi generali.


Carlo Vanin
Carlo Vanin tra 5 anni

Carlo Vanin è il più grande scrittore vivente di Spinea 30038 (VE). Ama ubriacarsi, consumare pastiglie di fosfato di codeina, scaricare film pornografici giapponesi (JAV) e fare sesso con due o più ragazze. Non ama molto far sapere che non sa che cosa scrive, perché poi viene fuori che non è facilmente etichettabile e gli editori non lo vogliono più. Indossa spesso una canottiera bianca, tiene il condizionatore perennemente a 15 gradi e per radersi usa Proraso. A differenza di tutti gli altri scrittori viventi non sa cucinare. Il suo primo romanzo è “Mirko e il Mostro” (L.A.Case),  il suo secondo è “La notte della Mediarchia” e uscirà a Settembre 2014 per Panda Edizioni. Le sue pornostar preferite sono Gianna Michaels, Sunny Lane e Stoya.Non ha un gatto, né lo avrà mai, ma ha avuto delle tartarughe che sono diventate grosse così.

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