Mette pioggia – Gianni Tetti

E’ probabile che la letteratura non serva a niente, se non a consolare qualche cuore solitario. Le nuove generazioni hanno altro da fare, ed il loro mondo è peggiore solo se lo guardiamo con i nostri occhi cresciuti prima degli anni settanta, con le nostre categorie mentali, i nostri mantra (“leggere fa bene, leggere fa bene, leggere fa bene”), e le debolezze che abbiamo coltivato come fossero pregi. I libri ci tolgono dal mondo per qualche centinaio di pagine; ma poi, talvolta, in rari casi, ci ributtano là dentro con uno sguardo più lucido, un pensiero più forte, più sicuro, più tagliente. Solo questo dovremmo dire alle nuove generazioni: la letteratura vi può dare occhi nuovi. Pensateci. Non è per il vostro bene, che dovete leggere. E’ per avere un pensiero più affilato. E’ questo evento raro, questo regalo, che cerco ogni volta che leggo un libro. Una voce capace di scoperchiare tutto con la sola forza delle sue parole.

Non ho mai creduto che i romanzi contengano qualcosa – una morale, un ammonimento, la soluzione del problema – e non ho mai creduto neppure che i romanzi siano capaci di insegnare, o ammaestrare. Piuttosto, i romanzi, quando valgono, forniscono una lingua nuova con la quale è possibile riorganizzare il mondo. Questo, deve fare, un romanzo: insegnarci un modo diverso di raccontare la realtà.
Mette pioggia di Gianni Tetti, uscito per la Neo Edizioni quest’anno, alla fine di aprile, racconta l’ultima settimana dell’umanità. Non lo fa dall’alto, da un satellite che gira intorno al nostro pianeta, ma dal basso, dalla terra, dalla sua arsura: si immerge nelle sue viscere, nei suoi odori, nel suo dolore primitivo e ineludibile, e da là dentro, come una sorta di oracolo, dice ciò che vede, e lo dice con una lingua nuova, sua, inventata, costruita per l’occasione. E’ di questo che parla Mette pioggia: di un modo diverso di guardare, e poi di un modo diverso di mettere insieme le parole per rappresentare ciò che con la lingua di tutti i giorni non sarebbe possibile dire. Lo fa anche la poesia, in modo forse più sottile, più impalpabile. Tetti scrive 200 pagine di narrativa con la stessa ambizione: poieo, in greco, significa semplicemente creare. Mette pioggia è un libro poetico nel senso stretto del termine.

gianni tetti

Tetti arriva a questo romanzo dopo l’interessantissima raccolta di racconti I cani là fuori, uscita nel 2010 sempre per la Neo Edizioni. Di quell’approccio mantiene il rigore linguistico, quell’ostinazione nel perseguire il proprio obiettivo artistico a qualsiasi costo, e una certa abilità nel rendere compiute, fino al limite dell’autosufficienza, le sette scene in cui è suddiviso il libro. Ma rispetto a quella raccolta, pure notevole, qui c’è qualcosa in più: un coraggio più grande, una maggiore sicurezza, una confidenza più salda nei confronti delle proprie forze. Tetti aveva già iniziato a inventare la sua lingua quattro o cinque anni fa; ora, questa invenzione arriva a compimento. L’incedere della narrazione attraverso la potenza ipnotica delle ripetizioni, la tavolozza di metafore polverose, sfessate, arse, la paratassi spinta al suo limite estremo… Tutto questo non è forma: è la sostanza di cui si compone questo romanzo. Nella prima pagina:

Dietro Hans c’è la cagna. La cagna di Hans si chiama Penelope. Una cagna grande, bianca, calda. Da tre giorni Hans dorme in quella casa abbandonata vicino a Gioscari. Ci dormono lui e due tunisini. Lui, due tunisini e una quarantina di gatti. Hans beve vino, i due tunisini sgobbano. Sgobbano dalla mattina alla sera e parlano solo tra loro.

e poi, più avanti, a pagina 26:

Il cane aveva un pezzo di pollice in bocca, la signora l’ha visto  e ha pensato: interessante questo pezzo di pollice tra i denti del  cane. Allora è tornata a casa affrettando il passo e ha chiamato i  carabinieri. Ha detto del cane e del pollice, ha detto che lei non  c’entrava nulla, ha detto che quelli del muto non la contano giusta,  ha detto che un suo fratello era in polizia e che poi è andato  in pensione e adesso ha un tumore alla prostata. Poi ha chiesto se  per queste importanti segnalazioni c’era un qualche compenso in  denaro o cose del genere.

Il carabiniere ha detto, no signora. Allora la signora ha detto  grazie, ha detto che certe volte, di notte, in quella zona, ha paura  a stare da sola. Ha chiesto perché non passano mai le macchine  della polizia nella sua zona. Ha detto che, forse, ci voleva almeno  una pattuglia della polizia ogni due ore, forse. Anche un poliziotto  a piedi può bastare, ha detto la signora.

Il carabiniere ha detto, bene, grazie signora. Noi siamo i carabinieri  non la polizia, signora. Comunque passiamo domani  mattina. La signora ha detto domani mattina potrebbe essere  troppo tardi. Il carabiniere ha chiuso il telefono, ha sbuffato,  si è fatto una risata con un collega coi baffetti, ha fatto un sorso  dal termos di caffè, ha segnalato la telefonata, ha pensato che comunque  un controllo andava fatto.

La signora ha chiuso il telefono, ha guardato fuori dalla finestra  e ha deciso di dormire in soggiorno. Si è coricata sul divano  verde di fronte alla finestra e la gatta grassa siamese le si è messa a  fianco perché era abituata così. La signora ha accarezzato la gatta,  le ha detto buonanotte ma non ha dormito nemmeno mezz’ora.  Ha passato tutto il tempo a guardare il buio fuori dalla finestra.  E la mattina è arrivata, un po’ alla volta è arrivata.

e a pagina 84:

Ultimamente fa brutti sogni. Così brutti che ha anche paura di ricordarli. Così brutti che ha paura di abbracciare sua moglie  e addormentarsi a fianco a lei. Ha paura di abbracciarla e addormentarsi  perché ha paura di ucciderla nel sonno. Ha paura di ucciderla  per colpa di questi brutti sogni. Incubi che non si possono  raccontare. Labirinti neri pieni di unghie strappate, di urla stridule,  di carne putrida, di corpi masticati, lacerati, di crani spappolati,  di terrore senza speranza, di pugni in pancia. Zanon non  odia Elena, la ama. Non è arrabbiato con lei, semmai si sente un  po’ in colpa perché la trascura. Non ci sarebbe motivo ma Zanon  ha paura. Ho paura, pensa Zanon. I miei sogni mi fanno paura,  pensa. E qualcuno, da qualche parte, una volta, ha detto che i sogni  sono desideri. Ecco cosa pensa.

Leggendolo, ho pensato a quello che Will Self, scrittore inglese fortemente influenzato dal grande Martin Amis, ha detto parlando di Céline:

Céline mi mostrò come fosse possibile esprimere ciò che prima era stato inaccessibile. In particolare, mi mostrò come aggiogare i bisogni equini del corpo al carro dorato della fantasia, per creare una qualche forma di realismo magico sporco. Quando comparì questo romanzo, era ancora possibile credere nell’avanguardia: vi erano cose importanti da dire, cose censurate da tabù e pregiudizi. Oggi, tutto è permesso, e non si ode più nulla. Ma ciò nonostante la voce di Céline risuona ancora: sprezzante, forte, patetica, vile, e, in ultima analisi, io credo trionfante.

Ecco: senza voler creare assurdi paragoni tra Céline e Tetti – non si renderebbe giustizia a nessuno dei due – credo che in Mette pioggia si sia proprio provato ad aggiogare bisogni equini al carro dorato della fantasia, per arrivare a una forma di realismo magico sporco. E’ la definizione perfetta di questo libro, che non guarda verso gli uomini come fossero angeli e neppure come fossero bestie ma, come diceva una scrittrice italiana di qualche decennio fa, proprio come se fossero angeli e bestie: l’anima, e la trippa tiepida che la contiene. Da questa vicinanza, da questa promiscuità, nasce la forza dirompente di questo libro.

Un libro che, leggo in giro, sento dire, non è per tutti. Io penso invece che non tutti siano per questo libro. Servono lettori curiosi, lettori coraggiosi, lettori che abbiano voglia di imparare, che si lascino gettare a terra per capire cosa vuol dire cadere. E’ un libro potente, che usa la semplicità per raccontare un mondo impossibile eppure vicino. Andrebbe affrontato anche solo per il gusto di rimanere stupiti, come di fronte ai segreti di una lingua nuova. E poi, dopo, sfido quei lettori impavidi che si sono lasciati convincere a leggere Mette pioggia, a dimenticare la voce di questo libro.

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2 risposte a "Mette pioggia – Gianni Tetti"

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  1. Bellissima recensione. Anche secondo me, per leggere Gianni Tetti, bisogna lasciarsi andare. Cedere al suo ritmo ipnotico senza opporre resistenza e lasciarsi portare dalla sua penna. Alla fine, è facile. Come fare il morto su un mare di calma apparente.

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