In viaggio con Céline

Quando si parla di Céline ci sono sempre due problemi in agguato: il primo riguarda l’accento sulla prima “e”, che ogni volta devo andare a verificare da che parte è; il secondo, più serio, ha a che fare con tre libricini che questo autore francese, nato povero nel 1894, morto povero nel 1961, ha scritto tra il 1937 e il 1941, tre pamphlet (“Bagatelle per un massacro”, “La scuola dei cadaveri”, “La bella rogna”) apertamente anti-semiti, e clamorosamente stupidi. Credo sia raro trovare un autore per il quale il salto tra la qualità umana e quella artistica sia così ampio. Ma lui stesso, in un’intervista rilasciata tre anni prima di morire, diceva che nessuno giudica la qualità di un televisore dall’uomo che l’ha inventata. La riporta il sempre ottimo Nicola Lagioia su Mimina & Moralia:

 Io lavoro e non me ne frega nulla. È esattamente quello che penso. Giustamente la divergenza d’opinione o il disaccordo  totale può esserci. Il fatto è che dobbiamo aggiungere le colpe della pubblicità. Perché è l’orrore del mondo moderno che produce la pubblicità. Dunque, io sono un partigiano della modestia. Quello che conta è l’oggetto. Questo conta: voi avete un apparecchio davanti a voi. Spero che sia magnifico. Ma, dopo tutto, l’uomo che l’ha inventato potrebbe aver avuto dei problemi. Magari era cornuto, o pederasta. Magari era un biondino (uno che si mette le parrucche NdT). O un androgino. Magari aveva il mal di gola, non so. Ma l’apparecchio funziona. È resistente, non è vero? È l’apparecchio che mi interessa. Ma a me, dell’uomo che l’ha fatto, non mi interessa mica. I cambiamenti d’opinione, questo mi infastidisce.

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Una scorciatoia un po’ facile per assolversi dalle idee espresse barbaramente negli anni trenta… Però ha ragione quando dice che l’opera va separata dal suo autore; e se proprio vogliamo tenerli insieme, l’opera e il suo autore, nel caso di Céline si ottiene una specie di ossimoro. Céline ha un talento letterario mostruoso. Céline ha una visione politica del mondo primitiva. Céline conosce l’uomo. Céline non sa nulla del mondo. Curiosi casi della vita. L’unico rammarico è che uno scrittore che va necessariamente inserito tra i primi dieci del ventesimo secolo, per genio e capacità di innovazione, finisca per essere considerato un simbolo da tutti i criptonazisti, criptofascisti, criptoantisemiti che, purtroppo, ancora popolano il mondo: lo avessero letto seriamente almeno una volta, capirebbero di trattenere, nel proprio seno, il nemico più formidabile di ogni ideologia.

Così ho passato gli ultimi due mesi a leggere Viaggio al termine della notte, nella vecchia traduzione di Alex Alexis, continuando ad andare aventi e indietro, rimandando il più possibile il momento in cui l’avrei finito. E’ stata un’esperienza intellettuale e umana profondissima, al pari della lettura di Madame Bovary, Pastorale americana, L’informazione, Le avventure di Augie March. Soprattutto, ho scoperto che gran parte delle cose che mi piacciono discendono, in qualche modo, da questo libro eccezionale da ogni punto di vista.

Nelle prossime settimane, con calma, dopo aver completato anche Morte a credito, e aver digerito l’orrore dei suoi tre pamphlet, la cui stupidità è raccapricciante e incomprensibile, voglio provare a dire la mia su Céline – dire cosa mi ha fatto, dove mi ha toccato, in che modo. Per il momento mi limito a copiare, a manina, alcune pagine del Viaggio,  a puntate, sapendo bene che è la grandezza di questo romanzo si può cogliere solo immergendosi totalmente nel suo cuore vitale e pulsante. L’edizione a cui faccio riferimento è stata pubblicata nel 1981 da Dell’Oglio, copertina rigida e blu.

Pagina 36/37. Prima guerra mondiale.

Nulla rimaneva del villaggio, di vivo, se non dei gatti terrorizzati. Mobili ben spaccati passavano a far fuoco per la cucina, sedie, poltrone, credenze, dal più leggero al più pesante. E quanto si potevano caricare sulle spalle, se lo portavano via, i miei compagni. Pettini, lampadine, tazze, piccole cose inutili e persino corone di spose, tutto era buono. Come se s’avesse ancora a vivere per degli anni. Rubavano per distrarsi, per aver l’aria di tirarla in lungo per molto tempo ancora. Insomma, delle voglie, come sempre.
Il cannone per loro era soltanto rumore. Ed è appunto per questo che le guerre possono durare. Anche che quelli che la fanno, che la stanno facendo, non l’immaginano, la guerra. Con una pallottola nel ventre, avrebbero continuato a raccattare sulla strada le scarpe vecchie che “possono ancora servire”. Come un montone, su un fianco in un prato, agonizza e bruca ancora. La maggior parte della gente muore soltanto all’ultimo momento; altri invece cominciano e se la pigliano vent’anni prima e anche di più. Sono i disgraziati di questo mondo.

Pagina 146. Africa.

Al servizio della Compagnia Pordurière del Piccolo Togo lavoravano dunque, l’ho detto, oltre a me, nei depositi e nelle piantagioni, molti negri e bianchi del mio stampo. Gli indigeni, loro, funzionano soltanto a randellate, conservano questa dignità, mentre i bianchi, perfezionati dall’istruzione pubblica, non c’è bisogno di controllarli.
Il bastone finisce con lo stancare chi lo maneggia, mentre la speranza di diventare ricchi e potenti, quella di cui gli europei sono rimpinzati, non costa nulla, proprio nulla. Che non ci vengono più a vantare l’Egitto e i tiranni tartari! Questi antichi dilettanti erano soltanto dei piccoli pretenziosi trafficanti nell’arte di far rendere dalla bestia verticale il suo più alto sforzo di fatica. Non sapevano, quei primitivi, chiamare “Signore” lo schiavo, e farlo votare ogni tanto, né pagargli il giornale, né soprattutto condurlo in guerra per liberarlo dalle passioni.

Pagina 167/170, ancora Africa. Bardamu, il personaggio principale del libro, conosce Alcide, un uomo dalle scarse qualità. Una sera, però…

Il materiale per scrivere Alcide lo teneva in una cassetta di biscotti: tutti i sergenti richiamati avevano dunque la stessa abitudine. Ma quando mi vide aprire la scatola, Alcide ebbe un gesto che mi sorprese, come per impedirmelo. Era imbarazzato. Non sapevo perché voleva impedirmelo. La rimisi dunque sul tavolo. “Ma no, aprila, va’! – mi disse finalmente – Non fa niente”. Subito, sull’interno del coperchio, c’era incollata una foto di una ragazzina. Nient’altro che la testa, un visino molto dolce d’altronde con lunghi riccioli, come si usavano in quei tempi. Presi la carta, la penna e richiusi prontamente la cassetta. Ero seccato per la mia indiscrezione, ma mi domandai perché quel fatto l’avesse tanto turbato.
Immaginai subito che si trattasse di una figlia, sua, di cui aveva evitato di parlarmi sino allora. Non avrei certo fatto domande, ma lo sentivo alle mie spalle che cercava di raccontarmi qualcosa a proposito di quella foto, con una voce così strana che non gli avevo mai sentita. Bisognava pur aiutarlo a farmi le sue confidenze. Per giungere a quel momento proprio non sapevo di dove cominciare. Sarebbe stata una confidenza molto penosa a sentire, ne ero sicuro. E francamente non ci tenevo.
– E’ niente! – l’intesi dire finalmente – E’ la figlia di mio fratello… Sono morti tutti e due.
– I suoi genitori?…
– Sì, i suoi genitori.
– Chi l’alleva, ora? Tua madre? – gli domandai io, così, per manifestare dell’interesse.
– Mia madre, anche lei non ce l’ho più…
– E chi allora?
– Ebbene, io!
Sghignazzava, tutto rosso, Alcide, come se avesse commesso qualcosa di poco pulito. E riprese in fretta:
– Ossia ti devo spiegare… La faccio allevare a Bordeaux dalle suore… Ma mica dalle suore per i poveri, mi capisci, eh?… da suore “per bene”… Poiché me ne occupo io, puoi star tranquillo. Non voglio che le manchi nulla! Ginetta, si chiama…. E’ una graziosa bimbetta… Come sua madre, d’altronde… Mi scrive, fa progressi, solo, sai, una pensione così, è cara…. Soprattutto ora che ha dieci anni… Vorrei che imparasse anche il piano… Che ne dici tu del piano? E’ bene, vero per le ragazze?… Non credi?… E l’inglese? E’ anche utile l’inglese?… Tu lo sai l’inglese?
Mi misi a guardare più da vicino Alcide man mano che confessava la colpa di non essere abbastanza generoso, con i suoi baffetti cosmetici, con i suoi sopraccigli eccentrici, con la sua pelle calcinata. Pudico Alcide! Quali economie aveva dovuto fare sulla sua miserabile paga… sui suoi premi famelici e sul suo piccolo commercio clandestino… per mesi, per anni, in quell’infernale posto!… Non sapevo che rispondergli, io, non ero molto competente, ma lui mi era talmente superiore dal lato del cuore che diventai tutto rosso… A fianco di Alcide, io ero soltanto un mascalzone impotente, grossolano e inutile. Non c’era dubbio. Era chiaro.
Non osai più parlargli, mi sentivo ad un tratto indegno di parlargli. Io che ieri ancora lo trascuravo e persino lo disprezzavo un po’, Alcide.
– Non ho avuto fortuna, – proseguì senza notare che m’imbarazzava con le sue confidenze. – Immagina che due anni fa ha avuto la paralisi infantile… Figurati… Lo sai tu cos’è la paralisi infantile?
Mi spiegò allora che la gamba sinistra della bambina era rimasta atrofizzata e che ella seguiva una cura d’elettricità a Bordeaux, da uno specialista.
– Si può guarire, non credi? – s’inquietava.
Lo rassicurai che si guariva molto bene, completamente, col tempo e con l’elettricità. Parlava di sua madre che era morta e dell’infermità della piccina con molta precauzione. Aveva paura, anche da lontano, di farle del male.
– Sei stato a vederla dopo la sua malattia?
– No… ero qui…
– Ci andrai presto?
– Credo che non potrò prima di tre anni… Tu capisci: qui faccio un po’ di commercio… Allora questo aiuta un po’… Se andassi in licenza ora, al ritorno il posto sarebbe preso…
Cosicché Alcide aveva domandato di rinnovare la sua ferma, di far sei anni di servizio a Topo, nel cuore dell’Africa equatoriale, anziché tre, per la nipotina di cui possedeva soltanto qualche lettera e quel piccolo ritratto. “Ciò che mi secca – riprese quando ci coricammo – è che laggiù lei non ha nessuno per le vacanze… E’ duro quando si è bambini…”
Evidentemente Alcide volava nel sublime a suo piacere e per così dire familiarmente, dava del tu agli angeli, quel ragazzo, e non aveva l’aria di niente. Aveva offerto quasi senza dubitarne a una bambina vagamente parente anni di tortura, l’annientamento della sua povera vita in quella torrida monotonia, incondizionatamente, senza mercanteggiare, senza altro interesse che quello del suo buon cuore. Offriva a quella bambina lontana abbastanza tenerezza per rifare un mondo intero e questo non si vedeva.
Si addormentò di colpo, al lume della candela. Finii per alzarmi per vedere meglio i suoi lineamenti alla luce. Dormiva come tutti gli altri. Aveva un’aria molto ordinaria. Eppure non sarebbe male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.

Continua nei prossimi post!

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Ps Ringrazio Sebastiano Sinigaglia che, in qualche modo, mi ha fatto conoscere questo libro immenso.

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7 thoughts on “In viaggio con Céline

    1. Sono sempre felice quando qualcuno legge un libro di Martin Amis! 🙂 Ora voglio capire se Amis ammette la sua discendenza da Céline, o se lo fa almeno Bellow, al quale Amis ha sempre guardato…

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