Grafemi

Segni, parole, significato.

Pancia – Diverso sarò io

Qualche mese fa gli amici dell’associazione culturale PescePirata hanno organizzato un concorso di racconti il cui tema era la diversità (se ne era parlato brevemente qui). Ieri pomeriggio, a Mantova, c’è stato l’atto conclusivo del contest, con la premiazione dei tre vincitori. Io avevo puntato su Sebastiano Sinigaglia, e sul suo bellissimo racconto “Maiak Gusushomba” (che può essere scaricato qui) e da quello che so è arrivato terzo: bene!
Ho approfittato anch’io del contest per inviare un racconto scritto per l’occasione: a ben guardare, il tema della diversità è l’essenza stessa della letteratura contemporanea, da Kafka in poi. La storia si chiama “Pancia” e la lascio sul blog per qualche giorno.

 

Pancia

Paolo Zardi

L’evoluzione dei protozoi, cucinati a fuoco lento nel brodo primordiale, per miliardi di anni, aveva portato, infine, all’uomo che stava disteso accanto a lui: un primate piuttosto peloso, il torace ipertrofico, gli occhi chiusi, tozzo come un muratore, e completamente nudo. L’aveva conosciuto la sera prima in una discoteca dalle parti di Vicenza, un posto un po’ decaduto che gli aveva consigliato un amico, un altro primate con il quale aveva passato qualche notte sotto Natale, e che poi non aveva più rivisto. Aveva ballato per più di un’ora, con un gin tonic in mano, lanciando occhiate timide verso un biondino che non si era mai mosso da uno dei tre banconi disposti agli angoli del locale, e che alla fine era uscito tenendo per mano un culturista abbronzatissimo. Non era portato per quel tipo di attività, per quei corteggiamenti occhiacei, da remoto. Sarebbe servito un fisico diverso, un altro temperamento, un’autostima più sostenuta. Era troppo magro, per quel genere di agganci, e aveva un naso troppo grande, e le spalle troppo strette, ed era troppo timido. Aveva un eccesso delle cose sbagliate, in ogni campo. Il punto è che se scegli di andare in discoteca a trovare qualcuno da abbracciare, prima o poi ti rendi conto che il sacco di carne che indossi, quei chili di carne attaccati alle ossa, quella faccia, con i suoi zigomi e le sue labbra, sono te molto più di quanto saresti disposto ad ammettere, te in modo ineludibile. D’altra parte, anche con gli appuntamenti al buio non se la cavava granché: scriveva molto bene, durante gli scambi iniziali in chat, e aveva qualche foto in cui non sembrava male – quei giochi prospettici che hanno fatto la fortuna di Facebook – ma aveva rinunciato quando, al fatidico incontro, si era visto attraverso gli occhi di chi lo guardava per la prima volta. Era come specchiarsi, specchiarsi veramente. Ecco l’effetto che faccio sul mondo, pensava. Questa cosa qua.

Ciononostante, ogni tanto andava in discoteca a ballare per più di un’ora con un gin tonic in mano, lanciando occhiate timide verso altri occhi, con la speranza che prima o poi passasse qualcosa, attraverso quel canale visivo. Non succedeva mai. La facilità con la quale la maggior parte degli uomini trovava qualcuno con cui tornare a casa era avvilente. Umiliante. E c’erano persone che riuscivano a far sorridere la gente dopo tre secondi di chiacchiere. Persone naturalmente portate a instaurare relazioni con altre persone, per un’inclinazione congenita, forse cromosomica; per la presenza di qualità organiche che a lui evidentemente mancavano. La bellezza feriva i brutti, soprattutto quando era ottusa. Ma anche se la bellezza era crudele, e cieca, le si perdonava tutto. Pure lui non riusciva a resisterle, quando la incrociava. Si lasciava soggiogare dalle persone belle, cedeva loro con la mansuetudine di un agnello. Ne usciva triturato, da quelle storie. Da ragazzo, aveva pure preso in considerazione la possibilità di morire per qualcuno – per il suo naso, per il dolore di non poterlo baciare più. Ora, invece, sprofondava in una tristezza sconfinata come un lago, come un bosco. E a ben guardare ci voleva un po’ di talento anche per quello: per scivolare, per rialzarsi, per tornare a sperare nello sguardo di un biondino fermo al bancone da un sacco di tempo, e poi per non soffrire troppo quando quel biondino se ne va tenendo per mano un culturista abbronzato. Accogliere, accogliersi. Capirsi, come aveva fatto a dodici, tredici anni, quando nonostante ogni cosa lo spingesse in una direzione, lui aveva scelto l’altra, quella più complicata, quella che nessuno voleva dire, se non ridendo ad alta voce. E rialzarsi, come la prima volta che un gruppo di ragazzi gli aveva gridato frocio, una sera, a Jesolo, mentre lui, con un coraggio che non credeva di avere, camminava abbracciato a uno spagnolo piuttosto disinibito. All’inizio aveva creduto a chi gli diceva che era sbagliato, se non altro perché erano in tanti, a dirglielo, e tutti con la faccia piuttosto seria, mentre glielo dicevano. Poi aveva smesso di pensarci. Gli sembrava che il desiderio avesse comunque qualcosa di incomprensibile. Che il fatto che suo padre volesse fare l’amore con sua madre, che il Presidente Napolitano, quella persona così seria, dormisse con una vecchia accanto, che molte donne avessero le tette finte, e alcuni uomini il parrucchino, non fossero cose molto più ragionevoli delle sue. Sotto nessun aspetto.

E la sera prima, quando aveva smesso di ballare, ed era tornato a sedersi da qualche parte – su un oggetto di design a metà strada tra uno sgabello e un ombrello – se l’era messa via, come aveva fatto tante altre volte, con quella rassegnazione trattenuta che lui smorzava facendo spallucce. Era come quando, a otto, a nove, a dieci anni, era l’ultimo a essere scelto dai due capitani che facevano le squadre, giù in giardino, nei pomeriggi estivi: il mucchio che si assottigliava, e quelli con i piedi piatti, e quelli con gli occhiali spessi un centimetro, e quelli con una gamba ingessata che venivano scelti prima di lui. Si era stancato di giocare prima di riuscire a provare il piacere di staccarsi dal muretto lasciando qualcuno dietro di sé. Anni dopo uno di quei due capitani, dopo averlo sottomesso brutalmente, si era premurato di esternargli il suo disgusto in modo plateale, come a dire che quello che era successo non lo riguardava; ma prima, durante, quando lo aveva baciato di sfuggita, mordendogli il labbro inferiore, ricevendo in cambio, solo per un istante, la punta della sua lingua (che aveva ritratta velocemente, ma non abbastanza velocemente), aveva riconosciuto una voglia inespressa, una qualche dimensione negata; e mentre si puliva, aveva fissato le spalle del capitano che usciva da casa sua, spalle grosse, da uno che giocava duro, da uno che andava a prendere le ragazze sotto casa e che poi le portava negli angoli bui, fuori dalle discoteche, e non gli era sembrato di essere, lui, tra i due, il meno coraggioso, il meno forte.

Proprio quando se l’era messa via, quando aveva iniziato a trafficare con il telefono per impostare la sveglia per il giorno dopo, gli si era avvicinato un uomo con il torace sproporzionato, solido come un muratore, peloso, scuro, con la faccia tonda, e gli aveva chiesto come stava. Tutto bene?

Lui gli aveva detto che andava tutto bene, ma che era un po’ stanco, che era stufo di ballare, che gli facevano male i piedi; e l’altro aveva sorriso – ecco, ci era riuscito anche lui, a far sorridere qualcuno senza dire niente. Sorrideva, ed era bello vederlo sorridere. Per un po’ lo guardò negli occhi, in quelle olive piccole e nere: lo guardò guardarlo. Non sembrava male, lui, quella sera, a voler dar retta a quegli occhi. Parlarono – di cosa facevano nella vita, di come mai erano finiti là, se c’erano altri posti in giro dove valeva la pena bere un ultimo bicchiere. Dopo, lui gli aveva detto se voleva venire a casa sua. A casa tua? A casa mia, certo. Ho un appartamento per conto mio; ma solo se ti va. L’altro aveva fatto sì con la testa tonda, senza dire niente, e poi gli aveva preso la mano, l’aveva infilata nella sua mano destra, una roba grande come un badile, e se l’era portato fuori.

Ma anche se aveva mani grandi come badili, era stato dolce, a casa sua. Rozzo, certo, e un po’ infantile. Ma di cuore. Attento ai dettagli, e con una certa propensione alla tenerezza, all’ingenuità. Un carnivoro gentile, un uomo generoso, incapace di sotterfugi. Quando avevano finito, si era buttato sul suo letto, a pancia in su, e gli aveva chiesto se poteva schiacciare un pisolino là, prima di rivestirsi e andare via, e lui gli aveva detto che non c’era nessun problema; allora quell’uomo aveva aperto le braccia, aveva chiuso gli occhi e si era addormentato in pochi secondi, ancora nudo, la bocca aperta, la pancia pelosa che accompagnava, con il suo movimento, il respiro pesante. Quanti miliardi di anni erano serviti per far arrivare quell’uomo sul suo letto? Quanti tentativi, quante combinazioni? Fuori aveva iniziato a piovere e dalle finestre socchiuse arrivava il rumore dell’acqua su una lamiera abbandonata in giardino, e l’odore di un sambuco che stava sfiorendo – una miscela calibrata di profumo e putredine. Si distese accanto a quell’orso, di fianco, con le ginocchia tra le mani, rannicchiato e girato verso di lui. Il desiderio che prima lo aveva fatto ballare con un gin tonic in mano ora si era sopito, e non gli era chiaro cosa avesse trovato, in quella montagna di carne – cosa avesse trovato in concreto: che tipo di salvezza, che tipo di lenimento – ma sentiva che la lotta che avevano combattuto mezz’ora prima era qualcosa di misteriosamente buono; e che forse, dentro ai corpi che si portavano dietro tutti i giorni c’erano delle anime cieche e un po’ capricciose che, a tentoni, cercavano qualcuno da stringere. E forse, quella notte, due anime avevano avuto il coraggio di aprire gli occhi per trovare un briciolo di felicità. Ma stava arrivando l’alba: presto sarebbe suonata la sveglia, e lui non aveva ancora iniziato a dormire. Con un sospiro profondo, come di un uomo sul punto di immergersi in mare, appoggiò la testa su quel pancione appena conosciuto e si addormentò ascoltando il gorgoglio primordiale di quella creatura.

 

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

5 commenti su “Pancia – Diverso sarò io

  1. stravagaria
    08/09/2014

    Solo per qualche giorno? Fortuna che sono passata subito a leggerti! 🙂

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  2. morena fanti
    08/09/2014

    E pure io! 😉

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  3. Stefania
    08/09/2014

    Toccante, profondo e bellissimo ❤

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  4. amanda
    09/09/2014

    dolce, amaro, semplicemente bello

    Mi piace

  5. Rosanna
    17/09/2014

    Veramente è semplicemente splendido!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 08/09/2014 da in Racconti con tag , , .

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