Grafemi

Segni, parole, significato.

Essere umani

Ogni epoca ha il suo uomo nero, il babau, il mostro delle fiabe, il lupo cattivo. Nel Medioevo era l’appestato, il lebbroso, il saraceno, la strega; prima, l’orco, la cui etimologia fa riferimento agli Ongri, o Ungari, barbari calati dalle steppe orientali; e in tempi più recenti l’ebreo, l’arabo, il comunista. L’uomo nero assomiglia al capro espiatorio, e, come il capro, svolge un compito socialmente utile: è il nemico collettivo che unisce tutti, dalla mamma preoccupata per il futuro dei propri figli al pluriomicida che, in carcere, può credere per un attimo di avere una qualche forma di morale da far rispettare. Serve anche a creare gruppi su Facebook, e a raccogliere molti “Mi piace” con status pieni di banale indignazione.

La nostra società, l’Occidente del ventunesimo secolo, ha eletto, come proprio mostro personale, il pedofilo. E’ una scelta pacifica e condivisa, e il fatto che i pedofili siano uno dei tanti prodotti di questa società – un risultato intimamente connesso alla pornificazione della vita quotidiana, alla trasformazione delle persone in oggetti di consumo attraverso processi dei quali siamo complici e artefici– pare non sfiorare la maggior parte degli indignati: preferiamo alleggerirci la coscienza scaricando le colpe su singoli individui deviati, e patologici, piuttosto che farci carico di un problema che è, prima di tutto, sociale, e quindi nostro.

Da una decina di anni, in Belgio è possibile chiedere, e ottenere, la dolce morte, nel caso in cui si riesca a provare a una qualche commissione appositamente istituita che la vita è diventata un dolore insostenibile. La legge, inizialmente pensata per garantire una fine dignitosa ai malati terminali, è stata usata anche persone clinicamente sane per le quali era diventato impossibile vivere. Più o meno un anno fa avevo letto una storia, al riguardo: un essere umano, nato in un corpo di donna, ha chiesto, intorno ai quarant’anni, di sottoporsi a un intervento chirurgico per diventare un uomo anche dal punto di vista fisico – rimozione del seno, plastica facciale, ecc. Alla fine del percorso chirurgico questa persona si è guardata allo specchio e ha visto un mostro. Il suo sogno, che portava avanti da una vita, si è trasformato in un incubo, e nonostante un completo supporto psicologico (o forse proprio a causa di questo…), ha chiesto l’eutanasia, che gli è stata concessa: la sua vita si era trasformata in una condanna che non poteva essere ulteriormente sopportata. Ho pensato a lungo, a questa storia, prototipo dell’unica forma di tragedia ancora concepibile in Occidente, quella legata alla definizione della propria identità. E una conclusione, parziale, informe, alla quale sono in qualche modo arrivato è che quella persona, scegliendo di morire, ha affermato, con forza, che per vivere non basta esistere: serve anche essere. E nel momento in cui non si è più, nell’istante in cui si perde la corrispondenza intima con la propria identità, la vita si trasforma in una tortura.

E in una tortura si è trasformata presto anche la vita di Van Den Bleeken, un belga fiammingo che a 52 anni ha ottenuto di essere soppresso per mani dello stato. Van Den Bleeken è (o era: non so se l’eutanasia sia già stata…. che verbo si usa? somministrata? applicata? erogata?) un classico caso di uomo nero: accusato di reati di pedofilia poco più che ventenne, è rinchiuso in carcere da una trentina di anni. Non ha mai chiesto di uscire, consapevole (lo dice il giornale sul quale ho letto la notizia) di essere un pericolo per la società. Ho visto una foto, di questo tizio: grosso, con i capelli tutti dritti in testa, avrebbe potuto essere il tizio che, nell’azienda nella quale lavoro, sistema le tapparelle quando si rompono. Un omone.con il naso cicciotto, lo sguardo un po’ impaurito, che, se lasciato libero, potrebbe compiere azioni terrificanti contro le creature più indifese. Quindi, tren’anni di prigione. E nessuno spiraglio. Il suo avvocato ha dichiarato che “non può più vivere così e non può più accettare il dolore: niente può lenire le sue sofferenze”.

Penso che chiunque scrivesse due righe su Van Den Bleeken, su Facebook – qualcosa tipo “Pedofilo belga si fa uccidere – ecco, bravo, hai fatto l’unica cosa giusta della tua vita!” – raccoglierebbe tonnellate di approvazioni da parte di tutti: mammine, padri assenti, carabinieri, camorristi, pornostar, amici dei marò. Siamo persone perbene, e siamo contenti quando possiamo gioire della morte di qualcuno per un buon motivo. Potrebbe iniziare una gara a chi scrive lo status più cinico sull’argomento: il più feroce, il più barbaro. E poi la gara a chi scrive il commento più duro, in un escalation irresistibile di zelo. Ci aiuterebbe a stare meglio – a non dover considerare il fatto, ad esempio, che i nostri figli, gli adulti del futuro, sono sottoposti all’assedio quotidiano di pubblicità clamorosamente pedofile, che noi tolleriamo senza neppure fiatare.

Ma non parlano solo gli avvocati: anche Van Den Bleeken, il lupo cattivo, ha qualcosa da dire. A un giornalista dichiara: “Sono un essere umano e qualsiasi cosa io abbia fatto, resto un essere umano. Quindi sì, datemi l’eutanasia”. Ecco, l’orco, l’uomo nero, la salvezza delle nostre coscienze, ci ricorda la propria, e quindi la nostra, umanità. Appartiene al nostro stesso genere: ha un’anima, un cuore, un qualche attaccamento alla vita, e si domanda se valga la pena viverla, se il dolore che lo opprime possa essere ancora sopportato, e per quanto. Possiamo solo immaginare quale sia l’inferno che si porta dentro, quali siano i demoni che non riesce a tenere a bada; ma basta un piccolo sforzo per comprendere la vastità di quel dolore, la sua profondità, la sua estensione, il suo peso. Van Den Bleeken sa di essere un mostro – il nostro mostro – e non lo nega. Ma per quanto sia sceso in basso, continua a sentire di essere comunque un uomo; e questa consapevolezza gli dona la forza, il coraggio, di chiedere di smetterla con una vita senza più speranza. Non a queste condizioni, sembra dire: l’umanità può essere compressa, mutilata, umiliata, ma mai annullata. Così, inaspettatamente, dall’abisso delle prigioni belghe, qualcuno – l’orco – ci ricorda che cos’è un essere umano.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

2 commenti su “Essere umani

  1. stravagaria
    17/09/2014

    Mi fa paura la folla di fb che si indigna dal salotto di casa e mette a morte Gesù o Barabba a colpi di motti sagaci.

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  2. massimo
    18/09/2014

    non so…questa idea che chiunque di noi (umani) possa essere qualsiasi cosa e porti dentro di sé tutte le possibilità e potenzialità, non mi convince fino in fondo. Mi sembra includere e sottindendere l’altra idea che solo esercitando un certo controllo noi saremmo in grado di mettere al riparo la nostra identità dal debordare verso dimensioni oscure ed inquietanti. Anzi, che la nostra identità sia, in realtà, una maschera. Come dire che ci è preclusa ogni conoscenza dell’altro e di noi stessi.

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Questa voce è stata pubblicata il 17/09/2014 da in Politica con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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