La forma

In questi giorni su Facebook sta impazzando (un verbo orrendo, bisogna ammetterlo) una catena di Sant’Antonio dai contorni quasi culturali: quai sono i dieci libri che ti hanno cambiato la vita? Al di là del piacere di condividere le proprie scelte – lo stesso narcisismo un po’ borghese che guida la disposizione dei libri sulla libreria di casa (era stato Goethe a dire qualcosa tipo dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei, e poichè noi lo sappiamo… ecco) – è stato curioso scoprire affinitià e divergenze tra noi, i nostri amici (e il compagno Palmiro Togliatti, ma questa citazione è solo per i cultori dei CCCP).facebook
Nella mia lista ho considerato solo romanzi, e ora che ci penso non saprei dire il motivo di questa scelta. Non sono un fanatico del romanzo in sé. A dire il vero, non sono neppure un fanatico del leggere in sé: lo sono stato, nel senso che ho letto davvero di tutto, ininterrottamente, soprattutto da ragazzo, per il solo gusto di farlo, ma da diversi anni sono arrivato a considerare la lettura come un passatempo simile a tanti altri, né più nobile né più istruttivo. Ciò che rende grande la lettura, ciò che la rende superiore a qualsiasi altra attività, è il singolo libro, il capolavoro, quelle poche pagine uniche, irrinunciabili, la cui esistenza trasformano la nostra vita. Ho molte cose da fare, nel poco tempo libero, e non ho nessun posto dal quale scappare. Il libro come forma di intrattenimento, o di evasione, non mi interessa. E in più sto diventando orbo. Leggere è uno sforzo sempre più grande. Ma se trovo qualcosa di unico, allora l’esperienza è così profonda, e così totale, da lasciarmi senza fiato.

B
Bruce Chatwin

Non sono un patito del romanzo. Ci sono romanzi immensi, ma ho il sospetto che mediamente un romanzo sia una mezza patacca: l’intreccio, i personaggi, le descrizioni, assomigliano talmente tanto alla vita che conduciamo, e alla percezione che ne abbiamo, da risultare del tutto inutili. Perciò, quando leggo qualcosa, è più probabile che quel qualcosa sia un saggio che un romanzo. Perché anche i saggi, quando sono grandi, possono cambiarti la vita. Nel mio caso, nel caso della mia vita, ne ricordo quattro, di saggi, piuttosto eterogenei tra loro. Uno, le “Vie dei canti”, parlava della relazione tra l’invenzione della lingua e il viaggiare: in qualche modo, ne ho parlato qui. Poi “Armi acciaio e malattie”, di Diamond, un viaggio entusiasmante lungo gli ultimi diecimila anni di storia del mondo, tra geografia, agricoltura, genetica, sociologia, economia; poi, ancora, uno dei libri più belli che io abbia mai letto, “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della conoscenza” di Jaynes, del quale ho parlato ampiamente in uno dei post che mi ha richiesto più impegno: questo. Leggerlo è stato un’esperienza di una profondità inenarrabile. E poi “Il mulino di Amleto” di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend. Era il 2008. Anche in questo caso è come stato affacciarsi su un mondo meraviglioso e inesplorato – la sensazione che potrebbero aver provato gli esploratori europei quando scoprivano nuove terre nel cuore dell’Africa: le cascate altre centinaia di metri, gli animali mai visti, la vegetazione straripante.

“Il mulino di Amleto” è un libro talmente vasto da non poter essere riassunto, o spiegato. Tempo fa, mi aveva portato a scrivere un lungo post su Cenerentola e le sue scarpette, e sulla Kalevala, poema epico islandese, e il potere delle parole, sulla precessione degli equinozi e sull’ingenua concezione darwiniana dell’evoluzione dell’uomo negli ultimi diecimila anni.

kalevala

La grandezza dei libri sta nella loro capacità di essere inesauribili. Ho letto tre volte “Pastorale Americana”, due volte “Lolita”, tre volte “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, due volte “Il teatro di Sabbath”, due volte “La vedova incinta”… Leggere, rileggere, leggere di nuovo, e scoprire a ogni nuova lettura un altro particolare, o un altro universo che le altre volte non avevamo neppure intravisto. E’ successo anche ieri sera quando, tornato da Roma, cotto per il viaggio in treno (che sopporto sempre meno: il pendolino pendola troppo, e la gente è troppo gentosa, per me, che sto diventando un orso), ho preso in mano “Il  mulino di Amleto”, che era appoggiato a una mensola della libreria in corridoio. Ho aperto a caso e ho iniziato a leggere. E ho trovato l’idea che sta alla base della mia concezione della danza, della poesia e, in misura minore, della letteratura.  Siamo a pagina 149, terzo paragrafo.resized-Vagone_del_personale_sanitario

“Oggi solitamente un dotto è una persona che capisce le cose a fondo: in questo senso Dante lo era certamente. Ma su sempre così nellle età remote? C’è motivo per dubitarne. Dottrina esoterica, secondo la definizione di Aristostele, è quella che viene appresa molto prima di essere capita. Fino a pochissimo tempo fa, gran parte dell’educazione degli studiosi cinesi era condotta su queste linee; la comprensione rimaneva una cosa a parte: poteva anche non giungere neppure e, nella migliore delle ipotesi, giungeva ad apprendimento completato. C’erano altre vie.
Un caso estremo di ciò lo si trova nell’antica Roma. Ateneo riferisce di un mimo applauditissimo di nome Memphis, che si diceva sapesse esprimere perfettamente, in una breve danza, l’intera essenza della dottrina pitagorica. Non è detto se egli la comprendesse o no: forse ne aveva qualche barlume e il resto era dovuto al suo raffinatissimo senso espressivo. Aveva, per così dire, una comprensione morfologica esprimibile soltanto mediante l’azione [la danza, la poesia, la pittura, aggiungo io]. Indubbiamente il pubblico non ne capiva più di lui, ma sapeva essere un giudice severo e inesorabile […]: per il minimo scarto dalla forma esatta erano pronti uova e mele marce. Abbiamo qui un caso di comunicazine autentica che non necessita di comprensione e si realizza esclusivamente attraverso la forma. Ne riti misterici c’erano cose che “non si potevano dire”, ma solo esprimere con l’azione”.

Ecco, mi piacerebbe spiegare perché ritengo che tutto questo sia assolutamente, universalmente vero, ma se cercassi di farlo finirei per negare l’idea stessa che ci sta sotto, che non va capita, né compresa, ma intuita. Il sogno di Flaubert (e quello di ogni scrittore con un minimo di ambizione) era quello di scrivere un libro che, non parlando di nulla, dicesse tutto. Senofonte diceva “Queste cose non accaddero mai, ma sono sempre”. Obiettivo del 2015? Questo. Perciò credo che possa essere sufficiente concludere con un brano tratto dalla “Edda”, il poema islandese scritto in norreno nel tredicesimo secolo:

I vincoli infrangibli che legarono il Gran Lupo Fenrir erano stati astutamente forgiati dalle seguenti cose: rumor di passo di gatto, radici di montagna, barba di donna, respiro di pesce, sputo di uccello…

(per chi fosse interessato ad approfondire “Edda antica” e “Edda poetica”, questo è il miglior sito in assoluto: Antica Via Norrena curato dal traduttore Bjǫrn Mánagoði)

Annunci

One thought on “La forma

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...