Grafemi

Segni, parole, significato.

La cena

Bisognerebbe sempre accettare con molta prudenza un invito a cena: valutare i pro, e i contro, e le possibili conseguenze. A maggio ad esempio sono andato a mangiare una pizza con i miei ex compagni di classe delle elementari e delle medie, ci sono andato così, senza pensarci. Non è la prima volta che ci troviamo. All’inizio, quando il ricordo era ancora vivo, ci si vedeva quasi ogni anno: a quattordici anni ci siamo domandati, reciprocamente, che scuole superiori avessimo scelto, a sedici se avevamo la morosa, a venti cosa avessimo deciso di fare – se continuare a studiare, e se sì in quale corso di laurea, o se iniziare a lavorare, da qualche parte, in qualche modo. Ricordo una pizza alla fine degli anni ottanta, in una pizzeria in Piazza Mazzini, credo si chiamasse la Ruota, un posto che una volta, negli anni settanta, si chiamava Bar Messicano ed era il punto di ritrovo di piccoli delinquenti napoletani (il figlio di uno abitava proprio sotto casa mia, e si chiamava ovviamente Antonio), e che poi è diventato un ristorante a prezzo fisso, di quelli che paghi all’inizio e mangi fin che puoi: quasi ogni sera c’era un pullman parcheggiato davanti, e dentro polacchi, russi, ungheresi, in giro per l’Europa dopo il crollo del muro, a scoprire i fasti dell’Occidente, in piazza Mazzini, in un ristorante che l’unica cosa che poteva offrire era la possibilità di abbuffarsi fino a scoppiare… Di quella pizza alla Ruota ci sono alcune foto, foto cartacee, foto vere, tutte virate sul blu, con le ragazze con la frangia bombata, le camicie lucide, le gonne nere e strette, e i ragazzi con un chilo di gel in testa, i jeans, e una certa simpatica spavalderia sul viso. Era tempo di progetti, quello, di vite che si stavano concretizzando.

Poi sono passati gli anni e non ci siamo più visti, e così quando si è deciso di rivederci, nel 2007, c’eravamo proprio tutti. Abbiamo passato la serata a mostrarci le foto dei nostri figli – quelli appena nati, quelli che andavano già alle elementari – tutti felicemente increduli nel constatare quanta strada avessimo fatto dal primo giorno di scuola, dal primo ottobre del 1976. Avevamo dei bambini, a casa, li avevamo fatti noi. C’era un’euforia elettrizzante. Abbiamo fatto un sacco di foto, con le macchine fotografiche digitali (ma non ancora con i cellulari: niente selfie), e ci siamo raccontati tutto quello che era successo, quello che avevamo fatto, i matrimoni, le carriere, le famiglie. Uno, dopo aver provato a fare l’architetto nello studio di suo padre, ha preferito mollare tutto e mettersi a fare il designer per certe aziende cinesi, lavorando di notte sul loro fuso orario, e badando, di giorno, ai tre o quattro figli che aveva; una era medico in ospedale, e un altro responsabile della progettazione di una casa automobilistica sportiva. Eravamo più di venti, e a un certo punto è arrivata anche la nostra maestra, a piedi, a 77 anni, e le abbiamo regalato un enorme mazzo di fiorii. Dopo la pizza siamo andati a berci una birra. Abbiamo continuano a parlare fino alle due. Le mogli e i mariti mandavano messaggini da casa e noi rispondevamo, tutto bene, amore, tutto bene… Avevamo 37 anni: cosa poteva andare storto, a quell’età? Abbastanza grandi da aver fatto qualcosa di cui essere fieri, abbastanza giovani da sentire la forza che avevamo a venti, ancora incoscienti, ancora ottimisti. Prima delle ferite che sarebbero arrivate, insomma.

elementari

Andando alla cena – dieci minuti in macchina – ho pensato un po’ al nostro comune passato. Nel maggio del 1979 siamo andati in gita ad Aquileia e a Grado. Abbiamo mangiato un gelato da Panciera, intorno alle cinque del pomeriggio, nel viale del piccolo paese dove passavo tutte le mie vacanze estive. In pullman, dietro di me, c’erano Roberto e Stefano, due bambini di quinta, la classe con la quale viaggiavamo. Giornata soleggiata, con il cielo limpido. Nella Basilica di Sant’Eufemia abbiamo visto un’icona dorata della Madonna. Le due maestre che erano con noi hanno riso dicendo “dorata senza apostrofo, mi raccomando”, e io pensai che probabilmente era una battuta che avrei capito da grande, e l’ho memorizzata, per poterla ridere in quinta, due anni dopo. Nel maggio del 1980 siamo andati a Ravenna: il Mausoleo di Teodorico squarciato dal fulmine che Dio aveva lanciato contro quel sepolcro per recuperare l’anima cattiva del cattivo imperatore, e lo splendido rigore di Sant’Apollinare Nuova, e il mosaico di Sant’Apollinare in Classe, e il Mausoleo di Galla Placidia… Ho una foto, da qualche parte, che avevo scattato io con la Petri che mia mamma mi aveva affidato: siamo in un giardino con un pozzo, e ci sono Alessandro, Emilio, Massimo, Carlo, Fabio, tutti con il cappellino in testa, con quei vestiti da ragionieri che si usavano negli anni settanta…. Con i soldi che mio padre mi aveva infilato nella tasca dello zainetto, comprai una guida della città, che continuai a leggere per mesi e mesi. L’anno dopo, in quinta, Mantova, e poi Ferrara. Alle medie, Verona. In una foto scattata da non so chi ci siamo noi con il professore di lettere Sergio Pedrazzoli, morto nel 1998, e con la professoressa di matematica, la terribile Saggioro, morta uno o due anni fa. Siamo sui gradini dell’Arena, dove abbiamo deciso di bivaccare. Abbiamo quelle facce da tredicenni delle quali è difficile mantenere un buon ricordo. Era più di trent’anni fa. Da poco avevamo iniziato a organizzare le feste delle medie, con i lenti, le patatine e i tramezzini. Nella primavera di quell’anno per festeggiare il suo compleanno Sabrina ci aveva invitati (non tutti) a mangiare al Pepen, una pizzeria vicino a Piazza Cavour. E in quei pomeriggi, nei pomeriggi di quegli anni, io e Alessandro facevamo i compiti insieme, quasi sempre in camera mia, con la scrivania a due posti rivolta verso la finestra, affacciata sui tetti rossicci di Padova, con il campanile del Carmine pronto a ricordarci, con le sue campane, che erano quasi le sette. Ricordo tanta trigonometria, e le somme di gradi, minuti e secondi, e i riassunti per Italiano, le versioni in prosa dell’Odissea tradotta da Vincenzo Monti. Di sera, per conto mio, leggevo le poesie di Spoon River, e ogni tanto su un quadernino con la copertina verde scrivevo qualcosa. Passammo l’estate a Copenaghen, e là lessi tutto Kafka in un libro a cura di Pocar, e Delitto e castigo, e Lo straniero di Camus, con uno zelo che, con il senno di poi, trovo un po’ sospetto. Andammo a vedere la ricostruzione di un villaggio antico, a nord di Copenaghen, dopo Hellerup, vicino al mare, le case con i tetti di paglia, i tuguri, i letti minuscoli, le tavole apparecchiate come mille anni fa, con le mogli dei colleghi di mio padre, e il loro figli, c’era anche Nicola, che ora è medico e ha due figli – allora aveva sei anni… – e una siciliana che continuava a ripetere “che meraviglia”. Avevo i pantaloni corti, e una maglia di ciniglia blu.

Quindi la cena, una nuova cena delle elementari, nel 2014. Mi è sembrata una buona idea dire di sì, dopo tanti anni. Ci siamo trovati davanti a Toys, a Limena, ma eravamo in pochi – poco più di dieci. E. aveva il viso gonfio e non la potevamo baciare, e siccome è ancora la più bella della classe un po’ mi è dispiaciuto. Pochi giorni prima era andata a farsi fare l’impianto di un ponte di denti, ed era ancora gonfia. I denti… L’inverno scorso mi sono tolto due denti del giudizio che mi facevano male. Facevano male, però, non rende l’idea del dolore che ho provato, per quei due denti. Mi sarei buttato sotto un camion, le notti in cui mi trapanavano il cervello. Ed erano solo due denti. Quando il dentista me li ha levati, mi ha detto che a sinistra ce ne sono altri, ma mi ha consigliato di lasciarli là, di non pensarci, perché per togliergli sarebbe servito un intervento chirurgico. Mi ha detto che con un po’ di fortuna…. con un po’ di fortuna sarebbe arrivata prima la morte, ho pensato io. Era quello il senso. Ho un numero di anni davanti sufficientemente basso che posso coltivare la speranza di morire prima che i denti del giudizio a sinistra inizino a scendere, inizino a smandibolarmi come hanno fatto gli altri due. Intorno ai venticinque anni un dottore mi aveva detto che non aveva senso operare un altra volta il mio ginocchio per ricostruire i legamenti: con il tempo l’articolazione si sarebbe anchilosata, rendendo più stabile, e meno a rischio, la giuntura.

F. è venuto con sua figlia, che va in seconda elementare: era il suo turno, il suo weekend, e non sapeva dove lasciarla. Nel 2007 ci aveva mostrato la foto di lei appena nata, o addirittura erano ancora nella fase delle ecografie. Mi ha detto che non può più mettere piede a casa sua, dopo la separazione. Abita in un monolocale a ottanta chilometri da sua figlia, e vorrebbe non essere costretto a portare la bambina a mangiare fuori tutte le volte che la vede, non ci sta dentro con le spese – la benzina, la cena in qualche fast food, gli alimenti… Mi ha detto che suo fratello si è sfasciato la testa sul lavoro, un camion lo ha schiacciato contro un muro, e così la sua fidanzata l’ha lasciato perché era diventato deforme. E aveva un tutore al braccio, F., o alla gamba, perché zoppicava o non riusciva più a stringere gli oggetti, non ricordo bene – so che si era fatto male giocando a… giocando a calcetto, o alla pelota, o a bocce, o guidando troppo, o sollevando un peso. J. non è venuto perché doveva passare la notte al capezzale di suo padre, vedovo da due o tre anni. S. aveva la comunione di suo figlio. F. era troppo lontano. Alcuni li abbiamo persi, non sappiamo più dove sono. Ce n’è una in America, che ha sposato un sergente dell’esercito americano che era stato mandato a Vicenza più di venti anni fa, e una sera erano nella stessa discoteca e si sono innamorati, e ora i suoi figli si chiamo John e Susie, o qualcosa del genere. Era molto bella, moracciona, gli occhi scuri, un viso un po’ spagnolo, ci eravamo accordati che ci saremmo sposati prima o poi, ma le promesse fatte all’asilo hanno poco valore. La conosco dall’autunno del 1973, ma non ho neanche il suo indirizzo mail. Me la immagino molto americana, dalle parti del Texas o del Nord Dakota, a preparare un tacchino per il giorno del ringraziamento.

E davanti a Toys, mentre aspettavamo che arrivassero gli ultimi ritardatari, ci ho guardati nelle vetrine del negozio, riflessi sul vetro, ed eravamo tutti più bianchi, più pelati (non tutti: Luca sembra ancora un ragazzo in forma), più goffi. Per la prima volta, ho visto che stavamo diventando vecchi. Ci sta ferendo, il tempo. Perché il tempo non è una dimensione: è una forza che spinge ogni cosa verso il casino, verso l’entropia – le galassie, l’erba che diventa marrone, i nostri corpi, quelli dei nostri genitori. Lavora a livello cellulare, sul fegato, sull’epidermide, sul colesterolo, E’ finita l’epoca in cui si stava sempre bene nonostante le birre, il fumo, le ore piccole, la mancanza di precauzioni; e anche se non siamo arrivati a quella in cui si sta sempre male, nonostante l’insalatina, il purè, la passeggiata del mattino, il riposino pomeridiano, ora dobbiamo fare attenzione: ora, iniziamo a pagare il conto. Un amico che fumava due pacchetti di Marlboro al giorno dovrà essere operato per un cancro in bocca. Ognuno di noi ha qualcosa da rimproverarsi – il poco moto, i grassi insaturi, il troppo lavoro, le sigarette, il vino. Prima era teoria; ora inizia la pratica.

La cena è stata mesta: eravamo in un postaccio, e il tavolo era lungo e stretto per cui non si poteva parlare se non con i pochi vicini; ma anche spostandosi un po’ più in là, di sedia in sedia, mi sono reso conto che le strade delle persone divergono, con il passare degli anni: si vive nei propri micromondi dove si finisce per parlare sempre delle stesse cose, con le stesse persone, usando sempre le stesse parole, rassicurandoci a vicenda, confermandoci nelle nostre scelte, fino a che, come il ginocchio, ci anchilosiamo nei nostri discorsi., e quando ci troviamo a sfiorare altri micromondi, con le loro anchilosature diverse dalle nostre… non sapevo cosa dire. E vedevo che anche gli atri non sapevano cosa dirmi: un umorismo non condiviso, un ritmo diverso… non parlo di valori o di scelte di vita…. è come se si incontrassero i ballerini di due scuole diverse, tutti convinti, da una parte e dall’altra, che esista un solo modo di ballare. Se continuiamo a vederci dopo tanto tempo, è solo perché abbiamo camminato insieme per un po’, da ragazzini, quando è tutto semplice, quando ci si siede su una panchina, con il culo sullo schienale e i piedi sulla seduta, e si parla senza dire niente, felici solo di essere là, di sentirsi bene, con vaghi sogni per il futuro, come davanti alle porte di un concerto quando sono ancora chiuse, e la serata sta per iniziare.

Con qualcuno sono stato bene. Qualcuno mi ha sorpreso; qualcuno un po’ meno. Una, alla cena del 2007 era in una situazione tragica: il padre, rimasto vedovo, l’aveva cacciata di casa per fare spazio a un’amante che aveva frequentato da sempre; ora lei divideva una cameretta in un convento con una donna che non conosceva (e che comunque odiava), senza un lavoro, senza nemmeno i soldi per comprarsi un biglietto dell’autobus, passando le sue giornate a dipingere. Mi diceva che di colpo la sua vita era diventata un inferno. Quest’anno però non c’era, e non me la sono sentita di chiedere perché. Con quelli che c’erano, abbiamo parlato un po’ di figli, che sono sempre gli stessi dell’altra volta, ma più grandi. M. ne aspettava ancora un altro, previsto per agosto. Solo uno. Il ritmo con il quale la nostra classe sta aumentando ha subito una drastica battuta d’arresto. Certi non ne hanno fatti proprio.

Dopo la pizza siamo andati a berci una birra – era ancora presto, abbiamo scelto un posto dalle parti di Montà, all’aperto, anche se c’era freddo. Nessuno lo diceva, ma forse non ero il solo a fare i conti di quanto avrei potuto spendere quella sera: il postaccio nel quale abbiamo mangiato, ad esempio, era austerity allo stato puro. Ci siamo raccontati ancora qualcosa, cose di lavoro soprattutto – lavori tristi, lavori di merda, lavori divertenti – e poi siamo tornati a casa. E dopo, mentre cercavo di prendere sonno lottando ferocemente contro la tristezza che mi era scesa in corpo, mi sono chiesto a cosa sono servite le gite, tutte quelle somme tra angoli, e i compiti con Alessandro, e l’educazione artistica… ad arrivare a questo? Da bambino sentivo che c’era un progetto, su di noi: che i grandi sapevano di cosa avevamo bisogno per diventare adulti. Ora che sono adulto so che quel progetto non è mai esistito, perché non avrebbe avuto senso. Si navigava a vista, come facciamo adesso con i nostri figli. Speriamo che la severità, e l’esercizio quotidiano, e le visite ai musei, l’educazione motoria, il judo, la televisione non più di mezz’ora al giorno, servano a qualcosa, ma non sappiamo a cosa. Oppure continuiamo a credere che tra trenta o quarant’anni per loro sarà diverso, che una gita a Ravenna potrebbe davvero cambiare le loro vite. Che il lavoro, i divorzi, i figli a weekend alterni, la vecchiaia dei propri genitori, e poi la propria, saranno cose che non li riguarderanno. Ma poi, se le guardiamo, queste vite, vediamo tanta decenza e tanta dignità, un barlume di luce da qualche parte – i progressi dei figli, i progetti per le prossime vacanze, una serata con le persone alle quali vuoi bene, il calore della famiglia – e cos’altro? Cos’altro dovrebbero avere, che non hanno? Una resistenza all’assedio del tempo? Un lavoro assicurato? La garanzia dell’immortalità? Una felicità nonostante tutto? Se lo domandava anche Bruce Springsteen, in The River: le promesse non mantenute sono sogni o bugie? E mentre ricordavo Grado e la Ruota, la recita di Natale e il primo giorno di scuola… niente, è solo che prima, era troppo presto, e poi, di colpo, è diventato tutto troppo tardi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

11 commenti su “La cena

  1. Renato
    25/09/2014

    Il problema di avere un udito finissimo è che anche un rumore normale diventa insopportabile.
    Ma chi ha un udito finissimo può raccontare a noi sordi le vibrazioni che, comunque, raggiungono anche il nostro orecchio.

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    • Paolo Zardi
      26/09/2014

      L’udito fino di cui parli tu è un grande tormento…. Talvolta, spesso, ne farei volentieri a meno… Fa male, il problema è quello…

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  2. amanda
    26/09/2014

    tipico spleen da cena di classe, prima o poi arriva e saremo più vecchi e non saremo più saggi e saremo sbiaditi, ma sinceramente non so se mi cambierei con quella che ero fosse solo per non provare lo stesso mal di denti o per non vestire di ciniglia deceduta a colpi di pile

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    • amanda
      26/09/2014

      io in piazza Mazzini ricordo una pizzeria che si chiamava Vesuvio all’angolo con via Dalla Vedova, la mattina quando passavo di lì in bici per andare alla succursale del Marchesi i via Sarpi, uscivano dalla cucina dei topi che pedalavo velocissima

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      • Paolo Zardi
        26/09/2014

        Al Vesuvio ci siamo andati in terza media. Io abitavo da quelle parti, c’era il panettiere, e più avanti Emma, che vendeva il latte e la spuma, e il bar da Alfio dove da bambino non osavo entrare… E in via Vendramin c’erano le lavanderie del geriatrico da dove usciva sempre un vapore caldo che sapeva da sapone di Marsiglia… In che sezione eri, al Marchesi?

        Inviata con Windows Phone

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    • Paolo Zardi
      26/09/2014

      Neanch’io mi cambierei con quel Paolo, vorrei solo avere tutto quel futuro perché, come si dice, non ho più il futuro di una volta… 😉

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  3. Pingback: Paolo Zardi: La cena – Intermezzi BLOG!

  4. silvia
    04/10/2014

    “niente si crea niente si distrugge tutto si trasforma”
    tutto è servito a farci diventare quello che siamo, anche la gita più piovosa e malriuscita, anche il compagno di cui nessuno si ricorda;
    le “allegre” reimpatriate sono qualcosa dal quale cerco il più possibile di stare alla larga.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/09/2014 da in Racconti, Ricordi con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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