I fatti – Philip Roth

Qualche mese fa, durante un incontro in una scuola con i ragazzi di una seconda superiore, all’interno del progetto Scuola Twain, ho chiesto agli studenti se nella loro vita avessero mai scritto qualcosa. Una di loro (mi pare di ricordare si chiamasse Tamara, capelli riccioli e grandi occhiai) ha risposto che in quinta elementare aveva scritto la propria autobiografia. Io ho sorriso, ma i suoi compagni di classe non hanno colto l’aspetto buffo di questa cosa: probabilmente ritenevano che tutti, prima o poi, ne debbano scrivere una.

Philip RothD’altra parte secondo alcuni, tutto ciò che si scrive è autobiografia, in un modo o nell’altro. Flaubert diceva che Madame Bovary era lui (anche se la frase era stata detta con un’intenzione diversa da quella che solitamente gli si attribuisce: lui si riferiva al libro nel suo complesso, e non al personaggio, e conoscendo le idee di Flaubert sulla letteratura non c’è dubbio che fosse proprio così). Quando capita di presentare un libro, è inevitabile che qualcuno del pubblico (talvolta il relatore stesso) chieda all’autore: ma quanto c’è di autobiografico, in queste storie? Spesso la risposta è “tutto”, e in senso lato è vero, perché banalmente nessuno è in grado di inventare qualcosa che oltrepassi la propria esperienza, e talvolta la risposta è “niente”, e anche in questo caso c’è qualcosa di vero, sempre in senso lato, perché la letteratura è finzione, sublimazione della realtà, e soprattutto inganno.

roth 01E l’autobiografia, pur con la sua pretesa di raccontare solo fatti realmente accaduti, non è più “vera” di un romanzo, o di un racconto: di mezzo, infatti, c’è sempre l’autore che decide di organizzare la narrazione in modo da fornire la rappresentazione di qualcosa. Nel caso dell’autobiografia, però, dove quel qualcosa è lui stesso, l’autore è consapevole che la grossa differenza tra la fiction e la realtà sta, soprattutto, nella diverso tipo di giudizio che il lettore esprimerà.

Tempo fa uno dei miei pochi lettori (quel “pochi” è una forma retorica che nel mio caso è penosamente vera) mi ha martellato per una sera intera rimproverandomi il fatto che Marco Baganis, il personaggio principale de “La felicità esiste” fosse un uomo pessimo e insopportabile. Me lo diceva come se fosse una mia colpa, una mia mancanza. Nella maggior parte dei casi, però, i lettori non estendono il giudizio etico sul personaggio fino a comprendere anche l’autore; sanno, a volte anche solo istintivamente, che chi scrive crea dei personaggi che gli consentono di mettere in scena dei problemi etici, e che questi personaggi non sono l’autore, non più di quanto siano, quei personaggi, il lettore che li sta leggendo. Questa garanzia che esiste una distanza tra i personaggi e il loro autore consente allo scrittore di non preoccuparsi del giudizio etico di chi legge: di fatto, costruisce un parafulmine a pochi metri, o a qualche chilometro, da sé, e lascia che sia lui a incassare gli strali.

roth_picEcco, Philip Roth in quasi tutti i suoi libri ha piazzato quel parafulmine dentro casa sua, nel suo letto, nel suo cesso, nella sua anima. Non ha fatto nulla per rendere chiaro che Zuckermann, o Portnoy, o Sabbath, non erano lui: ha portato questa ambiguità fino ai suoi limiti estremi, senza mai abbandonarla. Ed è forse proprio a causa di questa ambiguità che a un certo punto della propria vita ha sentito il bisogno di abbandonare, per un libro, la fiction e di scrivere “I fatti”. Con quale risultato?

Il libro è organizzato in questo modo: il primo capitolo è una lettera che Roth scrive a Zuckermann, lo scrittore da lui creato; seguono i fatti (nei quali chi conosce i libri di Roth si sentirà come a casa propria); infine, una lettera di rispsota di Zuckermann a Roth. Giudizio complessivo: “I fatti” possono essere considerati il più grande passo falso di Philip Roth.

Philip RothIl problema non sta tanto in quello che l’uomo Philip Roth ha fatto nella sua vita (e su questo, una volta tanto, siamo autorizzati a esprimere un giudizio di natura etica: come possiamo accettare di avere a che fare, ad esempio, con un uomo che considera la morte violenta di sua moglie, una quarantenne, madre di due figli, come una gioiosa liberazione dall’obbligo di doverle pagare gli alimenti?), quanto nel fatto che qui lo scrittore Roth, per la prima volta preoccupato per il possibile giudizio dei lettori, mette in atto tutta una serie di stratagemmi e trucchi per mostrarsi come una vittima innocente della follia altrui, un uomo stanco di doversi accontentare di donne non alla sua altezza, un genio fin dalla più tenera età. L’orgoglio con il quale riporta articoli scritti a vent’anni per un giornalino universitario è imbarazzante: sembra di vedere una madre che mostra le medaglie dei propri figli a sfortunati ospiti. Ancora più fastidioso l’orgoglio infantile con il quale racconta della facilità con la quale si accoppia con donne bellissime tutte le volte che lo vuole.

Philip_Roth_3Le debolezze di Roth, le sue mistificazioni, la narrazione che trasforma il passato fino ad assolversi, non sono così diverse dalle nostre, se non per dimensione e, forse, estensione. Ciò che rende insopportabile questo libro, allora, non sono le piccolezze di Roth, e non è neppure il fatto che Roth tenti, umanamente, di coprirle: ciò che rende quasi illeggibile “I fatti” è constatare che un genio della letteratura come Roth non si renda conto di tutto questo mentre descrive la propria vita. Roth sta scrivendo un libro, e lo sa: sa che questo libro sarà letto da altre persone – non è un diario che terrà chiuso nel suo cassetto – ma nonostante questo, si lascia accecare dal suo ego smisurato, che non gli consente di prendere le distanze da se stesso. Si copre di ridicolo due volte: umanamente quando cerca di assolversi, e artisticamente quando lo fa in modo così grossolano da trasformarsi in un autore privo di talento. E se sul primo aspetto siamo disposti a perdonarlo, sul secondo proprio no.

Ma quando ho detto che “I fatti” è il peggior passo falso di Roth stavo mentendo. Ne “I fatti” Roth è ancora Roth, ma bisogna arrivare fino all’ultimo capitolo per scoprirlo: la lettera che Zuckermann scrive a Roth, e che chiude questo strano romanzo, è un capolavoro assoluto. Non appena Roth esce da sé, e torna a essere lo scrittore, nel momento in cui guarda la propria vita da fuori, con la lucidità impietosa e piena di coraggio che il potere della letteratura gli dona, bisogna ammettere di trovarsi di fronte a una delle menti più prodigiose della storia.

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Roth, attraverso la voce di Zuckermann, distrugge lo scrittore Roth che scrive la propria biografia: lo smaschera, lo denuda, lo stana dal rifugio sicuro nel quale si è rifugiato. Cosa nascondi? gli chiede. Perché il bravo ragazzo che metti in scena se ne va da casa a vent’anni? Perché tua madre sembra il fantasma di una donna perfetta? Perché la tua infanzia viene rappresentata come un paradiso di buoni sentimenti? Come puoi conciliare il tuo amore per l’ebraismo con i tuoi libri? Come un trapano, Zuckermann lo scrittore fa tutto quello che Roth l’uomo non ha avuto il coraggio di fare. E allora è chiaro che con questo libro Roth compie il gesto più estremo, il più alto: Roth sacrifica tutta la propria vita, e la propria umanità, sull’altare del romanzo, mostrando che non c’è vera conoscenza, vera grandezza, e vera verità, se non attraverso la finzione della letteratura.

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3 thoughts on “I fatti – Philip Roth

  1. Ultimamente ho scoperto una parola di per sé bruttina ma nella sostanza perfetta. La parola è “autofiction”. Tutti i veri grandi scrittori, tutti i migliori autori moderni (o comunque quelli che amo io) hanno scritto e scrivono opere di autofiction. Perché un grande artista deve avere il coraggio di mettersi a nudo. Ma per non annoiare chi legge deve anche esser capace di inventare molto. E possibilmente NON deve poi svelare i dosaggi, deve rimanere un minimo reticente su quanto ha vissuto, quanto ha solo pensato o desiderato, e quanto ha inventato di sana pianta. Deve essere al tempo stesso geniale e spietato con sé stesso. Deve essere fantasioso e al tempo stesso saper analizzare, scandagliare ogni frammento della propria anima e del proprio vissuto, per provare a capire qualcosa e a renderci partecipi di questa folle, disperata, temeraria esplorazione degli abissi. (Se poi è bravo, nel farlo riuscirà a essere anche avvincente, commovente e divertente, altrimenti riuscirà solo a farci perdere tempo e a romperci i coglioni, magari scopiazzando da altri barbosissimi rompicoglioni, regolarmente celebrati sui giornali dai Baroni della Muffa).

    (Molti saputelli semiritardati liquidano tutto questo come un “guardarsi l’ombelico”. Anni di cazzate collettivoidi accademiche e filosofico-politiche li hanno convinti che per essere uno scrittore devi interessarti non a te ma “agli altri”. Gli manca l’intelligenza per capire che gli “altri” sono già, TUTTI, contenuti dentro di “noi”, e che comunque anche tutta la nostra vita personale è condizionata dal continuo rapporto di relazione e dal continuo influsso di tutti questi “altri”: guarda caso, le migliori storie non personali dell’autore, le migliori caratterizzazioni di personaggi also starring che non sono né l’autore né proiezioni dell’autore le troviamo sempre nei romanzi scritti da chi, secondo i fessi, “si guarda l’ombelico”. Forse perché in quell’ombelico c’è, appunto, l’intero mondo. Ma bisogna saperlo vedere).

    Se ti attieni solo ai fatti, sarai solo un giornalista. Che non è uno scrittore. Se sai solo inventare storie, sarai un bravo sceneggiatore di fiction televisiva. Che non è uno scrittore. Perché uno scrittore (strana bestia, e MOLTO rara) può essere un uomo con mille limiti, mille difetti e mille ignoranze. Ma, riguardo allo scrivere, deve essere e avere quella cosa che tu dici a proposito di quell’ultimo capitolo del geniale Philip Roth (che anche quest’anno verrà defraudato del Nobel a favore di qualche casalinga, di qualche sbrodolone esotico o di qualche menestrello politicizzato): deve essere e avere una mente prodigiosa. Alcune volte Roth non mi è piaciuto, tante volte mi ha tediato. Ma davanti a lui mi inchino. Commosso. E colmo di gratitudine. Come davanti a te.

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