Grafemi

Segni, parole, significato.

Caro Renato

Caro Renato,

sotto la Stazione di Termini, nel lato sud, dopo i gabinetti, prima delle scale di accesso al binario 22 dal quale parte il treno per l’aeroporto, c’è una chiesa: oltre le porte a vetri, una ventina di panche di legno, rivolte verso il sobrio altare. Ci passo davanti quasi ogni settimana, specialmente la mattina, quando corro per andare a prendere il treno trascinandomi dietro il mio dannato trolley.

Spesso, davanti all’entrata c’è un poveraccio con il viso sporco e i vestiti consumati, una di quelle creature che gravitano intorno alla stazione, e che la sera si distendono lungo le pareti esterne, tirandosi su, come una coperta, un cartone lungo due metri: rimane in piedi, un po’ gobbo, con lo sguardo fisso verso la croce che si intravede in fondo alla chiesa, talmente povero, talmente umile, da non avere nemmeno il coraggio di entrare.

Dentro, invece, le persone cambiano ogni volta: le vedo di spalle, sole, distribuite lungo le panche per massimizzare la distanza reciproca, fornendo, in questo modo, la soluzione pratica di uno di quei famosi problemi di ricerca operativa. Talvolta, sono tentato di entrare. Non assomiglia a una di quelle chiese imponenti costruite per la gloria terrena: sembra, piuttosto, un ospedale delle anime, o, meno pomposamente, un’officina per lenire il dolore.

Da qualche mese sono abbonato a un blog dal titolo curioso. Si chiama “Non si sevizia un paperino”, e gli autori che si alternano nella scrittura dei post si accaniscono contro Beppe Grillo, i tizi che credono nelle scie chimiche, i governi che si alternano alla guida del paese, e la Chiesa. Soprattutto contro la Chiesa, a dire il vero, che è l’unico avversario che compare praticamente in tutti i post: i preti pedofili, lo stupore con il quale viene accolta ogni dichiarazione sensata di Papa Francesco, l’esenzione dal pagamento dell’ICI sui beni immobili, i dogmi ridicoli, ecc. Devo ammettere che in molti casi penso: ecco, questo avrei potuto scriverlo io. Eppure, nonostante io mi trovi spesso d’accordo con il loro feroce sarcasmo, non ho mai scritto nulla di simile, e il motivo per cui non l’ho mai fatto sei tu.

pizza-cakePenso che ciascuno di noi possieda una qualche forma di dialettica interna: pur presentandoci verso l’esterno come un IO unitario, sappiamo bene che all’interno della nostra testa, in quell’antro che io immagino scuro e umido, ci sono tante voci che non smettono di discutere tra loro. Quando vado a mangiare fuori, trovo irresistibile guardare le persone attorno a me mentre scelgono la pizza. E’ un processo lungo e laborioso, specialmente quando chi sta scegliendo è mia moglie: legge la pizza, ci pensa, ne legge un’altra e rimane in silenzio, cercando di trovare una soluzione a quel problema. Chi interroghiamo, in quel momento? Noi non sappiamo cosa vogliamo, ma arriviamo a una decisione tra mille dubbi e tormenti: dapprima escludiamo tutte quelle che sicuramente non vogliamo; poi iniziamo a confrontare le preferite, leggendo gli ingredienti a bassa voce e sperimentando, sul nostro corpo, l’effetto che potrebbero produrre. A volte ci stupiamo della nostra scelta finale, come se non ci appartenesse.

dialetticaE se succede con una pizza, figurarsi come lavora il nostro cervello quando dobbiamo decidere, che ne so, se Dio esiste, o se l’aborto è una scelta accettabile… Quelli del blog “Non si sevizia un paperino” pare abbiano la risposta precisa a molti problemi fondamentali. Io, invece, non ho mai avuto quella sicurezza – non sono mai riuscito a semplificare così tanto il problema da arrivare ad avere una certezza così definitiva. Perché quello che succede, ogni volta che mi pare di arrivare a una qualche conclusione definitiva sulla religione, e in particolare sul Cristianesimo, penso che non posso eludere la tua presenza – la tua presenza nei miei pensieri.

Non voglio caricarti di troppe responsabilità. Le nostre strade si sono incrociate per un breve periodo, tra l’autunno del 1982 e l’estate del 1984, quando io avevo poco più di 12 anni, tu ti eri appena iscritto all’Università, ed eri il mio animatore all’Azione Cattolica Ragazzi. Insieme, abbiamo fatto quattro numeri di un giornalino, “Il cupolino”, dove per la prima volta ho provato il piacere di scrivere, e di essere letto. Mi hai dato fiducia, e libertà, in un periodo della vita in cui tipicamente gli adulti si preoccupano soprattutto di contenere l’energia scomposta che l’adolescenza sta portando a galla. Lo facevi come altri tuoi coetanei che dedicavano il loro tempo libero alla parrocchia, ai ragazzi come noi. Cosa vi spingeva a farlo? Ci sono tanti motivi che possono spingere qualcuno a dedicarsi agli altri: un banale interesse personale, un forte senso etico, o una sorta di vocazione a sfondo religioso, anche se l’espressione può sembrare eccessiva. Non te l’ho mai chiesto, ma se penso a come svolgevi quel compito, divertente ma per certi versi ingrato, non riesco a non vedere, in quella dedizione, il tuo modo di pregare.

renato 3Non so se ti ho mai detto di non aver mai creduto, in concreto, a Dio: all’asilo, mentre le suore ci obbligavano a pregare, la mattina, speravo che non si vedesse che in realtà io stavo facendo finta. Ho sofferto molto per questa mia ipocrisia, ma allora non era così semplice non professarsi credenti. E poi l’ambiente della parrocchia mi piaceva – mi piacevano l’aria che si respirava, e le partite di calcio, i grest, le vostre recite a Carnevale, le gite a Caberlaba, e anche certi aspetti legati alle funzioni religiose – specialmente i fioretti di maggio, al pomeriggio, quando indossavo la tunica da chierichetto sopra i pantaloncini corti. Amavo anche guardare gli affreschi che ornavano le pareti della Chiesa del Carmine – brutti, a dire il vero, ma tutto sommato suggestivi. Comunque, non ho mai sentito di avere la fede. E diventando grande mi sono chiesto spesso per quale motivo tutte le religioni danno un’importanza così centrale all’atto del credere: per molti secoli, in Occidente, non era possibile professarsi atei – una scelta puramente personale – senza che questo comportasse una sanzione terrena. Succede anche adesso in Medio Oriente, e in certe zone dell’Africa. Perché le divinità chiedono alle chiese di punire chi non crede in loro? Quale colpa ci può essere in questa mancanza di fede?

Sono ateo, dunque, cioè non credo che esista una qualche divinità ultraterrena. Non credo neppure che esista un’anima, o almeno non nel senso che le religioni danno a questa entità (e mi sono sempre chiesto: perché l’immortalità dell’anima richiede l’esistenza di Dio? Due anni fa ho detto a mia cognata, la moglie del fratello di mia moglie, che non credevo in Dio: lei, dopo essersi fatta il segno della croce, mi ha chiesto: ma quindi sei convinto che dopo la morte non ci sia nulla? Ancora adesso non riesco a capire su cosa si basi questa specie di sillogismo). Sono anticlericale, cioè penso che le chiese, quasi sempre in mano a uomini, a maschi, siano l’espressione del potere, e della sua brama, e che sfruttino un sentimento privato per scopi completamente diversi. Trovo che i dogmi delle religioni, le convinzioni su argomenti al di fuori di qualsiasi possibilità di dimostrazione (la vita, la morte, la creazione del mondo, ecc) siano nella migliore delle ipotesi ridicole, e nelle peggiori folli o pericolose. La sicurezza con la quale una struttura imponente come la Chiesa Cattolica si pronuncia su temi etici non andrebbe tollerata. Penso che le prescrizioni sui cibi, sui vestiti, sulle pratiche sessuali, siano stupide e inutili. E sono intimamente convinto che la Chiesa Cattolica del ventunesimo secolo sia migliore di quella del sedicesimo grazie all’umanesimo, all’illuminismo e al consumismo (!), e a tutte quelle cose che hanno combattuto, in un modo o nell’altro, le religioni. Penso che le storie dei santi, dei miracoli, e gran parte della vita di Gesù, siano folclore, o mistificazioni, o leggende popolari.

Non penso, però, che esista solo ciò che può essere visto o dimostrato: considero il razionalismo una religione talvolta più pericolosa di quelle costruite attorno all’idea di Dio. Credo che il nichilismo, che dal punto di vista letterario spesso mi affascina, sia una semplificazione grossolana. Penso che sia giusto consentire, e quindi garantire, la possibilità di professare la propria fede, e di non venire discriminati, o uccisi, per questo, anche se nella maggior parte dei casi difendiamo persone tanto intolleranti quanto quelle che le tormentano. Considero il problema della pedofilia nella Chiesa Cattolica come l’esito naturale di un’imposizione contro natura come il celibato e l’astinenza imposta ai preti: folle la regola, folle il risultato. Penso che una parrocchia sia meglio di un centro commerciale, un prete meglio di direttore di un McDonald, un animatore dell’Azione Cattolica meglio di un commesso di un negozio di videogiochi.

Nella mia dialettica interiore, la stessa che si mette in moto quando devo scegliere una pizza, sento una voce forte che dice che il concetto di Dio è una follia, che credere in un essere superiore è una malattia mentale, che la chiesa è male. Poi però sento una voce meno tonante, ma forse più ferma, che dice che forse non è proprio così: quella voce, assomiglia alla tua. Tu, forse te l’ho già detto altre volte, sei il Cattolico che avrei voluto essere se solo avessi creduto un po’. E involontariamente rappresenti il pericolo più grande per tutti quelli che cercano di ridicolizzare la religione e tutto ciò che ci gira intorno: perché non alzi la voce, perché esprimi con coraggio i tuoi dubbi e le tue incertezze, perché continui a seguire quella strada che avevi iniziato tanti anni fa da uomo, da essere umano. Il tuo Dio ha lo sguardo buono e paziente di un padre, che non chiede nulla ma che si offre per il piacere di donarsi; il tuo Cristo è fragile e coraggioso, e la tua Chiesa ha braccia grandi e accoglienti, disinteressate, e sincere. A te affiderei i miei figli, perché so che per te la fede coincide con l’amore.

Capisci perché non posso scrivere come gli amici di “Non si sevizia un paperino”? Perché ci sei tu. Perché non posso far finta che non esista un modo diverso di porsi di fronte a Dio: il tuo. La mia vita sarebbe più semplice, senza il tuo esempio di uomo comune che vive la fede senza negare il dubbio. Potrei permettermi il lusso di avere sicurezze incrollabili. Ma la semplicità non sempre è una cosa bella: è il terreno di coltura delle idee più pericolose.

E quando passo davanti alla chiesa di Termini, e mi capita di sentire la voglia di entrarci, beh, sappi che non posso fare a meno di pensare a te.

Con affetto,

Paolo

renato_1

Renato e Carla (dal sito http://www.stefanus.it)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

6 commenti su “Caro Renato

  1. tramedipensieri
    10/10/2014

    Bello ciò che hai scritto. Come ateo mi pare tu sia il miglior “credente” che ho incontrato in questi ultimi tempi.

    ciao
    .marta

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  2. Marina
    11/10/2014

    questo post mi ha profondamente toccata…. la penso così pure io ma non saprei esprimerlo meglio!!!

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  3. amanda
    11/10/2014

    il mio Renato si chiama Carla, è stata la mia maestra di catechismo, fatta la cresima ci ha detto “ora inizia la pratica”, ci ha portato il sabato a leggere le favole ai nostri coetanei al Cottolengo, ci ha fatto diventare amiche di penna di nostre coetanee che vivevano in una missione in Africa, ci ha fatto conoscere il mondo del volontariato, noi abbiamo preso tutte strade diverse, la mia sicuramente non è in seno alla chiesa cattolica, ma Carla, e le mie amiche di allora, le vedo ancora, una volta l’anno ed è un dolce ritrovarsi, chi testimonia amore e rispetto per gli altri con l’esempio di una vita intera non può che avere il mio rispetto e la mia più profonda gratitudine

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  4. Zio Scriba
    11/10/2014

    Aggiungo solo una mia annotazione, dall’importanza davvero minima, marginale. A mio parere, chi come te sa mantenersi distante sia dalle fanfaluche mitologico-superstiziose (e dal loro uso e abuso per opprimere la gente), sia dalla penosa sicumera del gretto iper-razionalismo, mantenendo grande sensibilità, umiltà e curiosità nei confronti dei misteri dell’universo e della vita, e l’onestà propria di tutti coloro che “sanno di non sapere”, tecnicamente non dovrebbe considerarsi ateo, bensì agnostico.

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  5. Renato
    13/10/2014

    E’ da sabato mattina che non faccio altro che pensare a cosa scrivere qui sotto.
    Forse che sono ancora qua che guardo il menù per scegliere la mia pizza.
    Con lo sguardo fisso sulla quella pizza là, l’unica finora che mi aiuta a vivere.
    O forse che se un giorno dovessi scrivere il mio testamento spirituale, beh, adesso so dove pescare concetti e frasi intere.
    O magari che mi dispiace sinceramente per quelli di “Non si sevizia un paperino”, che a causa mia perdono un collaboratore magnifico. Ma non s’è fatto apposta.
    La cosa più importante però, credo sia questa: che se un amico è uno che ti capisce fino in fondo, beh, Paolo, tu sei proprio un Amico.
    Grazie!

    P.S. Ho anche pianto un sacco, ma non ti preoccupare ultimamente sto diventando una fritola e ho la lacrima facile.

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  6. Marco Valtriani
    17/11/2014

    Ciao Paolo, meno male che non puoi scrivere come noi: dovresti degradare i tuoi post con l’invettiva e la blasfemia, e non ne varrebbe la pena.

    Mi permetto di precisare due cose, però:
    1. Non è vero che parliamo di dio in ogni post, su 170 post solo una trentina (vado a memoria, e al rialzo) parlano di chiesa e religione.
    2. Al di là delle battute sulle incongruenze del pensiero magico (che, spero sia chiaro, è ben diverso dalla spiritualità di ognuno), i nostri strali vanno sempre contro gli uomini e soprattutto contro i loro atti, non contro la spiritualità, tranne nei casi in cui la fede diventa scusa per giustificare o legittimare atti che ci sembrano lesivi dei diritti altrui.

    Una spiritualità sana, per quanto mi riguarda, è ovviamente possibile, sia essa rivolta verso la natura, l’universo, un principio che regola lo stesso, o un essere superiore. Essere razionali (senza -isti) non significa non avere la capacità di “sentire” tutto quello che non è misurabile e conoscibile, né avere la pretesa che se una cosa non la sappiamo, non esiste.

    Diverso è quando la spiritualità, e soprattutto una spiritualità che si abbevera prepotentemente a un modo di pensare illogico, pretende di dettar legge su questioni che invece devono basarsi sulla scienza, o pretende di avere pari dignità “razionale” rispetto a problemi concreti, come se “me l’ha detto dio” fosse un’argomentazione valida, e soprattutto fosse un’argomentazione valida al fine di negare diritti a qualcuno.

    Intanto grazie della menzione per il blog: anche se non è nostra abitudine prenderci sul serio, fa sempre piacere leggere quel che arriva a chi ci segue senza che la discussione sia una gara a chi insulta più creativamente. Anche se la persona che ci dice la sua non scrive per noi, è sempre un piacere leggerla, finché scrive altrove e scrive bene.

    Saluti dai Paperi.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 10/10/2014 da in Satura Lanx con tag , , .

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