Cimiteri di formiche

Il signore seduto accanto a me, nella carrozza 7 del treno che da Padova mi porta verso Roma, presenta una vaga somiglianza con Domenico Modugno – un po’ più magro, con meno capelli, ma simile nei tratti principali. Sul suo tavolino tiene appoggiato un numero di “Tex”, non una copia sgualcita con il prezzo ancora in lire… Mi pare di vedere che l’anno sia proprio questo, il 2014. Accanto al giornalino, c’è un iPhone, e quando qualcuno lo chiama, parte una suoneria di Morricone. L’uomo ha, come minimo, sessant’anni.

bambina-sigarettaSono sempre stato contrario all’estetica del fanciullino di Giovanni Pascoli, e soprattutto alle sue derive retoriche e leziose che, all’inizio del ventunesimo secolo, si sono trasformate in un assurdo “impero dei bambini”. Pochi mesi fa ho visto una pubblicità dell’Ikea che diceva: “Dedicato alle persone più importanti del mondo: i bambini”. In che momento si smette di essere importanti, per il mondo? E’ quando iniziano a crescere i baffi muffosi sotto il naso? O quando una certa ragionevolezza ci impedirà di pretendere tutto quello che ci passa per la testa? E che ne sarà di queste creature che, appena diventate adolescenti, scopriranno di non contare più nulla? E poi i bambini – lo sappiamo tutti, e lo sappiamo sempre tranne quando crediamo alla pubblicità – non sono buoni. Se lasciati liberi di comandare, diventano dittatori feroci e irragionevoli. La loro crudeltà è ampiamente sottovalutata, mentre sopravvalutiamo la loro purezza, la loro creatività e il loro talento artistico. In realtà amiamo i bambini per la loro testa rotonda, per le dimensioni sproporzionate dei loro occhi, per il loro modo sgangherato di camminare. Non possiamo farne a meno. Ma anche noi siamo stati bambini. Sappiamo cosa facevamo, a quei tempi. Abbiamo lasciato cimiteri di formiche alle nostre spalle.

Però devo ammettere che il signore accanto a me, con un nuovo numero di Tex sul tavolino, ha qualcosa di bello. Indossa un completo scuro, e quando è arrivato ha appoggiato un impermeabile dal taglio classico nella cappelliera (un nome stupendo, con un valore quasi archeologico). Non è un citrullo, ecco. Non dà questa impressione. E riesce ancora ad emozionarsi per le mitiche storie del far west.

tx_frontPochi sanno che il vero nome di Tex Willer, quello che aveva nel primo numero intitolato “La mano nera” che ho letto nel 1978, era Tex Killer. Non era ancora diventato il Tiziano Terzani delle praterie: allora, viveva di imprese al limite del banditesco. Poi è diventato buono, anche se ora non è chiaro di cosa viva, in concreto: con quali soldi compra le sue camicie gialle, in quali negozi? Da chi se le fa stirare? Se ha uno stipendio, come gli viene accreditato? E come fa a rimpiazzare i cappelli che i suoi avversari continuano a sforacchiare con la loro mira rigorosamente approssimativa? Dove trova la biada per il suo cavallo? Da bambini, non ci si fa troppe domande (l’anno scorso ho letto centoquaranta di racconti scritti da ragazzi tra i 12 e 16 anni: nessuno aveva un’idea realistica dei soldi, di come funzionano le aziende, del lavoro, di cosa bisogna fare per arrivare a fine mese). Da bambini, la propria ignoranza del mondo consente di concentrarsi solo sugli aspetti fondamentali della storia: l’eterna lotta del bene contro il male, gli spazi sconfinati, le pistole sempre cariche, i semplici piaceri dei saloon. In generale, chi scrive chiede al proprio lettore la famosa “momentanea sospensione dell’incredulità”. Con i bambini questa sospensione arriva gratis; anzi, tanto maggiore è il fantastico che si mette in scena, tanto maggiore è il loro entusiasmo. Rimarrebbero increduli, piuttosto, se fossero posti di fronte a un bilancio aziendale.

Eppure quest’uomo accanto a me, con il suo giornalino sopra il tavolo, e la suoneria di Morricone, sembra dirmi che è possibile continuare ad emozionarsi per quelle storie, e vivere, nello stesso tempo, una vita “normale”. Ogni persona assennata ha un retrobottega dove coltiva una passione segreta, o un giardino dietro casa dove tiene un capanno con gli attrezzi del bricolage, o uno studiolo con una grande scrivania, un volume pieno di francobolli, un atlante dell’Africa nera, una raccolta di Topolini… Il sosia di Modugno se lo porta dietro, il suo backyard, il suo sogno privato, l’angolo giochi. E anche se io vorrei fare quello serio, avverto il richiamo sottile della sua forma gentile di resistenza. Il far west… Da bambino a casa mia c’era un proiettore con il quale guardavamo dei film in bianco e nero, senza sonoro. Non so che fine abbia fatto, quel coso, ma so che già intorno agli otto anni rimpiangevo la visione di quei filmini, come se appartenessero a un’età dell’oro mitica e perduta: mi rimane solo una foto in cui mio fratello Alberto tiene in mano la copertina di uno di quei filmini (ci sono due pistoleri pronti a sparare), mentre io mi pulisco la faccia sporca di Nutella, e Fausto ci osserva divertito.

Tre fratellini
Tre fratellini

Di quelle proiezioni ricordo la camera con le tapparelle abbassate, il rumore di farfalle del proiettore, la durata ridicolmente breve di quelle pizze, Fausto che inevitabilmente si addormentava – lui prendeva sonno non appena c’era un po’ di buio – e poi, alla fine dello spettacolo, i fotogrammi visti alla finestra, dove i nostri eroi, diventati minuscoli, rimanevano immobili a fissarci. In quei film, ne sono sicuro, gli indiani venivano massacrati, e gli sceriffi erano integerrimi. In prima elementare, a carnevale, mi ero vestito da cow boy: da qualche parte ho una foto di una festa fatta nella taverna di Fabio (in realtà la festa era organizzata da sua sorella maggiore Nicoletta, che era in classe con Alberto: io ero stato invitato in quanto fratello), una foto nella quale io indosso un cappello da cowboy, una camicia da hipster, un fazzoletto intorno al collo, e assomiglio, in modo inquietante, ad alcune foto giovanili di Paul McCartney,

aperturaPiù grandino, intorno ai nove anni, leggevo un libro di Hugo Pratt che si svolgeva nel Far West. Era già arrivata l’epoca del politicamente corretto. Gli indiani, ora, erano i buoni, e io, forse, avevo già visto “Soldato blu”, il primo film che mi ha fatto piangere di rabbia (con il senno di poi, credo di aver vissuto male quel capovolgimento dei ruoli: da un punto di vista antropologico, gli indiani erano evidentemente dalla parte opposta dello schieramento…).

Le storie del grande Pratt raccontavano un Far West minore, meno esplorato. Invece che desolate distese di sabbia e cactus, c’erano montagne fredde e piovose, fiumi impetuosi, nevicate. I buoni avevano dubbi. I cattivi, esigenze lecite da soddisfare. E io sognavo, su quel libro, come sognavo sui libri di guerra, sui giornalini dell’Uomo Ragno, e sulle storie un po’ più adulte che trovavo nel CorrierBoy… Leggevo a letto, o più spesso disteso a terra, sul pavimento di legno della mia cameretta, con il sole basso dell’inverno che entrava dalla grande finestra a sud, osservando, tra un giornalino e l’altro, il pulviscolo che galleggiava, sospeso, nell’aria. E mentre me ne stavo disteso sul pavimento a leggere Tex Willer, capitava che trovassi un piccolo buchino nel parquet e passassi l’ora successiva a domandarmi se quel buchino avesse una qualche relazione con una bestiolina tonda e lucida che un giorno avevo visto sbucare da dietro il battiscopa, una specie di piccola coccinella tutta nera; oppure succedeva che io e Fausto studiassimo, a modo nostro, il curioso gioco di luci – di rifrazione, direi ora – che un coso di vetro appeso al filo per spostare le tende (che nome hanno questi oggetti che non esistono più?) proiettava sul muro del salotto, immersi, quei due bambini, nel silenzio postprandiale che mio padre imponeva per il suo riposino pomeridiano E’ una questione di vista, la fanciullezza, o di tempo a disposizione?

enhanced-buzz-13097-1366839727-9-300x218Poi i fumetti sono lentamente spariti. Ad un certo punto, hanno iniziato ad annoiarmi. Non è stato un addio improvviso, ma, piuttosto, un lento allontanamento: si cresce così, abbandonando senza troppo clamore le cose che avevamo amato, e non è detto che dopo anni pieni di concretezza e ostinata determinazione, e di sofisticazione sempre crescente, si riesca, o si voglia, sentire nuovamente il richiamo dell’infanzia. La perdita dell’ingenuità è irreversibile e il suo rimpianto, simile a quello di Pascoli, spesso si trasforma nella patetica idealizzazione di un mondo, che in concreto, non è mai esistito. Ricordo bene il bacio di mia madre, appena tornata a casa da scuola, in un giorno di febbraio del 1979 in cui avevo 39 di febbre, ma la sua dolcezza è ora tanto irraggiungibile quanto lo era, a quei tempi, la dolcezza del bacio dei miei figli che mi salutano prima di entrare a scuola, e che allora non potevo nemmeno immaginare. Ci sono giorni in cui mi piacerebbe guardare le cose come se fosse la prima volta – non è questa la base dello stupore? La prima volta che ho visto un leone, la prima volta che ho annusato un ciclamino, la prima volta che mi sono seduto sulle gambe di mio padre per guidare l’Audi 80 arancione nel parcheggio davanti alla birreria Pedavena, quando la benzina super costava 500 lire al litro, e la sera, alla televisione, c’era Rin Tin Tin… audi_80_l_1973_01_m E poi c’erano tutte quelle cose che sfumano verso l’eternità che ci aveva preceduti, quegli oggetti, colori, profumi presenti fin dalla nostra nascita, e che definivano il nostro mondo, come se fossero esistiti da sempre, e sempre sarebbero esistiti: il pavimento di marmo del corridoio, con le sue figure capaci di produrre forme sempre nuove come fanno le nuvole, lo zampirone d’estate, il rumore delle tapparelle quando si chiudevano la sera come una cascata di legni, il trillo del telefono di bachelite grigia sul comodino dell’entrata e mia madre che risponde, e ancora mia madre che si mette il fard sugli occhi in bagno, la mattina, e i pantaloni marroni di mio padre piegati sulla poltrona di velluto verde ai piedi del letto… A pensarci mi viene la pelle d’oca, tanto che per un attimo mi dimentico che l’infanzia è inevitabilmente sublimata dall’effetto struggente del ricordo, il cui filtro lavora su quelle immagini come un Instagram elevato all’ennesima potenza.

Il ricordo può essere il più potente motore della commozione, e si basa su meccanismi che spesso sfuggono a chi si lascia travolgere dalla dolcezza del “ti ricordi?”. Lo struggimento nasce perché la memoria porta alla luce qualcosa che è scomparso, che è morto, e che non tornerà più indietro. madeleine-cake-recipeQuando pensiamo al piccolo abete sotto il quale, a cinque o sei anni, trovavamo i regali che Babbo Natale ci aveva portato – ed era stato proprio lui: erano sue le tracce che credevamo di trovare in giro per il salotto –, quando ricostruiamo quei giorni, sommando tutti i nostri Natali, abbiamo, per un attimo, la sensazione che quei momenti esistano ancora; ma ciò che rende così commoventi, quei ricordi, è la consapevolezza che le palline luccicanti di vetro, il profumo della resina, e soprattutto il fatto che noi credessimo veramente che fosse tutto vero, la consapevolezza, dicevo, che tutte queste cose non esistono più. Il ricordo è una resurrezione in miniatura che subito si dissolve. La resurrezione e la dissolvenza sono il motivo per il quale i ricordi dell’infanzia sono così struggenti. Se si crede, come forse faceva Pascoli, che l’infanzia sia davvero il luogo incantato che ricordiamo, il rischio di scivolare in una palude di zucchero diventa altissimo.

(Giovanni Pascoli)
(Giovanni Pascoli)

Se però ci si tiene lontani da questa palude, nascono libri meravigliosi come “La vita davanti a sé“ di Romain Gary, “Quattro soli a motore” di Nicola Pezzoli o “Parla, ricordo” di Vladimir Nabokov, tutti pervasi da una delicata ironia mescolata a una vena di follia un po’ anarchica, quella sì propria dell’infanzia, la quale assomiglia molto di più alle bellissime fiabe nere di Bernard Friot che alla leziosità dei vecchi cartoni della Disney.

Ma quest’uomo accanto a me, che farà, durante la giornata? Durante la riunione per la quale è stato chiesta la sua presenza, dove terrà nascosto il suo numero di Tex Willer? Siamo quasi arrivati e ancora non ha superato la metà: con quanta impazienza aspetterà di poterlo concludere? In quali sogni scivola, mentre legge le avventure del suo ranger preferito? Cosa rimpiange? Con quanto struggimento ripensa alla sua cameretta un po’ buia dove da bambino leggeva i primi numeri di Tex? Dopo un po’, mi stanco di sbirciarlo; allora mi giro verso il finestrino, dal quale entra un fascio di luce solare. Socchiudo un po’ gli occhi, e… niente. Non vedo il pulviscolo da anni.

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2 thoughts on “Cimiteri di formiche

  1. Il primo numero di Tex è “La mano rossa”. Lo conservava mio nonno in cantina con gli altri numeri, in cassette di legno che tirava fuori a giugno per l’annuale vacanza al mare a Sottomarina (sempre stesso albergo per trent’anni, mi ricordo che gli ultimi anni invitava i proprietari per Natale e mi faceva strano vedere questi due signori anziani, che ero abituato a vedere in canotta e pantaloncini corti, in un contesto tanto diverso). Li leggeva in spiaggia con noi (io e mio fratello), e mi ricordo che avevano un buon odore di vino, muffa e conserva di pomodoro. Poi mio nonno è morto, i fumetti hanno perso l’odore di vino e conserva e sanno per lo più di muffa, ma la passione per i fumetti ci è rimasta. Attualmente ho il garage pieno di scatoloni di fumetti che cominciano a svuppare un vago sentore di stantìo. La prossima estate faccio la conserva.

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