Grafemi

Segni, parole, significato.

L’illusione del libero arbitrio

Sebbene i miei figli siano convinti che io sia nato nell’età della pietra, tanto che si sono stupiti quando hanno scoperto che da piccolo andavo a Venezia in treno, non sono così vecchio. Ai miei tempi, ad esempio, esistevano già i videogiochi, anche se non da subito – sono in grado di ricordare la prima volta che ne ho visto uno: era l’estate del 1976 o del 1977, ero a Grado, e nel viale principale, vicino alla gelateria Panciera, all’aperto, sotto un albero, c’era “Mattonelle”, quel gioco in cui si doveva spostare una piccola piattaforma per abbattere un muro con una pallina (che era quadrata). Il secondo fu Space Invaders, sempre nello stesso angolo, forse l’anno dopo, ma nel frattempo mio padre ci aveva comprato una specie di console, all’Interspar di Sarmeola, con la quale potevamo giocare a ping pong (due barre parallele in campi opposti), a calcio (quattro barre parallele, due per lato, una porticina in mezzo), a hockey su ghiaccio (quattro barre parallele, due per lato, la porticina staccata dal fondo per poterci passare dietro), e così via. Pong-captureCon gli anni i videogiochi si sono evoluti; ma poiché nel frattempo mi sono evoluto anch’io, e ho smesso di giocare, mi sono fermato alle partite di calcio in cui gli omini erano appena abbozzati, e la visuale era quella che avrebbe avuto un drone sorvolando il campo.

I miei figli, invece, hanno la Wii, che non è la più pazzesca tra le console, ma è, probabilmente, la più divertente e la più adatta alla loro età. Spesso si divertono con FIFA 2013. Qualche volta, quando entro in salotto e loro sono seduti sul divano, faccio fatica a capire se stanno guardando una partita in diretta o se stanno giocando – complice anche la mia vista che, nel frattempo, ha perso qualche diottria. fifa14-barcelona-1409053930E qualche volta capita che mi sieda con loro, e mi metta a seguire una partita immaginaria tra Crotone e Real Madrid, provando emozioni simili a quelle che sperimenterei se assistessi alla versione reale dello stesso scontro. Al di là del commento piuttosto verosimile di Caressa e Bergomi (il che consente di esprimere qualche dubbio sulla verosimiglianza dei veri Caressa e Bergomi), mi diverte osservare con quanto realismo sono realizzate le scene a contorno della partita vera e propria: le proteste dei giocatori per le ammonizioni o le espulsioni, il capitano che seda i principi di rissa, i festeggiamenti per i gol, lo sguardo sconsolato del portiere. Sono così realistici, questi dettagli, che quando l’altro giorno ho visto Malta-Italia, ho fatto fatica a non pensare che un giorno la tecnologia arriverà a un livello tale da non consentirci più di distinguere una partita vera da una partita simulata: un giocatore come Bonucci dalla sua versione digitalizzata. Ma il punto è che questi esseri umani, che in teoria sono dotati di libero arbitrio, sembrano comportarsi seguendo poche regole che anche un computer potrebbe replicare. Se qualcuno dà una spinta a un giocatore, ad esempio, questo alza la testa, e inizia a gridare, e cerca di colpire il suo aggressore; due suoi compagni di squadra lo bloccano, dando la schiena all’avversario, mentre l’aggredito continua a urlare e tenta di divincolarsi. La meccanica di queste scenette è talmente banale da far sorgere qualche dubbio sull’umanità dei giocatori: nessuno, infatti, pare prendere alcuna decisione. Azione e reazione, senza niente in mezzo.

Automi

Automi

Lo stesso dubbio mi era venuto quest’estate, guardando le partite del Mondiale. La prematura (rispetto a quali aspettative?) eliminazione dell’Italia ci ha costretti a guardare partite del tutto irrilevanti, almeno per quanto riguarda i nostri piccoli interessi. Ho visto le partite da distante, come se fossi un etologo che osserva il comportamento di un branco di scimmioni. E mi domandavo: perché i cileni tifano per il Cile? Perché quegli uomini piangono di commozione ascoltando l’inno del Costa Rica, e gridano insulti mentre suonano le note di quello dell’Uruguay? Così come la vista di una donna nuda provoca eccitazione in un uomo (ok, non ho voglia di prendere in considerazione tutte le altre combinazioni solo per essere politicamente corretto: fate voi), allo stesso modo pare che l’esistenza di una nazione provochi senso di appartenenza, patriottismo, e voglia di fare guerra a un’altra nazione. Ma cosa significa essere cileni invece che uruguagi? Che differenza può esserci? Parafrasando un aforisma di Tinto Brass, le nazioni sono come il buco del culo: tutti ne hanno una, e tutte puzzano. Lo prova la partita dell’altra sera tra Serbia e Albania. Possiamo dire, senza che qualcuno si senta offeso, che nella storia del mondo la Serbia e l’Albania non occupano un posto propriamente centrale? Possiamo aggiungere che, visti da una prospettiva mondiale, questi due paesi sono praticamente indistinguibili? Voglio dire: cosa significa essere serbo piuttosto che albanese, o albanese piuttosto che serbo? Possibile che tutti i veri albanesi abbiano avito la fortuna di nascere proprio in Albania, e che tutti i veri Serbi abbiano avuto la fortuna di nascere proprio in Serbia? Cosa sarebbe successo se un patriota serbo fosse nato in Albania? Se ne sarebbe accorto? E sanno, i serbi e gli albanesi, che nessuna persona al mondo vorrebbe diventare serbo o albanese, esattamente come nessun serbo vorrebbe diventare albanese o nessun albanese vorrebbe diventare serbo? Che la Serbia e l’Albania sono due scatole tanto ridicole quanto l’Italia, il Giappone o Malta?

italia-munsterIn ogni caso, qualche sera fa sopra lo stadio di Belgrado passa un drone che sventola una bandiera con su scritto “Kosovo libero”. Un giocatore della Serbia, seguendo un algoritmo da videogioco, è costretto a saltare e a tirare giù tutto, drone e bandiera. Un giocatore albanese, allora, deve cercare di colpire il serbo, e i compagni di squadra del serbo devono difenderlo, e i compagni di squadra dell’albanese devono partecipare alla rissa. A questo punto i massaggiatori, gli allenatori in seconda, e il personale di sicurezza, devono entrare in campo per cercare di separare i litiganti, prendendosi un bel po’ di sediate in testa. Il pubblico, intanto, mosso da regole ancora più semplici, inizia a sparare razzi, a urlare slogan che, per uno che non abbia la fortuna di essere albanese o serbo, sono impossibili da distinguere. La partita viene sospesa, e mai più ripresa.

Automi

Automi

Le scene dell’altro giorno non sono affatto drammatiche: sono, piuttosto, tragiche e ridicole, e quindi grottesche. In particolare, il patriottismo e il concetto di patria sono ridicoli, gli effetti collaterali del patriottismo e del concetto di patria sono tragici, e la violenza che tutto questo produce è grottesca. Ci sono persone fiere di essere belghe. Altre che piangono non appena sentono partire le prime note dell’inno portoghese, o cingalese o indonesiano. Pullman pieni di slovacchi fanno cinquecento chilometri per sostenere la loro squadra contro la Bulgaria. Nazioni invadono altre nazioni per esportare la propria barbarie e stati islamici di un certo tipo aggrediscono stati islamici di un tipo leggermente diverso, convinti che tutto questo abbia senso. C’è un sacco di gente che fa questo genere di cose, e guardando le loro facce provo sempre un senso di orrore: là dentro, dietro quelle bocche che urlano, pare che non ci sia niente. Serbia e Albania si contendono il Kosovo, e ne fanno una questione di fondamentale importanza. Il Kosovo! Che nessuno sapeva neppure che esistesse fino a una decina di anni fa! Cosa penseremmo se l’Italia e la Slovenia si scannassero per la provincia di Rovigo? Tutto questo affannarsi a esaltare la diversità della propria patria, senza vedere che una patria vale l’altra, e che nessuna vale una vita…

Nelle partite, i volti dei tifosi che gridano contro i loro avversari sono tutti uguali, indipendentemente dalla nazionalità, tanto che sarebbe impossibile distinguerli se non fosse per qualche bandiera che sventola: Lorenz, il grande etologo del ventesimo secolo, si sarebbe divertito un sacco a studiare le dinamiche di questi gruppi. Perciò quando si parla di uomo, e di Uomo, di anima e di individuo, dobbiamo ricordare che in molti casi le persone potrebbero essere sostituite da robot ben programmati, e il risultato sarebbe tragicamente identico. Ogni volta che si rinuncia alla propria individualità, e ci si lascia trascinare dai grandi ideali, si finisce per perdere la propria umanità, senza neppure rendersene conto. Le aziende di software, che riescono a riprodurre una partita di calcio con un realismo sempre maggiore, sanno bene che l’uomo, in fondo, non è che una macchinetta a stati finiti che può essere descritta da un buon algoritmo. Qualche volta ce ne dimentichiamo, è vero. Ma poi per fortuna ci sono le partite di calcio a ricordarcelo.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

Un commento su “L’illusione del libero arbitrio

  1. Antonio
    20/10/2014

    Potresti trovare interessante uno studio di qualche tempo fa sulle dinamiche degli sciami, qui puoi vedere un video che lascia intravedere le possibili implicazioni riguardo al libero arbitrio e alla decantata razionalità.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 17/10/2014 da in Politica con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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