Mi basta l’aria, di Marina Sangiorgi

Marina Sangiorgi è, probabilmente, l’autrice (o anche l’autore: non è una questione di genere) italiana che in questo momento preferisco. I suoi racconti hanno una perfezione quasi flaubertiana (ne avevo già parlato tempo fa, in questo post nel quale parlavo di Rubare tempo all’allegria, un suo libro di racconti), fuori dal tempo: una prosa nitida, cristallina, che nasconde, tra le sue increspature, un universo di tenerezza, dolore, struggimento, rinunce e ideali. I suoi personaggi, sempre minori, intuiscono, la salvezza ma non la raggiungono, o non la sanno dire; spesso finiscono per accontentarsi, ma non perdono mai la loro umanità.
Il racconto “Mi basta l’aria” mi ha fatto piangere, ieri mattina, quando l’ho letto. Mi ha toccato il cuore senza prenderlo in giro. Spesso, quando si legge, si scappa da ciò che ci commuove con l’inganno: i tramonti, i grandi amori, i bambini che abbracciano le mamme appena ritrovate. Non amiamo gli sgambetti. Ma se le parole arrivano al cuore senza trucchi, allora cediamo, e siamo contenti di cedere, perché anche se ci fa male, ritroviamo la nostra umanità

Mi basta l’aria

di Marina Sangiorgi

Se fossi Dio non metterei alla gente le piaghe nel petto, non l’appenderei alle croci coi chiodi a mani e piedi. Se fossi Dio darei a tutti una lunga vita infinita senza strappi e tagli e ferite. Darei rose senza spine, rose e gigli, profumati, colorati, ai miei figli.
Da fine maggio alzo gli occhi andando, e ho visto finalmente che il cielo è così bello, l’azzurro del cielo, le nuvole, l’azzurro e il bianco, e il calore del sole sulla schiena e le braccia.
Non ho ringraziato abbastanza per i tramonti in fondo alla via Emilia e i platani del viale della stazione, i loro tronchi bianchi. L’importante, nella vita, la cosa veramente importante, è l’aria sulla faccia. Sentire l’aria sulla faccia. Socchiudo gli occhi, l’aria e basta, pura e semplice, l’aria sulla faccia in bicicletta, quell’aria a tratti sulla faccia mentre cammino la sera.
Non sono mai stata male. Prima. Prima di adesso. Credevo di essere stata male. L’anno della supplenza ho pianto tutti i giorni, ma non era quello stare male. I due licenziamenti in via Bondi, quei due pomeriggi di gran pianto sul divano. Non era quello star male, mi ricordo che il divano era strano e verde e i tigli dietro la finestra. Lui mi ha piantato su una panchina in fondo a via Corticella, piangevo con le amiche in via Varthema e andai a comprarmi una maglia da Coin. Non era poi veramente quello stare male. Mi ricordo dopo quel colloquio di lavoro a Ravenna, sentivo un tale freddo sulle gambe, sotto i jeans, sentivo quel fastidioso freddo e gelo sulle cosce sotto i jeans e pensavo, credevo di stare male. Non stavo male. Non stavo poi così male. Ho pianto molto, da bambina in cima agli scivoli, nei bagni del 38, dopo quella cena di donne a San Luca, quel giorno che rimasi a sbobinare in via Mascarella, non mi ricordo nemmeno perché, – anzi mi ricordo, piangevo e non stavo ancora male.
Piansi disperatamente, lo lasciai e andai a prendere il treno, seduta alla stazione guardavo i binari, i prati, la luce rosa del mondo, stavo male e non poi così male.
Dio, ridammi la mia vita di fallimenti, il tepore dei ripetuti fallimenti della mia dolce vita.
Il medico mi ha chiesto se sento dei dolori. Se sento dolore. Lo sento.
Mi sembra di cominciare a sentire la ferita del dolore totale, perfetto, di me stessa, di ognuno, di tutti. Mi arriva l’eco del dolore dei continenti, del Purgatorio, dell’universo.
Aspetto il giudizio universale. Quando mi sarà ridato il mio corpo originale, autentico, vero. Rivoglio il mio corpo integrale, non un corpo aggiustato, artefatto, tagliuzzato e tumefatto. Lo voglio sano, non risanato. Il mio corpo puro e purificato. Che tenerezza per il mio povero corpo, il mio corpo tenerello, che ora che è malato, è bello.
Aspetto i secoli e i secondi che mi separano dal risalire dalla polvere, il tornare a essere, perché voglio la salute e la salvezza, voglio la libertà nella salvezza, la voglio ora e invece devo aspettare, vegliare nella notte per miliardi di secoli. I miliardi di secoli sono come un battito di ciglia, eppure i giorni sono lunghi come l’eternità, ogni giorno ho tutto il tempo di pensare, di soffrire, a questa morsa nel petto, questa tenaglia, il bisturi che mi taglia la carne.
Sto male e mi accorgo che l’aria è bella e gli alberi alla sera sono bellissimi, si imbrunano e le foglie si muovono all’aria leggera, e tutto è dolce, una meraviglia, una bellezza spropositata e immeritata. Mi piace tutto: i bambini nei passeggini, la musica, la gente, – ah la gente! ma li guardo abbastanza i visi, i sorrisi, le mani, le attaccature dei capelli? Dio, mi piace tutto! I sandali, le seggiole, le lampadine, il pavimento che scorre sotto i piedi, ogni momento, ogni andamento, oleandri e magliette e risate, le voci, il chiasso della vita, voglio restare per guardare, guardare ancora, guardare e basta. Ogni giorno è clamoroso, è un clamore di desiderio e amore, ogni giorno è tutto, e non voglio niente, non chiedo più niente, mi basta l’aria.

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(c) ECONE

Marina Sangiorgi, nata nel 1972, laureata in Lettere a Bologna, vive a Imola e scrive racconti.

Ha pubblicato i libri Frammenti di un’autobiografia imperfetta, Il Vicolo edizioni, Cesena (2000), e Rubare tempo all’allegria, Raffaelli editore, Rimini (2008). Suoi racconti sono presenti su riviste (La luna di traverso, Graphie, Fernandel), e in varie antologie, tra cui Giovani Cosmetici, Sartorio editore, Pavia (2008).

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9 thoughts on “Mi basta l’aria, di Marina Sangiorgi

  1. L’ha ribloggato su Capriole cosmichee ha commentato:
    La malattia è un’esperienza che -chi più, chi meno – ci ferisce e ci mette alla prova tutti. Condivido con voi questo scritto di una mia cara amica, Marina, che sta attraversando una prova grande. La chemioterapia si infila nel corpo e nella mente, è sfibrante; eppure non può sfigurare del tutto la voce umana che chiede il bene e la salute per sé. Che non teme di mettersi a nudo nel suo bisogno. Ringrazio di avere accanto negli sbuffi delle mie giornate tutto sommato tranquille l’esempio di un’amica come lei. Grazie, Marina.

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