Sottobosco – Simona Castiglione

Ho letto “Sottobosco” di Simona Castiglione nel 2011, quando era un romanzo in cerca di editore, e ne ero rimasto particolarmente colpito. Una certa miopia dell’editoria italiana ne ha ritardato la pubblicazione, tanto che alla fine è servito l’interesse di una casa editrice romena, la Ratio et Revelatio, affinché questo libro vedesse la luce.

“Sottobosco” è un romanzo importante: per le cose che racconta, e per il modo con il quale le fa. Un romanzo duro, doloroso, vero, sorretto da una scrittura piena di talento. Sono quindi felice di accogliere una recensione inedita di Anna Quatraro, che a mio parere coglie nel segno, e di pubblicare l’incipit del romanzo.

Dentro il bosco della memoria
Anna Quatraro

È raro che un editore straniero si interessi alla pubblicazione di un testo italiano. Per di più, è rara una simile attenzione nei confronti di un paese rimosso in modo istintivo dalla coscienza italiana ed europea. L’immigrazione odierna dalla Moldavia è, infatti, uno fra i temi centrali del coinvolgente Sottobosco di Simona Castiglione (ed. Ratio et Relevatio, Romania, 2014), la cui narrazione si dispone in forma serpentina attraverso il dialogo delle voci di Antonella e Vasilita, più o meno coetanee.

L’attenzione dell’autrice per la Moldavia è nata dalla convinzione che questa nazione stenti a trovare il giusto peso agli occhi degli italiani, benché una considerevole percentuale degli stranieri che si spostano verso lo Stivale ne sia originario. Malgrado le ridotte dimensioni, all’incirca due grandi regioni italiane, la Moldavia vanta una vivace tradizione che l’autrice ha assimilato trascorrendovi diversi mesi. Le origini dislocate di Vasilita corrispondono a quelle siciliane di Antonella, trasferitasi al nord per ragioni di lavoro.

DSCN2141Dopo la seconda gravidanza, Antonella cade in depressione. Per aiutarla, il marito la affida alla saggia e volonterosa assistenza di Vasilita, dimenticandosi quasi del tutto della sua femminilità. Dall’incontro fra due donne all’apparenza legate a mondi diversi, inizia un intenso dialogo amalgamato a ricordi, scene istantanee, sogni notturni che permette all’autrice di indagare i chiaroscuri di un’amicizia intima e non priva di contrasti. Le due donne condividono la maternità, le difficoltà nell’affermarsi, l’allontanamento dalla propria terra e si scontrano con le proprie debolezze. Le intenzioni dell’autrice isolano i fallimenti esistenziali di Vasilita, che non riesce ad integrarsi a Padova e rientra in patria, dopo la perdita di diversi uomini, mentre fra Antonella e suo marito si crea una voragine culminata dal peggioramento della malattia del piccolo Sandro.

Il nocciolo della trama è la tensione che si instaura fra le due donne, fra bugie e volontà di conoscersi in modo autentico, aprendosi a reciproche confessioni profonde. L’alone di mistero che avvolge Vasilita spiega la scelta di Antonella di raggiungerla in Moldavia, dopo la sua improvvisa partenza, per ripercorrere i luoghi dell’infanzia e affermare una volta per tutte il rapporto privilegiato e paritario che le lega.

Sottobosco è lo spazio aggrovigliato della memoria. Il luogo segreto dove Vasilita ha scoperto le erbe medicinali della levatrice Baba Dora. Nascoste, ci sono le orme di un percorso tortuoso, una zona della coscienza dove l’eco dei lupi convive con la realtà urbana, la solitudine dell’immigrata e il senso di abbandono. Per Antonella è il mare il suo centro di gravità, che la dirige a Odessa, dove respira la libertà dei sogni, davanti a onde invernali e l’amica ritrovata.

DSCN2136I toni malinconici, non sempre rassicuranti e i riferimenti precisi alla cultura moldava danno spessore al romanzo, che non si limita alla descrizione della condizione femminile, ma coglie con profondità squisita il senso di isolamento delle due protagoniste. Una perdizione sventata grazie all’amicizia e alla fiducia nel futuro. Inoltre l’alternanza fra prima e seconda persona crea una partitura ritmica, dove le immagini della natura e del quotidiano risaltano nitide seppur mobili.

Con uno stile diretto, ricercato senza affettazione, l’autrice insegue una girandola di micro-narrazioni, nella quale la ricerca della redenzione si mescola al viaggio di formazione di due donne molto più simili del previsto.


L’incipit di Sottobosco
Simona Castiglione

sottobosco.jpgHai varcato, senza spaventarti, la soglia del mio orrore quotidiano.
L’inferno non può essere molto diverso – vedere attraverso le fiamme la danza scomposta della tua ombra: lei ti appartiene, non è altro da te, non puoi prenderla a calci e allontanarla come faresti con un cane rognoso.
La mia ombra mima goffamente la scena di una madre che soffoca il suo neonato. Riesco a vederla proiettata sulle pareti di casa – mani adunche e naso berleffo – mentre fa del male al piccolo Sandro. Lui ha solo venti giorni, sarebbe così facile stringergli il collo delicato e bianchiccio fino a togliergli il respiro per sempre.
L’ombra danza senza posa nei miei giorni neri e nelle mie notti bianche. Più mi sforzo di non guardarla, più mi ritrovo a fissarla con orrore. Non lascia vie di fuga, è sempre qua con me.
Meglio – mi ripeto – almeno la controllo, se la lasciassi fare poi che mi resterebbe? Solo il silenzio e il buio che, di colpo, sostituirebbero i pianti senza fine, gli strilli. Un silenzio atroce e bellissimo come del mondo prima dell’uomo.

L’odore di un neonato è delicato e penetrante insieme, pervade gli ambienti, attraversa i vestiti, si deposita sui corpi, sul mio corpo di madre inerte. Il mio corpo come una spugna imbevuta di liquidi, che trattiene l’acqua, il latte, il sangue e l’urina, e ogni tanto li rilascia senza che io vi possa esercitare alcun controllo.
Sono stanca, così stanca da non farcela nemmeno a prendere Sandro in braccio, a preparare il biberon di latte artificiale che il pediatra gli ha prescritto in aggiunta al mio, scarso e capriccioso. Alla radio qualcuno spiega che non esistono donne senza latte, che è soltanto un blocco psicologico, una presa di distanza dalla nostra natura di mammiferi, dal destino di madri che noi donne non vogliamo conoscere più.
Spengo la radio.
Mi piacerebbe tanto dormire tutta la vita, e dormendo sognare un neonato leggero come una piuma, da prendere in braccio senza mal di schiena e strazi d’utero, da coccolare senza pianti, da allattare senza dolore.

È stato mio marito a cercarmi un aiuto, dopo che il ginecologo mi ha diagnosticato una classica depressione post partum, anche se in una forma particolarmente acuta: «Potrebbe evolvere in psicosi, signor Bevilacqua, bisogna subito intervenire con i farmaci adatti. Inoltre la signora non può stare da sola, dev’essere supportata.»
Mio marito si stropicciava le mani, si giustificava: «Ma io lavoro tutto il giorno, viaggio spesso all’estero, i nostri genitori abitano lontano e non abbiamo altri parenti…»
«Allora paghi qualcuno, non c’è tempo da perdere» ha detto, e il gesto con cui gli ha consegnato la mia ricetta medica sembrava definitivo.

Arrivi, appendi il tuo giaccone scuro e logoro all’ingresso – è primavera, ma fa ancora molto freddo e piove spesso – togli il fazzoletto dalla testa liberando un manto di capelli color del grano spento, e subito chiedi scusa perché non parli ancora bene l’italiano.
Meglio per me che di parlare non ho nessuna voglia. Ti consegno Sandro, la testa ancora piccola come il palmo di una mano, e me ne vado a dormire.
Prima di chiudermi in camera da letto con le gocce che mi ha prescritto il dottore, ti metto in mano il biberon delle dieci di mattina, che con estrema fatica sono riuscita a preparare.

Dormo fino a mezzogiorno, so che Sandro comincia a strillare già dalle undici e trenta per ottenere un nuovo biberon: non dorme, però mangia tanto, ha ripreso subito peso dopo il calo fisiologico alla nascita.
Quando mi sveglio ed entro in salotto mi aspetto le sue urla, quelle urla odiose che mi fanno sentire un animale braccato, senza scampo. Invece niente, solo silenzio e penombra.
Tu sei sul divano con le gambe allungate e, nell’incavo delle caviglie, fai dondolare uno strano fagotto.
«Dov’è Sandro?» ti chiedo, il respiro bloccato.
«Qui, su piedi…»
Guardo meglio e vedo il mio piccolo stretto in uno dei suoi lenzuolini, mani e piedi fasciati e la testina coperta – sembra una bambola russa addormentata. Ricomincio a respirare.
«Non mi sembra il caso di tenerlo così fasciato!» dico con un’idea di grido.
«Bambini stretti sono più tranquilli, come nella pancia di mamma…» provi a dire, impaurita. Sai quali possono essere le conseguenze, eppure non smetti di dondolare quel piccolo fagotto mummificato.
«Sì ma le manine… i piedi… non si possono muovere…» La mia voce è rotta dall’ansia, i respiri spezzano in due le parole. Sandro sembra morto, da tanto è tranquillo. Morto.
«Neonati hanno paura di loro manuze, così piangono disperati; adesso lui non piange» dici, e riconquisti la sicurezza dei tuoi metodi millenari.
«Qui da noi non si fasciano più i neonati da almeno cinquant’anni, è un’usanza barbara e poco salutare.» Sono altrettanto certa di quello che dico, sono una donna colta, un’insegnante, non ho dubbi – non su questo almeno.
Mi riprendo Sandro – sono arrabbiata con te, tremo – lo libero dalla stretta del lenzuolo, si sveglia e mi sorride. Beve il suo latte tranquillo e pacifico, senza singulti né rigurgiti, come mai lo avevo visto fare. Quel sorriso gli stravolge il visino, quasi non lo riconosco più.
«Fidati di me, funziona così» mi dici.
Decido di fidarmi, in fondo non ho altre risorse e sono debole. Facciamo un compromesso, lo teniamo fasciato per due ore ogni mattina e vediamo come va.
Tu ti sei già orientata fra le cose di cucina; cominci ad armeggiare con un pentolino e un tritatutto.
«Che fai?»
«Preparo tè.»
Penso che per voi gente dell’est sia normale bere il tè a tutte le ore del giorno e ti lascio fare, indifferente. Me ne porti una tazza. Lo assaggio, è amaro e pungente, mi fa quasi vomitare: «Che cos’è?» ti chiedo, e lo sputo.
«È tè per donne dopo parto, fatto con erbe di Vatamaneasa; tu bevi e smetti di piangere sempre.»
Mi vergogno – come fai a sapere che piango sempre? te l’ha detto mio marito? – e la bevanda fa schifo ma mi rassegno e la mando giù d’un fiato. Non ho niente da perdere.
«Cos’è Vatamaneasa?»
«Mio paese.»
«Dove, in Romania?»
«No, in Moldova. Io lascio qui erbe per tè. Bevi mattina e sera e vedi.»
Non so se è il tuo tè di erbe di Vatamaneasa, le pillole del medico, le sedute di psicoterapia, il riposo che, grazie al tuo aiuto, riesco a recuperare, ma dopo solo un mese dal tuo arrivo decido di tornare al lavoro.


Simona Castiglione nata a Catania, vive a Padova. Laureata in lettere classiche, ha lavorato a Milano per le principali case editrici. Attualmente insegna lettere e scrittura creativa. Nel 2010 ha esordito con la raccolta di racconti La mente e le rose (Transeuropa); da allora ha pubblicato diversi racconti per antologie (Transeuropa, Galaad Edizioni, edizioni Mazza, CaratteriMobili). Per la rivista «Nuova Prosa» ha curato la raccolta Racconti erotici al femminile con ospite maschile. Ha pubblicato articoli e racconti per riviste, giornali e blog letterari (La Stampa», «Il Gazzettino», «Sicilia & Donna», «Primo Amore», «Doppio Zero», «Vicolo Cannery», «Scuola Twain», «Grafemi»). Ha pubblicato il romanzo cooperativo Lavoricidi Italiani (Miraggi edizioni) e ha curato, assieme a Caterina Falconi, l’antologia La morte nuda, per i tipi di Galaad, dove è presente con il racconto Come fu che divenni una strega. Ha pubblicato il racconto Nicchia nell’antologia Père Lachaise: racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio Publishing House, 2014) e il racconto Il principe nell’antologia Siria – scatti con parole (Miraggi edizioni, 2014). Sottobosco, uscito per i tipi di Ratio et Revelatio, è il suo primo romanzo.

Anna Quatraro
Anna Quatraro

Anna Quatraro nasce a Padova nel tardo febbraio del 1989. Le piacciono molto i gatti e i romanzi di Virginia Woolf.
Mentre gli altri bambini giocano, legge, fantastica storie sue al gabinetto e con dedizione massimalista dichiara che leggerà tutti i libri esistenti. Però non traduce l’ebraico e il greco a dodici anni.
Nel 2012, si laurea alla triennale in Mediazione Linguistica e vattelapesca, a Padova. Si avvicina quindi alla scrittura e all’editoria frequentando il master breve di Oblique a Roma. Nel frattempo, ha iniziato a collaborare con recensioni di narrativa sulla webzine Flanerì, letto manoscritti come stagista e proseguito gli studi. Tuttavia non ha ancora nessun romanzo in fase di stesura.

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