Grafemi

Segni, parole, significato.

Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino della libertà

Sono sempre stato del parere che il vero scopo di chi legge è trovare le proprie parole – quelle che si volevano dire da sempre – nei libri o nei discorsi degli altri: il piacere di vedere il proprio pensiero messo su carta, in un modo che noi non saremmo neanche riusciti a immaginare.

Ieri mi si è rinnovato quel piacere leggendo il discorso che Ursula Le Guin ha tenuto qualche giorn fa, ricevendo la MEDAL FOR DISTINGUISHED CONTRIBUTION TO AMERICAN LETTERS, assegnata dalla stessa associazione che assegna il National Book Award, uno dei premi letterari più prestigiosi al mondo (tra gli altri vincitoro di questa medaglia ricordiamo Toni Morrison, John Updike, Arthur Miller, Norman Mailer, Joan Didion, Tom Wolfe, Ray Bradbury, Stephen King, oltre a Philip Roth, di cui l’Accademia di Svezia si scorda, colpevolmente, ogni anno). Come tutti i vincitori, ha potuto tenere un discorso; e lei, invece di dire “grazie, grazie a tutti, vi amo”, ha puntato il dito contro il declino della letteratura, sopraffatta dalle logiche commerciali. Questa donna del 1929, che ha scritto per tutta la vita fantascienza, parla dell’attualità con una forza e una determinazione sorprendenti. Ecco, non sono Ursula, ma la ringrazio per aver rappresentato nel modo migliore possibile le mie idee un po’ confuse sull’argomento. Riporto qui un estratto del discorso, così come lo si può trovare a questo link.

Ursula K. Le Guin

Ursula K. Le Guin

«A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti”.

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande.

Oggi abbiamo bisogno di scrittori che conoscano la differenza tra la produzione di una merce e la pratica dell’arte. Sviluppare materiale scritto per venire incontro a strategie di vendita con lo scopo di massimizzare il profitto di una società e la resa pubblicitaria non è la stessa cosa rispetto a scrivere e pubblicare libri in modo responsabile.

Io vedo il reparto vendita prendere il controllo su quello editoriale. Vedo i miei stessi editori, stupidamente nel panico dell’ignoranza e dell’ingordigia, chiedere alle biblioteche pubbliche sei o sette volte il prezzo praticato ai clienti normali per un ebook. Abbiamo appena visto un profittatore cercare di punire un editore per la sua disobbedienza, e gli scrittori minacciati da una fatwa corporativa. E vedo molti di noi, coloro che producono, che scrivono i libri e fanno i libri, accettare tutto questo. Lasciando che i profittatori commerciali ci vendano come deodoranti, e ci dicano cosa pubblicare e cosa scrivere.

I libri non sono merce. Gli scopi del mercato sono spesso in conflitto con gli scopi dell’arte. Viviamo nel capitalismo, e il suo potere sembra assoluto… ma attenzione, lo sembrava anche il diritto divino dei re. Gli esseri umani possono resistere e sfidare ogni potere umano. La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole.

Ho avuto una lunga carriera come scrittrice, una buona carriera e con una buona compagnia. Ora, alla fine di questa carriera, non voglio vedere la letteratura americana essere svenduta. Noi che viviamo di scrittura e di editoria vogliamo e dobbiamo chiedere la nostra parte della torta. Ma il nome di questo riconoscimento non è profitto. È libertà.»

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

8 commenti su “Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino della libertà

  1. Giacomo Brunoro
    25/11/2014

    Io credo che sia fondamentale per un autore avere una visione chiara e nitida. Poi si apre però tutto un altro discorso, dato che io credo invece che i libri siano merce. E questo è l’unico modo se si vuole che i libri siano “democratici”. L’unica alternativa al mercato è che i libri li scrivano soltanto le elite, come è successo fino a una cinquantina di anni fa (salvo rarissime eccezioni). Anzi, l’elite del libro resterà sempre, ma sarà sempre meno influente sui grandi numeri, come del resto è inevitabile se la crescita demografica continuerà su questi livelli.
    Purtroppo mi rendo conto benissimo di come si tratti di una discussione infinita..

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    • Paolo Zardi
      25/11/2014

      Sì, abbiamo già discusso altre volte di questo tema, da punti di vista diversi ma, io credo, non diametralmente opposti: soprattutto non del tutto inconciliabili.
      Un editore che seguisse il mercato invece di crearlo, che considerasse i suoi libri alla stregua di un dentifricio (o di una colla epossidica…) invece di vederli per quello che sono – cioè un “prodotto” assolutamente particolare, impalpabile, misterioso, imprevedibile – non avrebbe una vita lunga… Se alle Calandre il servizio assomigliasse a quello di una ferramenta – se i camerieri, i cuochi, il personale fosse convinto che la gente viene là per mangiare, e non per provare un’esperienza diversa – sarebbe durato una settimana. Quello che voglio dire è che un editore che dimentica di avere un’impresa, fallirà; ma un editore che dimentica cosa significa essere “casa editrice”, cosa sono, in concreto, i libri, chi sono i lettori, cosa cercano, fallirà comunque, e molto più vergognosamente… E credo che tu, su questo punto, la pensi come me. O sbaglio?

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      • Giacomo Brunoro
        25/11/2014

        Hai perfettamente ragione. Oggi gli editori (soprattutto italiani), mal sopportano il mercato e le sue regole e sono continuamente convinti che siano regole che per loro non contano (stiamo parlando delle regole base, tipo un conto economico). Non si rendono conto del mondo in cui vivono, sono tutte persone che, molto banalmente, non comprano mai libri ma poi li vogliono vendere.
        Basterebbe che un editore stesse sul mercato facendo l’editore, invece fanno di tutto tranne che gli editori e, soprattutto, spesso non hanno la più pallida idea delle regole basilari del mercato. Un cane che si morde la coda…

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  2. Annarita Tranfici
    25/11/2014

    L’ha ribloggato su In Nomine Artise ha commentato:
    Leggetelo, per favore.

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  3. luciaguida
    25/11/2014

    Qualcuno avrebbe parlato, una volta, di Pane e Rose, considerandoli e desiderandoli entrambi.
    Io continuo a farlo.
    Un abbraccio, Paolo

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  4. aliceelospecchio
    25/11/2014

    L’ha ribloggato su aliceelospecchioe ha commentato:
    “La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole”.

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  5. L' Alligatore
    25/11/2014

    Penso che abbia completamente ragione, un discorso coerente con il suo percorso in uno dei generi più gioiosamente politici della storia delle letteratura. La letteratura è arte, ma è anche mercato, non a caso si è sempre parlato di “industria culturale”. Il problema è che il capitalismo si è insinuato in modo penetrante, come un virus da fantascienza anni d’oro, in ogni settore della vita, da sistema economico a sistema di vita. Una vera e propria dittatura del capitale globale, quindi il pericolo che l’equilibrio arte/commercio penda tutto nel commercio è reale.

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  6. Maria
    26/11/2014

    C’è poco da aggiungere. È tutto, dannatamente, vero.

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Questa voce è stata pubblicata il 25/11/2014 da in Editoria, Satura Lanx con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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