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Segni, parole, significato.

Diva Futura di Fabio Viola – una recensione

Una delle cose che mi ha sempre stupito, fin da ragazzino, una delle cose che non mi stanco di raccontare e ripetere, è che quando l’Impero Romano finì, nel 476 d. C., nessuno se ne accorse: il Senato del Popolo Romano continuò ad emanare editti, a promulgare leggi, anche nel 1300, come se non fosse successo nulla. Non è facile guardarsi da fuori, in effetti. L’intelligenza non basta: è necessario lo sguardo di un’artista.

Fabio Viola

Fabio Viola

Gli artisti, lo sappiamo bene, non servono a nulla, come non serviva a nulla Cassandra: intravedono il futuro, o capiscono il presente, meglio di chiunque altro, ma sono condannati a non essere ascoltati. Anche Diva Futura, l’ultimo libro di Fabio Viola, uscito per i tipi di Indiana, potrebbe rientrare nella categoria delle profezie: parla di noi, del ventunesimo secolo, come parleranno di noi tra cento o duecento anni. Ci racconta sub specie aeternitatis, per così dire, come se il suo autore non appartenesse a questo mondo, a questa epoca. Uno straniero in patria; o, nel caso specifico, uno straniero ovunque.

Diva Futura, di Fabio Viola

Diva Futura, di Fabio Viola

Di cosa parla Diva futura? Livello narrativo: un ragazzo di ventotto anni, innamorato di una ragazza con l’ambizione di diventare una cantante famosa, pur non avendo (lei) alcuna delle doti che sarebbero necessarie per diventarlo, la aiuta con una certa riluttanza a realizzare il suo sogno. Livello sentimentale: un ragazzo dotato di scarsa intelligenza emotiva, anaffettivo (una parola orrenda che anche il correttore di Open Office mi segna come sbagliata), incapace di valutare i sentimenti delle persone che lo circondano, sostanzialmente privo di qualità, si lascia trascinare dagli eventi senza opporre alcuna resistenza. Livello sociologico: storia dell’incomunicabilità che divide il mondo giapponese da quello italiano, e viceversa. Ma Diva futura, pur essendo anche tutto questo, non è solo questo, anzi, non è niente di tutto questo: se dovessi riassumere in una sola frase cos’è, direi che è un libro che sta all’Occidente del ventunesimo secolo come L’uomo senza qualità di Musil sta all’Impero Austroungarico prima dello scoppio della Grande Guerra. Il paragone è senza dubbio iperbolico, se non altro per l’estensione della visione di Musil che abbraccia ogni ambito del mondo austriaco prebellico, ma assolutamente corretto.

Robert Musil

Robert Musil

L’uomo senza qualità è uno di quei libri che, per mole e fama, nessuno legge personalmente: tutti ne abbiamo una copia (quella in due volumi) nella libreria di casa, ma ne rinviamo continuamente la lettura, per paura di imbarcarci in una fatica al di là delle nostre possibilità. E’ un vero peccato, perché il romanzo (ammesso che sia davvero un romanzo) di Musil è uno dei libri più belli e stimolanti che ci possa capitare di leggere. E come tutti i capolavori ha la curiosa proprietà di essere sempre un passo più avanti di noi: L’uomo senza qualità parla del nostro presente con lo sguardo lucido e obiettivo di uno studioso nato nel ventiduesimo secolo. E parla anche, con parole diverse, di Diva futura, il nuovo romanzo di Fabio Viola, che, come si è detto, è da poco uscito per la bella casa editrice Indiana.

A pagina 111 (di 1355) della versione digitale de L’uomo senza qualità che ho qui con me in treno, leggo:

Che cosa è andato perduto dunque? Qualcosa di imponderabile. Un auspicio. Un illusione. […]. Idee che erano sembrate in passato di scarso valore, adesso acquistavano consistenza. Persone prima poco considerate, adesso conquistavano fama. Le asprezze si addolcivano, le scissioni si ricomponevano, gli indipendisti scendavano a patti con il successo; il gusto già formato cadeva in nuove incertezze. I confini netti si erano cancellati dappertutto e una nuova indefinibile disponibilità a imparentarsi portava in alto uomini nuovi e idee nuove. Uomini e idee che non erano cattivi, no di certo; c’era solo un po’ troppo di cattivo mescolato al buono, troppi errori mischiati con la verità, troppi aggiustamenti in quello che era importante. […] Improvvisamente tutte le posizioni più importanti e privilegiate del mondo culturale si trovarono occupate da queste persone, e tutte le decisioni venivano prese secondo il loro modo di vedere. Non se ne può dare la colpa a nessuno. Non si può neppure dire come sia accaduto. […] Non mancano né il talento né la buona volontà e neppure gli uomini di carattere. Manca semplicemente tutto e nulla. […]. Ora tutto brilla di novità, e alla fine non si sa più se il mondo sia davvero peggiorato o se siamo semplicemente noi a essere invecchiati. E allora è davvero iniziata una nuova èra.

Diva futura parla proprio di questo: di un mondo in cui manca semplicemente tutto e nulla. Continuo a leggere Musil (ma attenzione, sto parlando di Diva futura):

Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe. Purtroppo, però, essa ha qualcosa di straordinariamente attraente e naturale. […] Un vero luogo comune ha in sé sempre più umanità di quanta ve ne sia in una grande scoperta. Non esiste idea importante che la stupidità non sappia utilizzare, essa si muove in qualunque direzione ed è capace di indossare ogni veste della verità. […] In una rivista era ritratta una nuotatrice che si faceva massaggiare dopo una gara. Alle due estremità del lettino c’erano due signorine in abito da passeggio che la guardavano con serietà, mentre la nuotatrice giaceva sdraiata di schiena, nuda, in una posizione di abbandono con un ginocchio sollevato sul quale teneva appoggiate le mani il massaggiatore che indossava un camice da medico e guardava fuori dalla fotografia, come se quella carne femminile fosse scuoiata e appesa a un uncino. Cose simili cominciavano allora a vedersi, e bisognava in qualche modo accettarle, così come si accettano i grattacieli e l’elettricità. “Non si può avercela con la propria epoca, senza subirne i danni…” […] Era pur sempre pronto ad amare tutte quelle immagini della vita. Ma ciò che non gli riusciva mai era di amare senza riserve, com’è necessario per sentirsi a proprio agio nel mondo; da molto tempo su tutto quello che faceva e sentiva si posava come un alito di disgusto, un’ombra di impotenza e di solitudine, un’antipatia universale, rispetto alla quale non riusciva a trovare una simpatia complementare. A volte gli sembrava proprio di essere nato con un talento che oggigiorno non serviva a nulla.

Ecco, credo che Diva futura parli esattamente di questo, anche se in modo meno esplicito, meno sistematico, meno didascalico: di cosa significhi vivere con un talento che non serve più a nulla, di cosa comporti il dover essere un uomo che si rendde conto di non avere le qualità che questo secolo premia. Il personaggio principale del libro possiede buon gusto, è colto, è intelligente; nonostante si renda conto che la sua ragazza non ha alcuna dote, cerca di aiutarla nella sua tragicomica scalata al successo, fatta di audizioni, concertini, The voice, viaggi intercontinentali, locali di pole dance, senza ricevere nulla in cambio. Eppure tutto queste doti non gli servono a nulla: anzi, lo condannano inevitabilmente a un fallimento annunciato, sebbene non previsto nel modo con il quale si presenta, perché, come dice Musil, non si può avercela con la propria epoca senza subirne i danni. Così, anche se il tono è sempre lieve, e le situazioni divertenti, nella loro grottesca ridicolaggine, e i personaggi sono resi in modo dannatamente vivido, e la trama procede con sicurezza di città in città, questo libro è l’apoteosi della “sconsolazione”: non c’è alcuna speranza di sopravvivenza per chi non riesce a vedere la genialità di una ragazza che finge di tirare fuori un microfono dalla vagina mentre tenta di cantare una canzoncina idiota. Non c’è nichilismo, e non c’è neppure rassegnazione: c’è l’amarissima, lucida, disincantata e dolente constatazione che questo secolo appena iniziato è già la fine di qualcosa. Musil avrebbe apprezzato.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

2 commenti su “Diva Futura di Fabio Viola – una recensione

  1. Patrizia Sardisco
    13/12/2014

    Anch’io, anch’io apprezzo a anch’io credo che Musil avrebbe apprezzato. Due volte grazie: per la segnalazione e per il promemoria. Forse grazie a te e a Diva futura è la volta che affronto seriamente Musil

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  2. Giuliana Zanelli
    14/12/2014

    Per quel poco che ho capito risfogliando il libro di Musil, il “romanzo” mi pare una profezia sul disastro prossimo venturo del nazismo ancor più che una parodia della tramontata Kakania. Quanto al libro di Viola, all’occasione… Grazie.

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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