Le macchinose manovre del destino

Qualche mese fa la rivista cartacea Umbria Noise, grazie all’interessamento di Raffaele Marciano ha pubblicato un mio breve racconto inedito, che ho scritto fondendo due idee già sviluppate in “Antropometria”, e in particolare in “Futuro anteriore” e “Crash test dummy” – il risultato non ha la drammaticità del primo né l’irriverenza del secondo, ma contiene il nucleo di qualcosa che potrebbe, con il tempo, diventare più grande: l’incessante attività del destino che sempre si prodiga per far succedere le cose. Lo ripropongo qui, soprattutto con l’obiettivo di bloccare il titolo! 🙂

Le macchinose manovre del destino

Mentre le quattro telecamere disposte agli angoli della pizzeria d’asporto trascrivono su un opportuno supporto magnetico la versione in bianco e nero del mondo (che in questo momento comprende tre turiste tedesche con la stessa maglietta, un uomo sulla quarantina con la camicia bianca, i due esercenti che stanno lavorando ai fianchi il loro tronco di kebab la cui rotazione lentissima sfugge alla pessima risoluzione del sistema di sorveglianza, e infine te, seduto su una specie di trespolo con un arancino in mano), nessuno conosce il proprio destino, sebbene un accurato studio della meccanica dell’Universo permetterebbe di smontare una volta per tutte gli opposti concetti di caso e libero arbitrio: nessuno tra le sette persone che riempiono i trentadue metri quadri del locale, sfiorandosi casualmente, sa che morirai entro la prossima ora. Nulla di grave, a ben guardare: questa tragedia che si sta avvicinando, e che ti appare così insopportabile, non è che una minuscola increspatura in un mare del quale è impossibile intravedere le coste: negli otto minuti che ti serviranno per finire la tua ultima cena, nasceranno più di mille nuovi essere umani, tutti simili a te. L’economia della vita è sempre in attivo.

Ma nonostante il dramma imminente, non succederà niente di speciale: se non ti avvertono per tempo, gli ultimi momenti non si distinguono da tutti gli altri. Perciò, sotto gli occhi delle quattro telecamere, continuerai a leggere un poster attaccato al vetro nel quale c’è il programma della sagra della porchetta di Fregene, chiedendoti se il nome dell’orchestra di liscio “Pino e i suoi fusti” sia stupido o geniale, e non smetterai di tirare fuori il telefono ogni trenta secondi per vedere se hai un nuovo messaggio su Whatsapp (la ferocia delle statistiche fa supporre che la tua ultima comunicazione con il mondo potrebbe essere quel “Ti ano” che hai mandato per errore a una vecchia amante una decina di minuti fa): la solita routine che ti sei sempre ostinato a chiamare vita. Nel frattempo la vecchia del sesto piano, che solo un miracolo aveva salvato dai bombardamenti alleati dell’agosto del 1943, sta riempiendo l’innaffiatore di ferro verde, l’ultimo regalo del marito prima che se lo portasse via il cancro, nel marzo del 1987. Alla televisione, un concorrente incrocia le dita prima di aprire un pacco e per una cieca obbedienza alle macchinose manovre del destino la vecchia si ferma, attende, lo guarda, aspetta ancora un secondo, riparte sussurrando tra sé e sé ma che fortuna, ‘sto froscio. Poi tu che esci, il vaso che cade, il trauma cranico, le sirene, la corsa all’ospedale attraverso una Roma fredda e affannata, e il gusto dell’arancino che ti viene su proprio un attimo prima che il dottore dica, parlando di te e della tua unica vita, mi spiace, non c’è più niente da fare.

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3 thoughts on “Le macchinose manovre del destino

  1. Nemmeno io riesco a decidere se il nome dell’orchestra “Pino e i suoi fusti” sia stupido o geniale. Ma di sicuro è geniale questo racconto. 🙂
    (C’è tutta l’essenza del tragicomico di un certo livello: fa ridere, commuove, è intriso di feroce critica sociale, è malinconico-poetico, e pur essendo così breve riesce pure a tenere il lettore col fiato sospeso… e poi quel “ti ano” fa scompisciare.)

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