Grafemi

Segni, parole, significato.

Solo per un momento

Sto leggendo, per la seconda volta in meno di un anno, “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline, con lo stesso piacere che proverebbe un astronomo che, dopo aver visto tutto l’universo con il suo potente cannochiale, decidesse di soffermarsi su ogni singola galassia – su ogni singola stella del cielo – per godere della sua luminosa bellezza. Questo libro, che fortunatamente ho scoperto tardi (certe cose si apprezzano meglio da grandi) è sublime nel senso kantiano del termine: è un abisso vertiginoso, un mare in tempesta, una foresta lussureggiante, sconfinata e tremenda – e ciascuna di queste metafore va intesa letteralmente – di abissi, vertigini, mari, tempeste, foreste, lussuria, dello sconfinato e tremendo mondo parla “Viaggio al termine della notte”; e soprattutto dell’uomo, che nessun libro è mai riuscito a rappresentare così vividamente, con la sua disperata, inspiegabile voglia di vivere, e la morte sempre apollaiata sulla spalla, ad attendere il suo momento.

Riguardando questo cielo stellato, con più pazienza, ho trovato una minuscola galassia lontana, una lucetta che si accende e subito si spegne. E’ un personaggio minore, anzi, una comparsa, che per un attimo si materializza accanto a Bardamu, accanto a noi che lo stiamo leggendo, e poi sparisce, muore; e rimane per sempre in questa pagina. Siamo nella primissima parte del libro (sto cercando di contare in quanti parti potrebbe essere diviso il libro: la guerra, la convalescenza a Parigi, il viaggio in Africa, il soggiorno in Africa, la fabbrica in America, il periodo in cui viene mantenuto da Molly, Bardamu che diventa dottore, il lavoro al teatro, il viaggio nel sud della spiaggia a trovare Robinson, la clinica psichiatrica… quante sono? Dieci? Ne ho saltata qualcuna?), quando Bardamu, dopo aver dichiarato, a pagina 1, di non avere nessuna intenzione di partire per la guerra, a pagina 2 si unisce a un reggimento per il piacere di passare per le strade di Parigi tra gli applausi della gente, e camminando senza fermarsi, si trova in prima linea, senza più nessuno intorno: solo il nemico, i tedeschi.

Lui, il colonnello, forse sapeva perché quei due tipi sparavano, i tedeschi forse lo sapevano anch’essi, ma io, veramente, proprio non lo sapevo. Per quanto cercassi lontano nella memoria non avevo fatto proprio nulla, io, ai tedeschi. Ero sempre stato gentile e ben educato con loro. Li conoscevo un po’ i tedeschi, ero perfino stato a scuola con loro, quand’ero piccolo, nei dintorni di Hannover. Avevo parlato la loro lingua. Eran una massa i piccoli cretini chiacchieroni con gli occhi pallidi e furtivi come quelli dei lupi; s’andava insieme, dopo la scuola, a paccioccare le ragazzine nei boschi dei dintorni, dove si tirava anche alla balestra e alla pistola che si era comprata per quattro marchi. Si beveva birra zuccherata. Ma da questo a tirarci ora nello stomaco, senza nemmeno venirci a parlare prima, e nel bel mezzo della strada, c’era un certo margine, anzi un abisso, troppa differenza.
La guerra  insomma era tutto quello che non si capiva. E ciò non poteva continuare.
Era dunque successo qualcosa di straordinario in quella gente? Qualcosa di cui io non mi risentivo per nulla. Non me ne ero accorto.
I miei sentimenti non erano per niente cambiati nei loro riguardi. Avevo voglia, malgrado tutto, di tentare di comprendere la loro brutalità, ma più ancora avevo voglia di tagliar la corda, una voglia enorme, assoluta, talmente la cosa mi opprimeva all’improvviso, come effetto di un formidabile errore.

Sul fronte francese, prevale la stupidità, applicata con ferocia. Ogni notte lui e i suoi compagni devono cercare un paese, Barbagny, che non si trova mai: vagano tra villaggi in fiamme, spingendo i loro cavalli stremati, in mezzo al nulla, piegati dal sonno e dalla paura. Ed è in una di queste notti che compare Kersuzon. Vive per una pagina, e in questa pagina parla pochissimo – una cometa che attraverso un cielo, una stella cadente. Non è un personaggio fondamentale nella storia della letteratura mondiale; ma per me che lo sto leggendo esiste, ed esiste più degli spettri che incrocio spesso al lavoro, o in metropolitana – persone senza nome, impalpabili. Non voglio aggiungere altro. Entra in scena Kersuzon.

Un mese di sonno per ogni palpebra, ecco ciò che noi si portava sulle palpebre; e altrettanto dietro la testa, in più dei chili della ferraglia.
Si esprimevano male i miei cavalleggeri di scorta. Parlavano appena, per così dire. Erano ragazzi venuti dal fondo della Bretagna, per il servizio militare, e tutto ciò che sapevano non veniva dalla scuola, ma dal reggimento. Quella sera, avevo cercato di parlare un po’ del villaggio di Barbagny con quello che avevo a fianco e che si chiamava Kersuzon.
“Sai, Kersuzon” – gli dico – “sono le Ardenne, qui… Che non ci vedi nulla, te, davanti a noi? Me non ci vedo niente…”
“E’ tutto nero come un culo” – mi risponde Kersuzon. Bastava…
“Te, non hai mai sentito parlare di Barbagny, durante il giorno? Per dove l’è?” – gli domandavo ancora.
“No”.
Ecco.
Non l’abbiamo mai trovato Barbagny. Abbiamo soltanto girato intorno a noi sino al mattino, per tornare al villaggio dove ci aspettava l’uomo con il binoccolo. E il suo generale prendeva il caffè sotto la pergola davanti alla casa del sindaco quando siamo arrivati.
“Ah! Come è bella la giovinezza, Pincon!” – gli ha fatto osservare ad alta voce il capo dello Stato Maggiore, quando ci ha visti passare, il vecchio. E detto questo, si è alzato, è andato a fare la pipì e poi un giretto con le mano dietro la schiena, curvo. Era sfessato quella mattina, mi ha riferito l’attendente, aveva dormito male il generale, aveva qualcosa che gli ribugginava la vescica.
Kersuzon mi rispodeva sempre così quando gli parlavo di notte, una cosa che finiva per distrarmi come un tic. Me l’ha ripetuto ancora due o tre volte in merito al nero e al culo e poi è morto, morto ucciso, qualche tempo dopo, uscendo da un villaggio, me ne ricordo bene, un villaggio che si era preso per un altro, ucciso da dei francesi che noi avevamo preso gli altri.

Di fronte a questa pagina mi sento così: come un fedele che osserva, nel cielo, la potenza del suo Signore.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

5 commenti su “Solo per un momento

  1. MrChinaski
    20/12/2014

    È un libro che ha cambiato la mia visione della realtà. Stupendo questo post.

    Mi piace

  2. Zio Scriba
    21/12/2014

    Uno dei più grandi Romanzi di sempre, con una prima parte da Olimpo assoluto. Prima o poi dovrò/vorrò rileggerlo.

    Mi piace

  3. Nou
    22/12/2014

    Ho un amico che, sue testuali parole, si è formato con la lettura di questo romanzo. Non frequenta la rete, per questo gli mando i tuoi post su Céline stampati. Sono un bel regalo per lui, anche per me 🙂 Grazie!

    Tanti auguri di Buone Feste!

    Nou

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  4. Roberto
    22/12/2014

    Ciao Paolo, posso chiederti che traduzione hai letto (sempre che non sia l’originale)? Alexis o Ferrero?

    Mi piace

    • Paolo Zardi
      22/12/2014

      Alexis, che qui ho ritoccato in piccoli punti… Un po’ sorpassata ma ho conosciuto Celine così… A presto!

      Inviata con Windows Phone

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 20/12/2014 da in Scrittura con tag , , , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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