L’inserto del lunedì – Il gioco del silenzio, di Daniele Trevisan

Questo inserto del lunedì prenatalizio offre un racconto di Daniele Trevisan, del quale qui, su Grafemi, era stato pubblicato La pioggia. Viene usata una tecnica sempre efficace, che consiste nel adottare il punto di vista di una persona mentalmente inferiore al lettore (al lettore medio, diciamo…), in modo che questo possa intuire una verità che al personaggio principale sfugge. Non mi piace fare classifiche, ma questo è di sicuro tra i cinque racconti più convincenti usciti su questo blog. Buona lettura!

Il gioco del silenzio

Daniele Trevisan

A vederli così, da lontano, sembrano i personaggi di un presepio: intagliati da materiale grezzo e appoggiati maldestramente sul sagrato di una chiesa di montagna.
Immobili, così come il paese che li circonda che sembra dormire nel torpore invernale, appena sporcato da una neve grigia e inutile come una polluzione notturna.
Eppure se ci avviciniamo, se li osserviamo meglio, notiamo che non sono affatto statici: sono vivi, respirano e il loro fiato condensa nel freddo di quel pomeriggio grigio e senza storia.
Tre uomini: quello in piedi, davanti al portone, è vestito di una pesante tunica nera, ha un berretto in testa che conclude un volto scavato ma sereno; alla sua sinistra c’è il tagliaboschi, che invece indossa un giaccone lacero, è rubizzo nel volto come il sangue che gli ribolle dentro al minimo screzio subito.
Il terzo è un ragazzotto ritardato, lo scemo del paese, forte come un toro e instancabile come un mulo: uno che non fa mai domande anche perché sa, in cuor suo, che nessuno gli darebbe risposta.
È stato il prete a convocare gli altri due, «C’è un lavoro da fare» ha detto al boscaiolo «Va a chiamare anche Cesare» e quello è andato a cercarlo, l’ha trovato in casa che fissava un giornale di un anno fa, gli ha detto che Don Mario ha bisogno di aiuto e quello si è alzato, ha detto solo «Va bene» ha preso la giacca e ha seguito il tagliaboschi.

Ecco, li abbiamo osservati nell’esatto momento in cui si sono incontrati: il curato che aspetta, senza tradire impazienza, gli altri due appena saliti dalla contrada col passo delle bestie da soma.
«Venite figlioli, venite dentro che fa molto freddo» ha la voce flautata dei preti Don Mario; il boscaiolo ha già intuito di cosa può avere bisogno mentre il meschino assetto genetico di Cesare non gli concede alcuna curiosità: attende con fiducia quello che gli altri due gli faranno fare.
Don Mario chiude il portone, si frega le mani «Brrr che freddo!» dice sorridendo.
Il tagliaboschi annuisce; Cesare accenna un sorriso sperando che sia la reazione corretta.
Dopo essersi segnato volgendosi verso il crocefisso, il prete, sempre sorridendo, fa un cenno agli altri due: «Venite, andiamo».
Il tagliaboschi si fa il segno della croce più per abitudine che per vera fede, Cesare osserva la rappresentazione di quell’uomo con le braccia tese, inchiodate a un palo e gli verrebbe da chiedere come mai non soffre o non piange ma il suo cervello non gliene concede il tempo: il taglialegna lo sta già trascinando verso la sagrestia.
«Fratelli» dice il prete come se stesse cominciando un’omelia, «Devo chiedervi un favore. Per qualche giorno ho ospitato qui una povera ragazza, una della valle, che aveva bisogno di essere nascosta per qualche tempo da un padrone troppo violento. Purtroppo ieri la ragazza si è sentita male e Nostro Signore l’ha chiamata a sé».
«D’accordo» dice il boscaiolo, spesso da casa sua transitano ragazze in fuga dalle case di tolleranza della città o altre che scendono dal monte in cerca di aiuto per cominciare una vita lontano da una famiglia troppo dispotica. E il Curato le accoglie, si prende cura di loro, si prodiga con tutto se stesso per aiutarle a inserirsi in una nuova esistenza. Qualche volta è successo che qualcuna di loro non abbia superato i rigori dell’inverno o il trauma dell’allontanamento e allora bisogna portarle via, per farle riposare in terra consacrata prima che in paese comincino a girare voci malevole.
Cesare dal canto suo non dice niente, attende, attento e mansueto come un cane da pastore.

«Venite» dice Don Mario e li accompagna oltre la canonica nella sua modesta abitazione a un solo piano.
Lì su un piccolo letto sfatto giace una ragazza: la pelle scura e ruvida da contadina i capelli sciolti in lunghi boccoli neri.
Cesare la osserva e anche se la sua mente arranca, inciampando nelle molteplici tare della sua condizione, non può fare a meno di formulare un pensiero: “E’ una bambina”, avrà sì e no tredici, quattordici anni e anche se sembra più grande della sua età i segni dell’infanzia non sono ancora del tutto stemperati nella maturità. E poi c’è qualcosa, un piccolo alone rosato sul lenzuolo; eppure il ragazzo avverte la perturbazionedella scena.
È solo spinto da questo fuggevole lasso di lucidità, che riesce ad afferrare un lembo del lenzuolo che copre la povera creatura e, sbirciando velocemente, nota una chiazza rossastra sulle mutande della ragazza, più o meno in corrispondenza della macchia sul lenzuolo.
Don Mario, amorevolmente, trattiene Cesare e lo allontana «No tesoro» dice mellifluo «Non toccare».
Il tagliaboschi sembra imperturbabile: «Tu, aiutami, prendi il lenzuolo da quella parte, portiamola fuori» e, guidato dall’esperienza di un’azione ripetuta più e più volte, avvolge il corpo col lenzuolo come fosse un sudario e si prepara a sollevarlo, aiutato dal ritardato.
Cesare solleva senza fare domande, Don Mario fa strada attraverso la porta posteriore, attraverso l’orto fino al carretto che tante volte il boscaiolo ha trainato con il trattore fino al camposanto giù a valle.

Ma c’è qualcosa che non va, Cesare questa volta avverte un disagio importante, vorrebbe chiedere, vorrebbe parlare, sente montare dentro di sé qualcosa che assomiglia vagamente alla rabbia; ma lui non ha mai provato sentimenti così complessi e non saprebbe definire cos’è che lo sta disgustando.
Si allontana. È triste, confuso, ha bisogno di sfogarsi, dentro di lui monta, indistinto, qualcosa che ha bisogno di uscire ma riesce solo a prorompere nel suo solito suono gutturale che nessuno dei suoi compaesani ha mai provato a decifrare.
E quell’urlo mancato, quel surrogato di disperazione, risuona per un istante riecheggiando tra le contrade del paese, prima di infrangersi nel silenzio immobile della montagna.


Daniele Trevisan
Daniele Trevisan

Daniele Trevisan è nato a Padova nel 1978, laureato in Medicina, sposato, senza figli, scrive per hobby, per traslare su carta le idee che gli vengono in mente. All’attivo ha pubblicazioni  in ambito scientifico e un manuale di primo soccorso aziendale.

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