Almeno tu

Ho capito come sarebbe andata a finire appena l’ho visto entrare con lo sguardo basso e cupo dei giorni in cui qualcuno l’ha fottuto. Ha buttato il giaccone su una sedia, si è girato verso di me e mi ha detto “be’, nun se magna ‘sta sera?”. Erano le otto, ero appena tornata dal lavoro, i piedi gonfi mi facevano male. “Sto preparando” gli ho detto. Mi sono chiusa in cucina con Tommaso, l’ho aiutato a fare i compiti mentre aspettavamo che l’acqua bollisse; lui, di là, in salotto, bestemmiava contro il telegiornale: “c’avete rubato er futuro! Meritate de mori’!”. Tommaso ascoltava e non diceva niente.

Abbiamo cenato in silenzio. Lui ogni tanto mi appoggiava una mano sulla faccia, come per farmi una carezza, e mi sorrideva con la bocca piena di pasta e sugo, come per prendermi in giro. Mi ha infilato un pollice tra le labbra, voleva che glielo succhiassi. Io gli ho indicato Tommaso con gli occhi. Lui ha fatto spallucce e ha continuato a mangiare. “Preparate per dopo” mi ha detto quando si è alzato per tornare in salotto.

Io e Tommaso abbiamo messo i formaggi in frigo, dopo averli incartati, e il pane avanzato in un cestino di vimini. Poi siamo andati in bagno a lavarci i denti e i piedi. Abbiamo fatto la pipì a turno. Mi ha ripetuto la poesia che gli avevano dato da imparare. Alla fine gli ho detto “Hai visto che la sai?” e lui ha sorriso. Ha perso un incisivo, l’altro giorno, mangiando una mela e la formichina gli ha portato un euro. Ha gli occhi azzurri e le lentiggini; da me, invece, ha preso il mento e le mani sottili. In camera gli ho messo il pigiama di Cars che mi ha passato mia sorella, che ha un figlio più grande e vive dalle parti di Firenze. Ci vediamo due volte all’anno e ogni volta mi porta una borsa di vestiti. Lui si arrabbia, dice che non abbiamo bisogno della sua carità, ma prende tutto. Gli ho letto mezzo capitolo del Corsaro Nero, cercando di coprire il frastuono della televisione. Ho acceso la luna gialla dell’Ikea, ho spento la luce grande, mi sono seduta sul bordo del letto e mi sono chinato a dargli un bacio. “Dormi bene, Tommaso” gli ho detto. Lui ha fatto di sì con la testa.

Ho sistemato la cucina. Ho caricato i piatti in lavastoviglie. Ho lavato la piastra dei fornelli. Mentre aspettavo, ho acceso la radio e ho ascoltato un po’ di musica. Una vecchia ha dedicato “Felicità” di Al Bano e Romina al marito che compieva ottantadue anni quel giorno. Alle dieci lui ha spento la televisione, l’ho sentito sbattere contro una sedia mentre usciva dal salotto, e bestemmiare ancora. E’ entrato in cucina e si è avvicinato a me, che ero seduta. Mi ha infilato di nuovo il pollice in bocca, fino in gola, e poi si è aperto la patta dei pantaloni e l’ha tirato fuori. Con le mani mi ha preso le orecchie e mi ha spinto verso di lui, su e giù, per cinque minuti. “Guardame in faccia” ha detto. L’ho guardato. Mi fissava con gli occhi azzurri. Dopo mi ha portato in camera, ha chiuso la porta a chiave e per mezz’ora abbiamo fatto l’amore come vuole lui. Quando ha finito mi ha detto che non ci può fare niente, che io gli piaccio troppo, che lo eccito. Poi ha preso uno stuzzicadenti che aveva vicino il comodino e ha iniziato a pulirsi le unghie.

Sono andata in bagno con un asciugamano addosso e un altro più piccolo in mezzo alle gambe. Dopo un po’ ho sentito la porta della camera di Tommaso che si apriva, e il ticchettio dei suoi passi in corridoio. E’ entrato con gli occhi socchiusi per la luce, i capelli tutti spettinati, in punta di piedi per non toccare il pavimento freddo. Io intanto tenevo stretto l’asciugamano tra le gambe, per evitare che gocciolasse giù il sangue. Lui si è messo davanti al cesso, ha tirato fuori il pisellino e ha fatto la pipì. Quando ha finito, ha asciugato con un pezzo di carta igienica la tavoletta; poi si è girato verso di me e mi ha guardato, senza sorprendersi: conosce la faccia che ho quando suo padre decide di fare l’amore con me. Si è avvicinato, e io mi sono inginocchiata davanti a lui, gli ho preso la mano e gli ho fatto toccare le labbra gonfie, e le mie lacrime.

Ti fa male?” mi ha chiesto con un filo di voce. Teneva gli occhi bassi.

Un po’” gli ho risposto. Una goccia è caduta sul pavimento, vicino al suo piede, con un plic. Abbiamo abbassato insieme lo sguardo: il sangue formava una specie di fiore vicino alle sue minuscole dita, una margherita con i petali sghembi, e ho pensato che un giorno quell’uomo in miniatura si sarebbe trovato nella camera di là, disteso sul letto, con i suoi bellissimi occhi azzurri, enorme come mio marito, ad aspettare che sua moglie, con il culo rotto, smettesse di piangere. Ho toccato il sangue con le dita e poi glielo ho passato sulla faccia, glielo ho spalmato sul naso, sulla fronte e mentre lo obbligavo a guardarmi in faccia “Tommaso”, gli ho detto, “giuramelo, giuramelo adesso”.

Cosa, mamma? Cosa?”

Giurami, Tommaso, che da grande tu sarai diverso”.

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