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Segni, parole, significato.

Il mondo di Nicola Pezzoli (2/4)

Come anticipato la settimana scorsa ecco la seconda parte della lunga chiacchiareta con Nicola Pezzoli su suoi libri, la sua attività di scrittore, il suo rapporto con la letteratura e l’editoria.

Il mondo di Nicola Pezzoli – seconda parte

#4
Dietro ogni romanzo c’è il mondo dell’autore – un mondo che con il tempo cambia, evolve, anche in maniera inaspettata. Cosa è cambiato, nella tua esperienza, tra il periodo nel quale hai scritto “Quattro soli a motore” e quello che ha permesso la nascita di “Chiudi gli occhi e guarda”?

 Le differenze fra i due romanzi sono enormi, malgrado il nuovo sia la seconda puntata del vecchio – ma tutto volevo scrivere tranne uno di quei sequel furbetti in cui cambiano solo i nomi dei personaggi e la toponomastica stradale!
Una delle molle che originano il mio scrivere è la possibilità di dare alle stampe il tipo di libro che in quel momento vorrei tanto poter gustare come lettore. Se con Quattro soli avevo in mente il tipico romanzo di formazione all’americana (da Salinger a La sottile linea scura di Lansdale, da Twain a Panino al prosciutto di Bukowski, con l’aggiunta di suggestioni semiorrorifiche kinghiane), corretto però da specificità nord-italiane riconducibili a Libera nos a Malo di Meneghello, e arricchito di una scrittura che fosse più movimentata, moderna, umoristica, tragicomica, ironica, irriverente, impertinente, il modello di Chiudi gli occhi e guarda, sia nella lunghezza sia nei toni, è invece più da ricercarsi in quei deliziosi gioielli che sono i romanzi brevi di Romain Gary, come La vita davanti a sé e Mio caro pitone: gioiellini poetici, acquerelli narrativi delicati e struggenti, ma al tempo stesso divertentissimi, esilaranti, “scandalosi”, potenti. Spero di essermici almeno avvicinato, e di non deludere i lettori, a cominciare da quello, esigentissimo e spietato nei giudizi, che dimora in me.

Gli oggetti di "Chiudi gli occhi e guarda"

Gli oggetti di “Chiudi gli occhi e guarda”

#5
Il personaggio del libro è un ragazzino che oscilla tra infanzia e adolescenza – troppo grande per essere un bambino, troppo piccolo per essere davvero un ragazzo. Molti autori si sono misurati in questa prova: parlare di persone giovanissime senza rischiare di scivolare nella retorica, nelle banalità lette troppe volte, in una visione edulcorata e semplicistica di questa età. “Chiudi gli occhi e guarda” non commette alcuno di questi errori. In che modo sei riuscito a ottenere questo risultato?

Nicola/Corradino

Nicola/Corradino

Credo che la marcia in più di Corradino, in entrambi i romanzi che lo vedono protagonista, sia il continuo accavallarsi, compenetrarsi e fondersi della voce del bambino in presa diretta (con flussi di coscienza ai limiti dello sgrammaticato, ma molto “sorvegliati” per farli essere il più possibile divertenti e commoventi, esilaranti e teneri, toccanti) con quella, più stilisticamente ricca e raffinata, più “alta” (ma non troppo) dello scrittore ultraquarantenne che regredisce nel ricordo, cosa che può succedere anche nello stesso capitolo, nello stesso paragrafo, addirittura all’interno della stessa singola frase, e sempre in modo naturale, disinvolto, non freddamente programmato. Non solo queste due voci, ma tutta l’infinita gamma delle voci intermedie: per esempio, la riflessione sulla luce in fondo al tunnel negli stati tra la vita e la morte del capitolo 22, delicatamente blasfema, appartiene senza alcun dubbio a un Corradino intermedio e tardo-adolescenziale.
Ciò mi permette di sfuggire ai due opposti pericoli a cui si espongono, a mio parere, questi tipi di narrazione infantile. Da una parte, per la malfondata pretesa di essere esageratamente realistici, il far parlare il bambino in modo sciatto, piatto, povero, trasandato, finendo così con lo scrivere persino peggio di come scriverebbe un dodicenne vero. Dall’altra, il trasformare l’io narrante in una pretenziosa, pedante, noiosissima voce matura, animata da scontate velleità sociopedagogiche che rischiano di rovinare tutto per il troppo voler spiegare, trasformando il romanzo di formazione in una barbosa menata intellettualoide tritura-maroni.
Per non parlare dei tanti penosi casi in cui l’autore o autrice, essendo persona portata per tutt’altri mestieri ma che non trova nessuno in grado di farglielo capire, non riesce a sfoderare altro che risapute banalità, irritanti luoghi comuni, “primi cantoni” intrisi di puzza insopportabile, a causa dei troppi cani che ci hanno già pisciato impunemente. Purtroppo, in Italia ancora proliferano romanzetti in cui l’unico ricordo scolastico è l’ammorbante scena del ragazzino costretto a scrivere cento volte sulla lavagna “devo stare più attento durante le lezioni”, o l’unica interazione con la mamma è la solita stucchevole frasetta “Non voglio sentire parolacce”… Che due palle!

 Naturalmente di andare al Mare in albergo non ce lo potevamo permettere, quell’anno meno che mai. La mamma dopo l’autunno del ’78 si è messa a fare la sarta a casa. Cuce le cose per le persone di Cuviago. Lavora in nero ed è molto brava, ma i guadagni ci permettono a malapena di tirare avanti, pagando le bollette e comprando da mangiare ma non giocattoli, e quasi niente vestiti, che tanto non servono, tranne per me nei momenti in cui cresco troppo in fretta. Soprattutto le maledette scarpe quando i numeri dei piedi “mi scappan via”. Come odio andarle a comprare. Odio la puzza di cuoio di quel negozio a Castelprete, odio dovermi lavare bene i piedi, odio la calzolaia cagnamagra (un mio compagno la chiama Faccia da Culo da Cane da Caccia) che freme dalla voglia di arricchirsi sui miei piedi che si allungano, anche se lo percepisci il disprezzo per noi che siamo poveri e poco eleganti, come se sporcassimo il negozio con la nostra povertà. La cagnamagra è ricca ma io non trovo niente da invidiarle, che anzi piuttosto che diventare lei mi sparo in bocca. Passa la vita reclusa in quel bugigattolo puzzoso per trasformare le suole in soldi, e di sicuro quando torna a casa la sera quel babbeo scopacagna del marito invece di accarezzarla le chiede quanti soldi ha guadagnato, che se succedesse a me m’impiccherei allo stipite della porta per protesta. La guardo, mi accorgo che a furia di vivere in puzza le è venuta davvero la faccia da cane da cuoio e lì per lì decido una volta per tutte che non mi va per niente giù, la cazzata di crescere normalozzo in un mondo così. Per estensione non mi va la cazzata di crescere in generale. Farò di tutto per evitarlo, porcodiaz. Devo riuscire a fregarli.

Chiudi gli occhi e guarda, pagg 20-21

#6
Qual è stato il processo creativo che ha portato alla scrittura di questo libro? Qual era l’idea iniziale, come si è evoluta, in che tempi? Ci sono stati dei problemi che ti hanno bloccato, o che ti hanno costretto a rivedere una parte dell’impianto del tuo libro?

 Ci sono libri, ed è il caso di questo, che sin dall’inizio ti appaiono, ti si rivelano, nella loro forma e sostanza definitiva. Questo non significa che si tratti di scrivere sotto ispirazione divina, o meno ancora che siano libri facili da buttar giù… Ma intoppi veri non se ne sono presentati, se non quei piccoli dubbi e impacci che sempre accompagnano il lavoro dello scrittore. Non sono, in genere, il tipo da terrore della pagina bianca o da blocco dello scrittore, e meno che mai lo sono stato nello scrivere questo romanzo, che ho amato e respirato e vissuto in ogni singola sillaba, come una sinfonia composta al pianoforte in una volta sola, suonandola e assaporandola dall’inizio alla fine.Una volta deciso di ridare voce a Corradino, una volta deciso di approfondire il personaggio dello zio cieco, una volta individuata l’immaginaria location Marina Ligure, il romanzo era già lì. Naturalmente bisognava poi scriverlo, ma questo è il mio mestiere, la mia passione, la mia vita.
Mi erano chiari, fin da subito, persino i titolini dei capitoli (che adoro) e i titoli delle due distinte parti, “L’infinita ombra” e “L’infinita luce”, nonché la loro natura lievemente autocontraddittoria: infatti, l’infinita ombra si riferisce alla cecità dello zio della madre, mentre l’infinita luce si riferisce alla porzione di vacanza fatta di sole, spiaggia e Mare dopo la partenza degli zii, eppure… eppure la prima sembra percorsa da una vena più leggera, divertita, svagata, mentre sulla seconda si addensano le nubi interiori legate al maledetto crescere, a quell’anticipato morire dell’adulto visto come bambino adulterato, come cadavere di bambino, e alla scoperta dei traumi e dei pericoli dell’esistenza.

E poi c’era questa gara che la maestra Piera aveva inventato per imparare divertendosi, che lei faceva domande tipo quiz e il primo a rispondere esatto guadagnava dei punti. C’era ‘sta gara con la sua bella classifica Curtiriso per ogni materia, solo che poi la classifica di storia era capeggiata da Paolo Lizzenci, quella d’italiano era dominata da Paolo Lizzenci, in geografia era largamente in testa Paolo Lizzenci che era irraggiungibile anche in tutte le altre dall’aritmetica alla religione. Insomma incasellava punti solo lui e si divertiva solo lui e era anche un pochettino una rottura di maroni. Si sarebbe dovuto mettergli un bavaglio oppure pagarlo in soldi o merendine o figurine per non partecipare. Come Alfredo Binda che era qui di Cittiglio, il paese vicino al nostro, e lo pagarono per non partecipare al Giro d’Italia, se no vinceva sempre lui e gli altri si rompevano per così dire il cazzo.
C’era un po’ di battaglia solo in geografia, dove Paolo Lizzenci aveva tipo duemila punti e la Maura Luzzanti era attestata a trentacinque o trentasei. Perché era più preparata di lui sui fiumi. Paolo Lizzenci sapeva tutte le capitali ed era bravissimo a “con chi confina” e a “quali mari bagnano”. Gli piacevano molto anche i monti e i laghi. I fiumi invece gli stavano antipatici e li lasciava tutti a quell’altra secchiona della Luzzanti.
Questo Paolo Lizzenci era uno così educato che l’unica cosa dove si sbagliava erano le parolacce. Diceva cose come “Vai a vaffanculo” o “Vada via al culo”, e un giorno, lo giuro, un giorno aveva chiesto agli altri bambini che cosa voleva dire cazzo – credeva che fosse “un’altra parola inventata, come cacchio”.
Neanche cacchio è inventata, gli dicemmo noi altri bambini. È sempre quel coso Curtiriso che ti penzola in mezzo alle gambe. Paolo Lizzenci ci rimase malissimo.

 

Quattro soli a motore, pagg 74-75

Terza parte; lunedì 18 maggio!

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/05/2015 da in Editoria, Recensioni con tag , , , , .

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