La chimera del Grande Romanzo Italiano

Nell’inserto culturale de “Il sole 24 ore” di domenica 28 giugno, Filippo La Porta lancia una divertente provocazione: la cinquina dello Strega, composta da “La ferocia” di Nicola Lagioia, “La sposa” di Mauro Covacich, “Storia della bambina perduta” di Elena Ferrante, “Chi manda le onde” di Fabio Genovesi e “Come donna innamorata” di Marco Santagata, andrebbe presa come un’unica opera, il cui insieme rappresenterebbe il tanto ricercato (e forse non ancora trovato) Grande Romanzo Italiano. La sua idea, che semplifico, è che ciascuno dei finalisti racconti una porzione troppo piccola d’Italia – non solo dal punto di vista meramente geografico, ma anche da quello culturale – per poter essere considerato davvero nazionale.

Il tema del Grande Romanzo Italiano ritorna abbastanza spesso nel dibattito culturale, come una sorta di ossessione. Da ingegnere quale sono, però, trovo un problema di fondo che rende, di fatto, vana qualsiasi ricerca: non esiste una definizione di Grande Romanzo Italiano. Ad esempio, quell’aggettivo “Italiano”, cosa indica? Un romanzo scritto in italiano o un romanzo capace di raccontare l’Italia? E il “Grande”?

Per cercare di circoscrivere l’ambito di questa definizione, proviamo a guardare fuori dall’Italia, Nel 1973 Philip Roth, ancora alla ricerca di una sua identità di autore, aveva scritto un libro dal titolo “The great american novel” nel quale cerca di narrare la storia dell’America attraverso il baseball, riprendendo un’idea già sviluppata da Malamud e da Coover. Il risultato, come la gran parte della produzione rothiana degli anni settanta, è un mezzo pasticcio, ma il titolo non lascia dubbi sulle intenzioni dell’autore: il grande romanzo americano dovrebbe raccontare una nazione attraverso una storia dotata di una forza simbolica, o metaforica, o allegorica.

A doorman stands outside the famous Cotton Club in Harlem.
A doorman stands outside the famous Cotton Club in Harlem.

Lo scrittore inglese Martin Amis, nella sua raccolta di saggi “The war against cliché”, indica ne “Le avventure di Augie March” di Saul Bellow un esempio innegabile di Grande Romanzo Americano. Il libro racconta la storia di un giovane ebreo di Chicago che tra la fine degli anni venti e l’inizio degli anni quaranta vive sulla propria pelle una serie di situazioni per così dire emblematiche dell’America di quegli anni: la crisi del ’29, la Grande Depressione, il fermento rivoluzionario delle grandi città, i grandi magazzini delle metropoli, i soldi facili, lo sconfinamento verso il Messico, l’inizio della guerra… L’impressione che si ha, leggendo questo splendido romanzo (del quale avevo parlato un anno fa), è di trovarsi di fronte a una sorta di atto costitutivo dell’uomo americano, che forse già esisteva ma che non aveva ancora trovato una definizione di sé.
Bellow aveva letto Céline, e con lui non era stato molto generoso – forse per motivi storici. Eppure sono convinto che “Le avventure di Augie March” vada letto come una risposta quasi programmatica a “Viaggio al termine della notte” – la sua continuazione e allo stesso tempo la sua negazione. Entrambi i romanzi hanno una struttura, per così dire, picaresca, dove i fatti si susseguono non secondo le esigenze drammatiche di una commedia o di una tragedia, ma per accumulo di esperienze eterogenee, talvolta slegate tra loro; sia Bardamù sia Augie March attraversano il loro tempo immergendosi nella realtà, e rimanendone, allo stesso tempo, ai margini, come osservatori esterni. Ma soprattutto In entrambi i romanzi c’è una visione grandiosa di un mondo: la nuit, decadente, nichilista, disincantata e stanca, racconta la Francia e l’Europa tra le due guerre, le avventure, pervase da un ottimismo sui generis, rivolte tutte al futuro, l’America negli stesssi anni.

Quando Martin Amis dice che Le avventure di Augie March è il Grande Romanzo Americano, io gli credo: lo capisco, mi è chiaro cosa intende. Capisco entrambi gli aggettivi – il grande e l’americano. Analogamente, dovremmo dire che Viaggio al termine della notte rappresenta il Grande Romanzo Francesce, o addirittura il Grande Romanzo Europeo. Ambizione, ampiezza di visione, una forza capace di fondare, con le sue parole, una nazione e i cittadini che la vivono… Ma non solo. Dietro al Grande Romanzo deve esserci oggetto all’altezza di questa ambizione, di questa ampiezza di visione, di questa forza. La discesa della Francia verso la sua personale notte, così ben esemplificata, a posteriori, dalla triste parabola della vita di Céline, ha qualcosa di tragicamente epico, così come è epica l’ascesa dell’America, della sua fame di vita e di esperienze. Ci sono Grandi Nazioni, dietro questi Grandi Romanzi.

alberto_sordiHo il sospetto, quindi, che non basti che un romanzo scritto in lingua italiana sia grande, per poter aspirare al Grande Romanzo Italiano. Serve che parli di una nazione, che sia in grado di rappresentarla, di riconoscerla, di inventarla. Serve, soprattutto, che questa nazione esista. Chi è l’uomo italiano del ventunesimo secolo? Cos’è l’Italia rispetto al resto del mondo? Cosa dovrebbe distinguere il Grande Romanzo italiano dal Grande Romanzo Nepalese o dal Grande Romanzo Capitalconsumistico? Per decenni, ci siamo malinconicamente riconosciuti nei mostri delle commedie degli anni sessanta – aveva ragione Nanni Moretti quando diceva che ci meritavamo Alberto Sordi… Ma quegli italiani sono scomparsi, sostituiti da altro. I tentativi di rappresentare l’Italia di adesso attraverso il palazzinaro rampante, il camorrista, l’operatore telefonico dei call center, l’eterno studente, il maresciallo non hanno fatto altro che aggiungere macchiette su macchiette, senza arrivare a cogliere l’essenza del nostro tempo, la natura della nostra identità. E mano a mano che questi romanzi si accumulano, cresce la sensazione che nella società liquida in cui siamo immersi manchi il concetto stesso di Italia sul quale si potrebbe costruire il Grande Romanzo Italiano: un’Italia talmente piccola da vanificare qualsiasi ambizione.

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18 thoughts on “La chimera del Grande Romanzo Italiano

  1. Da lettore vorace ma distratto quale sono vado più alla ricerca di un bel romanzo che di un grande romanzo, corro il rischio di non rendermi quasi conto di essere di fronte a qualcosa di grande (è questo è il mio grande limite di lettore). Interessante la chiusa, mi domando come si possa rappresentare l’italiano senza passare attraverso gli stereotipi tipici. Forse il problema è che si è fatta l’italia ma non si sono mai fatti gli italiani? Qual è il tratto caratteristico dell’italiano? Quali sono i suoi sogni? le sue aspirazioni?

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  2. Può sembrare paradossale ma credo che il Grande Romanzo Italiano sia da ricercare al cinema o tra i fumetti, più che tra i libri.
    Poi il problema che poni è reale, storico: la Francia è nazione da più di 1.000 anni, idem l’Inghilterra. Gli USA hanno un’epopea nazionale comune ben definita, se non altro per motivi geografici.
    L’Italia moderna è figlia dei grandi comuni medioevali e ancora oggi non riesce ad uscire da questa dimensione. Le stesse regioni sono un’invenzione culturale piuttosto mal riuscita della politica recente, escluse forse le isole e il Piemonte.
    Insomma a noi manca proprio un’identità culturale nazionale, per quanto sia innegabile che alle spalle abbiamo un territorio comune, e di conseguenza è davvero difficile pensare ad un Grande Romanzo Italiano.

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  3. Perfettamente d’accordo. Franco Moretti, nel suo Atlante del Romanzo Europeo, sottolineava lucidamente come fra romanzo e stato nazionale ci sia un nesso evidente. Anche se i romanzi che hanno definito i comuni denominatori di una nazione raramente sono stati scritti dagli autori che si erano prefissi, forse immodestamente, questo compito. Allora io mi domando:
    – Quanti oggi pensano che un romanzo possa avere quella funzione? Secondo me, sinceramente, siamo rimasti tre gatti.
    – Se forma romanzo e forma nazione sono collegati, con il declino della seconda avremo anche la fine del primo?

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    1. Non credo che esista una relazione di questo tipo in generale: credo che valga per il Grande Romanzo Nazionale, che presuppone una nazione all’altezza, ma per il romanzo e basta, no, penso di no…. Spesso gli autori emigree, privi di una patria, hanno scritto cose bellissime. Sicuramente in Italia manca, da tempo, l’ambizione, la voglia di scrivere qualcosa di importante, con qualche eccezione, ovviamente.

      Paolo

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  4. Ottima riflessione, ricca di spunti: l’unica cosa su cui sono in disaccordo è la definizione della prima produzione rothiana come “un mezzo pasticcio”. Povero Roth, quel romanzo è così divertente; anzi, trovo che suia semmai l’ultimo Roth a essersi un po’ fossilizzato nel cliché di se stesso, no?

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    1. Chissà… io la vedo così: Roth inizia imitando un po’ Herny James e un po’ Bellow, poi indovina “Lamento di Portnoy”, e inizia a credere che la sua forza più grande sia l’irriverenza, mescolata con una certa inclinazione kafkiana… tra la fine degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta, capisce che il nucleo della sua narrativa è il suo ombelico – e questo lo rende un genio dell’introspezione… quarta fase: da “Il teatro di Sabbath” a “La macchia umana” dove finalmente si apre alla Storia. Quinta fase, il declino, con qualche spunto interessante (vedi “Everyman”). La “nemesi” finale è talmente brutta che, giustamente, Roth chiude bottega. Che ne dici? 😉

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      1. Sì, anch’io penso che Roth abbia chiuso bottega dopo essersi finalmente reso conto di come fosse finito! La tua “cronistoria” è interessante, e senz’altro coglie molti punti. 🙂

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  5. Ammetto di non aver letto i cinque romanzi finalisti, ma trovo che la letteratura italiana contemporanea sia troppo legata al tema della famiglia, quasi fossimo ancora nel XIX secolo (molto meglio il XXI!), per questo risulta spesso “vecchia”, anche se l’autore è giovane… è una tendenza che non capisco, perché mi sembra che la realtà vada in un’altra direzione.

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      1. Ho intenzione di leggerlo, non so ancora quando, vedremo 🙂
        Ovviamente bisogna vedere quanto l’ambientazione sia funzionale al tema di cui si vuole parlare; non mi permetterei mai di giudicare romanzi che non ho letto, ma in alcune mie letture precedenti ho riscontrato quasi una volontà di creare quei microcosmi che erano tipici della letteratura ottocentesca e che però oggi portano con sé un’inevitabile artificiosità.

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  6. Stasera Paolo Di Paolo in biblioteca a Imola ha detto che I promessi sposi sono il grande romanzo italiano. Parlava di Leopardi, e ha detto che non è pessimista (non è riducibile al pessimismo in tre fasi ecc). Insomma è stato così simpatico che adesso lo leggo…

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  7. Leggevo/sentivo riflessioni simili sul cinema italiano. Condivido le opinioni di Baule sulla familiarità, senza ovviamente essere menchemeno aggiornato sulla letteratura contemporanea italiana. Mi sono appena spipponato un esame su Arbasino e (senza averlo letto, certo) mi è venuto in mente Fratelli d’Italia, che fa proprio quella cosa lì, racconta dei tipi antropologici italiani ma non è certo entrato nell’immaginario culturale italiano come Grande Romanzo Italiano, al livello dei Promessi Sposi. La mia idea è che paghiamo forse ancora il nostro ritardo culturale e la difficoltà di trovare un’epica decente su cui fondare o distruggere la nostra identità. Céline aveva un secolo di epica monetaria francese da distruggere, i romanzieri americani avevano il west, i gangster, il sogno americano, appena nati e già epica. Penso all’italoamericano di Underworld che si diverte a fare la voce del mafioso per la moglie. La nostra epica è Dante, e se va bene Manzoni. L’epica postbellica è già così piena di crepe che non ti viene neanche voglia di distruggerla. Abbiamo semplicemente perso l’epica ufficiale, Risorgimento o Resistenza che sia, non abbiamo assoluti, o persone che riescano a prendere questi assoluti e romperli.

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