(non più) tuo

Ciao,

ho riflettuto a lungo prima di compiere questo passo, valutando ogni aspetto della situazione, ma ora che finalmente mi accingo a farlo ho la consapevolezza di essere nel giusto. Ti abbandono senza rimorsi, e con molti rimpianti.

Se ora provo a immaginarti mentre leggi queste parole, ti vedo con la fronte corrucciata e lo sguardo irrimediabilmente perplesso, quello che indossi ogni volta (e succede spesso) che la vita ti costringe ad affrontare questioni che vanno al di là della tua comprensione. All’inizio, forse per la mia giovane età, ero convinto che tu possedessi la capacità straordinaria di arrivare al nocciolo di ogni argomento, un istinto innato che ti permetteva di liberarti del superfluo per cogliere l’essenza, oserei dire perfino la verità, nascosta dietro al caos delle cose. E io ti ho seguito, sono sempre stato al tuo fianco, pronto a infervorarmi per le tue battaglie, ad aggiungere alla tua forza la mia irruenza. Raddoppiavo la tua rabbia, il tuo ardore battagliero; colpivo là dove tu indicavi, e lo facevo con la crudele determinazione che solo le certezze assolute danno. Mentre affondavo i denti feroci nella carne dei nemici, ero spinto dal tuo sguardo, che mi approvava e mi incitava. Amavo sentirti ridere di fronte alla marmaglia che mettevamo in fuga, amavo ascoltare le tue urla primordiali scagliate contro i parassiti, gli intrusi, i diversi. Ho scoperto che si può essere incredibilmente cattivi quando si mette la propria coscienza nelle mani di qualcun altro.

Ma poi, un giorno, mentre parlavi a una folla osannante, e io ero accanto a te, felice di essere sul podio, ho intravisto, ai margini della piazza gli occhi di un bambino, uno zingarello che ti guardava: tenendo stretta la mano della madre, ti fissava – fissava la tua bocca spalancata e rabbiosa, il dito che alzavi come una minacciaAveva paura, quel bambino, è naturale. Ti temeva. Ma non c’era solo questo. Mi è stato chiaro, all’improvviso, che sopra ogni altra cosa, provava disprezzo per te: che tra sé e sé stava pregando il suo angelo custode, il dio personale che ogni bambino coltiva nel cuore, dicendogli “fa’ che io non diventi mai come quel coglione”. Può farti male sentirtelo dire, ma di colpo ho capito che eri una nullità. Che l’essenza che coglievi del mondo poteva essere riassunta in poche parole, scritte su un muro in stampatello maiuscolo. NOI, LORO. PAURA, RABBIA. Cos’altro? Parlavi di onore, di coraggio, e te la prendevi con gli ultimi del mondo.

Mi ha fatto male, lo sguardo di quel bambino. come un pugno in faccia. Ma ciò che mi ha fatto davvero soffrire è stata l’idea che non sarebbe stato capace di distinguermi da te. Facevo parte della tua ciurma, del codazzo che ti osanna, che ti segue, che ti acclama. A un certo punto quel bambino ha guardato anche a me e io, invece di ricambiare quell’occhiata, ho abbassato lo sguardo: mi sono vergognato di essere dalla tua parte.

Ho fatto tutto, per te. Ti ho difeso, ti ho sostenuto, ho riso per le tue spacconate, ho partecipato alle tue scorribande con un entusiasmo incosciente, e quindi pericoloso. Ora capisco che servire un coglione ti rende peggiore del tuo padrone. Per me la nostra storia si chiude qui.

Il (non più) tuo cane,

Fido

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