Grafemi

Segni, parole, significato.

Sinapsi in caduta libera

Sono sempre stato convinto che uno degli obiettivi della scrittura è mettere ordine nelle proprie idee, collegando intuizioni e fornendo loro un contesto unitario e organizzato. Tuttavia in taluni casi questo processo porta a una semplificazione eccessiva e quindi a una perdita di informazione o di originalità. Sono contento, allora, di trovarmi, in questo momento, in un tale stato di prostrazione fisica e psichica (sono uscito di casa lunedì alle sei e un quarto, ho alle spalle una decina di ore di treno e me ne aspettano altre sette, tra oggi e domani; sto seguendo un progetto che mi sta privando di tutto il tempo libero; le mie vacanze si prospettano frastagliate e disturbate dal lavoro), sono contento, dicevo, di essere immerso nella profondità di una tale stanchezza assoluta, da non avere la forza di organizzare un bel niente, nella mia testa: ci sono idee, impressioni, intuizioni tutte allo stato brado, e sono così tante, e così vivaci (approfittano dell’attuale debolezza dell’Io che governa la mente) che mi viene voglia di trascriverle senza troppi filtri. Hofstadter, filosofo con manie di grandezza, in “Concetti fluidi e analogie creative” sosteneva che il cosiddetto “io della mente”, cioè ciò che noi chiamiamo “me stesso”, emerge da una specie di piscina brulicante di pensieri, di processi mentali, che combattono tra di loro per affermarsi. In questo momento, sul treno tra Roma e Milano, non emerge nulla, ma, per non so quale motivo, riesco a intravederli, questi pensieri, mentre ancora saltellano l’uno contro l’altro. Ad esempio sono giorni che penso (che “un mio processo indipendente pensa”) all’evoluzione della specie, ma non riesco a capire in quali termini. Ho l’impressione che sia un’idea sempre presente, in sottofondo, in tutto quello che scrivo. Evoluzione. E’ un’assunzione forte. Presuppone un verso, e la convinzione che nel corso della storia dell’uomo ci sia stata una crescita, un miglioramento. E’ un’idea molto ottocentesca, che è tornata in voga negli anni cinquanta del ventesimo secolo, quando il tempo ha ripreso a muoversi: se guardo agli anni tra le due guerre (e non posso che guardarli con un fortissimo senno di poi) vedo un periodo in cui il futuro non esisteva. I progetti (per lo più folli) di quegli anni si sono tutti sfracellati contro la guerra.

Incendio a Fiumicino

Incendio a Fiumicino, ieri a pranzo

Tra il 1940 e il 1945 si assiste all’aborto di un piano che puntava all’eternità. E comunque quando oggi pranzavo in un ristorante dell’aeroporto di Roma, ho pensato che la nostra specie, così evoluta, è la più infestante sulla faccia della terra (credo di averlo pensato perché ieri a Trastevere ho visto un topolino che si infilava tra le radici di un albero, e da là mi guardava con una consapevolezza quasi insostenibile: tendiamo a sottovalutare, e di molto, gli animali, confondendo la nostra incapacità di capirli con limiti che forse non hanno). Sempre a pranzo, guardando questa umanità vorace e rumorosa, ho intuito qualcosa che non riesco a tradurre in parole senza perderne lo spessore, magari illusorio, che percepisco. In forma molto banale, potrebbe essere riassunto con “il mondo non è adesso”. E’ un’idea che ha a che fare con lo scorrere del tempo. Potrebbe anche essere detta con una formula più ermetica e cioè “adesso non esiste”, o nella molto più triviale “adesso non è poi così importante”. Non è un’intuizione tanto originale; ma se è vero che il mondo non è adesso, cioè che il mondo andrebbe visto contemporaneamente in tutta la sua esistenza, considerando il presente come un caso del tutto particolare e irrilevante rispetto al totale, l’evoluzione della specie non avrebbe senso non solo in termini soggettivi (ci stiamo davvero evolvendo?) ma anche in termini oggettivi, perché nulla potrebbe evolvere, o modificarsi, in una storia cristallizzata e messa sotto tormalina. In un secondo ci sono cinque miliardi di cinque miliardesimi di secondo, che noi consideriamo come un unico momento. Non so perché ma mi pare che questa idea un po’ balzana possa trascinarne altre un pochino più intelligenti. Sempre sull’evoluzione della specie, ho pensato, senza pensarci troppo, che non sarebbe male scrivere un romanzo su due ingegneri un po’ presuntuosi che costruiscono due robot di sesso opposto, programmati affinché sappiano innamorarsi, amare, smettere di amare e soffrire per amore. A un certo punto gli ingegneri si lanciano una sfida: fanno innamorare i due e poi scommettono su quale dei due robot si ucciderà per il dolore. Gli ingegneri, ovviamente, sono convinti che i sentimenti che le loro macchine provano non siano “reali”, da un punto di vista oggettivo: si tratta di risposte regolate dal software installato nei loro cervelli elettronici, e quindi possono permettersi il lusso di scommettere. Da un punto di vista soggettivo, però, ciascuno dei due robot è convinto di provare “realmente” quei sentimenti – che è più o meno quello che succede a tutte le persone. Se qualcuno mi venisse a dire che ciò che sento è frutto di un programma scritto nel DNA (cosa che, da materialista, accetto), e che quindi il mio amore e il mio dolore sono una risposta meccanica del mio corpo sottoposto a determinate sollecitazioni, ecco, non so se questo mi sarebbe d’aiuto per amare o soffrire di meno. Ripensando a questa possibile trama, provo a cambiare un particolare: i due robot sono dello stesso sesso. Negli ultimi mesi mi trovo spesso a considerare l’eventualità, talvolta la necessità, di inserire l’omosessualità nelle storie che scrivo. Qualche anno fa, penso due o tre, avevo sognato che la Rowling, l’autrice di Henry Potter, mi diceva di pensare ai miei personaggi come se fossero bisessuali, anche non espressi, anche non consapevoli.

Dal finestrino, due ore fa

Dal finestrino, due ore fa

Quello che non so ancora fare (ma ci sto lavorando) è capire come usare l’omosessualità da un punto di vista narrativo. In sottofondo, mi frena una sorta di ammonimento che mi dice di mantenermi sempre nell’ambito del politicamente corretto. La maggior parte dei personaggi che immagino sono delle vere merde, ma se una di queste merde fosse omosessuale, allora scatterebbe il rischio della scorrettezza. Ci sono categorie protette (giustamente: c’è una lunga tradizione di soprusi) che vanno trattate sempre con una punta di rispetto in più. Se ad esempio un uomo decide di uccidere la propria famiglia per poter coronare un suo assurdo sogno d’amore, c’è una grande differenza se la persona di cui è innamorato è una donna (quindi Eva tentatrice, quindi misoginia) o un uomo (quindi l’omosessualità come forma di aberrazione socialmente pericolosa). Mi sto chiedendo anche se il mio interesse per questo argomento abbia delle implicazioni personali – il bello di non essere più dei ragazzini è che si riesce ad occuparsi delle proprie inclinazioni, a considerarle con una certa serenità. Uno degli sconvolgimenti più inaspettati della mia vita è legato al superamento dei quarant’anni, e al progressivo affievolirsi di tutte le pulsioni vitali. Ora guardo me e il mondo con un po’ di distacco, sebbene i sentimenti siano ancora tutti là. Non mi sono spento, ma sto iniziando quel processo di autodistruzione chiamato “invecchiare”: il mio corpo mi sta portando verso la morte un giorno alla volta, e anche se in certi momenti questa consapevolezza mi angoscia, soprattutto la notte quando mi sveglio con il cuore in gola, sento che alla fine non sarà un dramma. Non si cade: si scivola. E grazie a questo distacco, posso chiedermi serenamente se dentro di me esistono delle tendenze omosessuali, che si affiancano a quelle, a me già note, di stampo eterosessuale. Sospetto che i campi, i domini, in cui queste due tendenze operano e agiscono, siano profondamente diversi; che l’omosessualità non sia l’eterosessualità orientata verso una persona dello stesso sesso, ma qualcosa di completamente diverso, che occupa spazi, momenti, interessi, inclinazioni e sentimenti del tutto differenti. Potrebbe avere a che fare con l’adolescenza, la bellezza in sé, la sottomissione, la colpa. Non penso che sia necessario andare realmente in fondo, in questa indagine (che di sicuro non cambierebbe la mia vita), ma posso sicuramente provare a baloccarmi con l’omosessualità come elemento narrativo – e già questo, credo, sarebbe un esperimento di autoconsapevolezza davvero interessante. Così come è davvero interessante la pornografia, altro tema narrativo che adoro, e che vorrei sviscerare fino in fondo. In un mondo sempre più determinato dagli impulsi social (quanti messaggi riceviamo, in un giorno, in un’ora, dai nostri canali? ho due caselle di posta – una personale, una di lavoro –, un blog con i suoi commenti, Facebook e le notifiche, whatsapp, Twitter con i retweet e i preferiti… dieci all’ora? cento all’ora?), ci sono anche gli impulsi pornografici che nel mio caso arrivano tutti da Twitter. Tra tutti i social network, Twitter è l’unico che se ne frega della censura (a differenza dell’isterico Facebook, che banna i capezzoli delle mamme che allattano), per cui nella propria timeline possono arrivare retweet di altri utenti, con foto esplicite. Seguendo un percorso a caso lungo una di queste infinite reti, sono atterrato sui profili di due attrici porno americane, giovani e belle, colleghe e amiche (tra di loro), che tra le altre cose stanno portando avanti una campagna per il ritorno del pelo pubico nelle donne. I loro profili contengono foto tratte dai loro film (mi chiedo quanto complicato sarebbe creare un archivio che contenga l’elenco di tutti gli atti sessuali compiuti dagli attori davanti alle telecamere, solo in termini numerici – ottantaquattro pompini, sessantadue scopate, ecc. Gli attori tengono il conto?), alcuni pensieri (scambio di tweet: un/a certo/a Timmy chiede alla più carina delle due: “where do you like to be cummed on the nost? Why? I wanna know so I can imagine that when I’m masturbating to you”; risposta, lapidaria, dell’artista “I like being cummed in”) e una valanga di selfie, di nudità da prima colazione, da testa sul cuscino prima di spegnere la luce. Mi chiedo: questa sorta di intimità pornografica potrebbe essere vista come uno degli indizi dell’evoluzione della specie? E’ meglio o peggio del porno dei tardi anni settanta, al quale mi sono avvicinato intorno ai dodici anni, attraverso i giornaletti che giravano tra gli amici? Ricordo che allora gli attori sembravano ex carcerati (essi) e copie delle vecchie e improbabili baldracche che stazionavano in Piazza Mazzin ogni sera (esse). Ora, invece, sembrano tutti persone normali. O tutte le persone normali sembrano attori porno? La pornificazione della specie. Trovo che spiegherebbe bene il XXI secolo, questa trasformazione. Qualcosa di simile è successo anche nel mondo della musica. Una volta c’erano i costumi di scena, i parrucchieri, il trucco; ora i cantanti salgono sul palco in jeans e maglietta, e un sacco di tatuaggi. Ecco, i tatuaggi. Non mi piacciono. Questo pomeriggio, mentre ero a Termini e aspettavo il treno per Milano, mi sono reso conto che anche se sono di natura piuttosto conciliante, nel senso che tendo a non avere giudizi manichei sulla maggior parte delle cose, possiedo alcune idiosincrasie e alcune passioni sulle quali non ho alcun dubbio. I tatuaggi, ad esempio, non mi convincono affatto, se non quelli tribali sulle caviglie delle donne belle. E poi? Trovo volgare parlare troppo di cibo. In uno schermo appeso tra le due file della seconda classe ci sono alcuni televisori che trasmettono la pubblicità dell’Expo. Un tizio infila un legno appuntito in un prosciutto crudo e dopo averlo estratto lo annusa con un’aria beata. Trovo che sia uno spettacolo vomitevole, da colonscopia. Sono convinto, tra l’altro, che il prosciutto crudo sia ampiamente sopravvalutato, così come il vino in generale, il tartufo, il pesce; sono sottovalutati, invece, i panini con la mortadella appena tagliata, i cetriolini conditi dei paesi dell’est, l’insalata russa. C’erano dei libri di cucina, nelle vetrine della libreria di stazione Termini: mi hanno dato fastidio. C’era anche un libro di Prodi, sul quale ho le idee molto chiare: l’unico politico vero che ha avuto l’Italia negli ultimi vent’anni.

Il mio inseparabile zaino

Il mio inseparabile zaino

E anche un libro sugli ebrei che accusava di antisemitismo la brava gente che odia Israele. Anche su questo punto ho le idee chiare: tirare fuori l’antisemitismo ogni volta che si prova a parlare della questione medio orientale c’è della malafede. Altro pensiero: trovo ridicolo il fatto che quasi tutte le religioni si occupino, con violenza, di capelli, cappelli, cibo e genitali. Non riesco a immaginare una religione che non lo faccia. E’ terribile. Penso anche che Gassman abbia fatto bene a dire che quando tornerà a Roma si metterà a spazzare la strada sotto casa. E sono convinto che tutte le critiche che ha ricevuto spieghino perché a Roma le cose funzionino così male… Ma mi rendo conto che ora mi sto inoltrando nella routine dei pensieri che occupano la gran parte della propria attività cerebrale e che non portano a niente – interazioni di basso livello con il mondo contingente, cose di cui ci dimenticheremo tra quattro o cinque giorni. E poi li treno sta arrivando a destinazione: dovrò mettere il pc nel mio zaino rosso, prendere la mia valigia gialla e andare in albergo, in zona Stazione Centrale. E’ buffo pensare che io debba sempre seguire il mio corpo nei suoi spostamenti; che questo treno stia spostando i miei pensieri alla velocità di 250 km/h. Non è incredibile? Ora torno a pensare, buona notte!

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Sinapsi in caduta libera

  1. perdamasco
    31/07/2015

    Sinapsi in caduta libera? Sarò anche ben poco normale ma io le vedo in salita! 🙂

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  2. Franco
    31/07/2015

    Vorticoso al punto giusto. Utile al punto giusto. Inutile al punto giusto. Come è giusto che siano i pensieri. E su tutto, regni la “pornificazione della specie”! Grande Paolo.

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  3. szandri
    07/08/2015

    Un flusso di pensieri che ho letto con grande piacere! Tra l’altro mi chiedo, l’hai scritto in treno? Osservo sempre le persone che sono immerse in qualcosa, in treno. Quanti mondi e vite parallele ci sono su una carrozza che sfreccia a 250 km/h…

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  4. szandri
    07/08/2015

    Tra l’altro – dimenticavo – penso anche io molto spesso al concetto di evoluzione. E sono convinta che nel nostro caso non sia altro che una parentesi di follia, una sorta di scherzo della natura. Un errore, probabilmente.

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Questa voce è stata pubblicata il 30/07/2015 da in Politica, Racconti con tag , , .

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