Grafemi

Segni, parole, significato.

Soprattutto la notte

Qualche sera fa, dopo una giornata particolarmente impegnativa, in termini di spostamenti, coincidenze, inutili attese di tram soppressi, sono tornato nel mio albergo in zona Termini, una topaia a tre stelle, come si usa Roma da qualche anno a questa parte. La stanza non aveva l’aria condizionata, e ho lasciato la finestra aperta.

Dopo una veloce sciacquata, ho letto qualche pagina di “Ultimo parallelo”, splendido romanzo di Filippo Tuena che racconta la terribile avventura di Scott, un inglese che tra il 1911 e il 1912 cercò di arrivare per primo al Polo Sud: battuto sul tempo da una spedizione norvegese, perse la vita, assieme ai suoi compagni di viaggio sulla via del ritorno. E’ una storia che, a grandi linee, conosco da quando, per il mio nono compleanno, ricevetti da mio padre uno splendido libro sui grandi esploratori – il volume si trova ora nella libreria Billy che costeggia il corridoio di casa mia, assieme a quello dedicato alle scoperte archeologiche e quello che parla dei popoli primitivi del mondo – una trilogia che, ne sono convinto, mi ha formato più di due o tre anni di scuola. L’altra sera, mentre, disteso nel letto della topaia a tre stelle, assistevo ai preparativi pieni di tristi presagi degli esploratori destinati alla morte, si è alzata una lieve brezza che è entrata attraverso le imposte socchiuse della finestra e ha sollevato le tende grigie come fossero due fantasmi. Era quasi l’una di notte, e all’improvviso mi sono reso conto di essere stanco: ho spento la luce e mi sono messo a dormire. Dal cortile davanti, però, da uno dei palazzi che avevo intravisto la mattina di quello stesso giorno, si levava il pianto disperato di un bambino. Conosco quella voce: è un grido che mescola dolore, paura e sfinimento. Lo lanciavano anche i miei figli da piccoli, quando era ancora possibile tenerli con un braccio solo, stretti al petto, mentre con la mano libera gli si preparava una camomilla o si massaggiava loro il pancino. E’ un pianto inconsolabile, e non può essere eluso da chi lo ascolta, perché parla a una parte antichissima del cervello, quella sulla quale non esercitiamo alcun controllo. Il bambino non doveva essere troppo vicino, perché ogni tanto i suoi singhiozzi venivano coperti dal rumore di una moto che passava, o dal suono lancinante di una sirena – Roma è una città che non si ferma mai, che non smette mai di fare casino; ma ogni volta che tornava il silenzio, riemergeva quell’urlo primordiale.

Nell’estate del 2009 ho letto un libro meraviglioso: si intitola “L’informazione” (traduzione infelice dell’originale “The information”, che, come mi ha fatto notare Mauro Maraschi, significa “Le informazioni”), l’ha scritto Martin Amis e parla del dramma di uno scrittore fallito di mezza età che cerca in ogni modo di danneggiare un suo vecchio amico, diventato celebre con un romanzo new age su un gruppo di contadini che si salva dal crollo della civiltà rifugiandosi in campagna. “L’informazione” è un libro impegnativo che ogni autore dovrebbe leggere (a New York girava questa battuta, tra gli scrittori: “Hai letto L’informazione?” “Sì, ma non personalmente”. La riporta Wallace nella lunga intervista raccolta in Come diventare se stessi). E’ suddiviso in quattro parti, ciascuna delle quali rappresenta uno genere letterario (il dramma, la commedia amorosa, la farsa e non ricordo cos’altro) e una stagione; e ha uno degli incipit più belli di sempre:

Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere… Passa rasente la nave del pianto, con i radar dlle lacrime e le sonde dei singhiozzi, e li scoprirai. Le donne – e possono essere amanti, muse macilente, pingui nutrici, ossessioni, divoratrici, ex, nemesi – si svegliano, si girano verso questi uomini e domandano, con femminile bisogno di sapere: – Che cosa c’è?
E gli uomini dicono:- Niente. No, non è niente davvero. Solo un sogno triste.
Solo un sogno triste. Ma certo. Solo un sogno triste. O qualcosa del genere.
Richard Tull stava piangendo nel sonno. La donna di fianco a lui, sua moglie Gina, si svegliò e si girò. Gli strisciò accanto e gli posò le mani sulle spalle bianche e contratte. Sapeva sbattere le palpebre e corrugare la fronte e bisbigliare da vera professionista: come la persona addestrata a prestare le prime cure in piscina; come la figura che si fa avanti sull’asfalto imbrattato di sangue, deambulante Cristo della respirazione bocca a bocca. Gina era una donna. Conosceva le lacrime molto meglio di lui. Non conosceva né gli juvenilia di Swift, né i senilia di Wordsworth, né i diversi destini di Cressida nelle mani di Boccaccio, di Chaucer, di Robert Henryson, di Shakespeare. Non conosceva Proust. Ma conosceva le lacrime. Gina era la regina delle lacrime.
-Che cosa c’è?- disse.
Richard si portò un braccio piegato alla fronte. Tirò su con il naso in maniera complicata, orchestrale. E quando sospirò, nei suoi polmoni si sentì un lontano volo di gabbiani.
-Niente. Non è niente. Solo un sogno triste.
O qualcosa del genere.

Quando l’avevo letto, ne ero rimasto folgorato. A distanza di sei anni, posso dire che allora non avevo capito che stava raccontando una storia vera, la storia di quella particolare crisi che colpisce gli uomini quando entrano nella mezza età: ero convinto che fosse fiction, invenzione letteraria, un’iperbole. Ora so che, con qualche anno di anticipo, parlava di me.

Ci sono alcune esperienze che possono essere capite solo con chi le ha vissute. La percezione dei colori, ad esempio, unisce i vedenti ma non può essere raccontata a chi è cieco dalla nascita. Allo stesso modo, faccio fatica a credere che esistano parole per spiegare a una donna quali siano le caratteristiche del desiderio maschile – la sua ottusa determinazione e il suo dissolvimento quasi istantaneo che inizia già al primo fiotto di sperma. Succede lo stesso con quella che viene chiamata “la crisi dei quarant’anni”. Pensavo fosse il capriccio di uomini incapaci di accettare le responsabilità dell’età adulta. Ora che ho quarantacinque anni, posso dire che è tutta un’altra cosa.

Negli ultimi dodici mesi ho avuto una decina di principi di infarto, tre ischemie (una delle quali mentre ero da un cliente), il diabete, il cancro ai testicoli, il cancro al fegato, il cancro ai reni, il cancro ai polmoni, il cancro all’intestino, il cancro allo stomaco, un principio di appendicite, una malattia autoimmune ai muscoli o al sistema nervoso. Ci sono state notti in cui mi sono svegliato nel cuore della notte convinto – seriamente convinto – che se mi fossi riaddormentato sarei morto. Con il tempo ho imparato a gestire questa ipocondria così aggressiva, ma talvolta di notte, tra un sogno e l’altro, questa stronza ritorna a svegliarmi, e mi tormenta.

Avevo trent’anni, quindici anni fa, e tra quindici anni ne avrò sessanta. Per tutta l’infanzia si tende a pensare che la vecchiaia riguardi gli altri. Poi, intorno ai trenta, fintanto che le cose continuano ad andare bene, non ci si pensa. Eppure è evidente che non si diventa vecchi di colpo. Ecco, la scoperta che si fa a quarant’anni (e forse che scatena la crisi) è che da quel momento sarà sempre peggio: non molto peggio, certo, ma comunque ogni giorno un po’ peggio. E tra le cose che peggiorano, tra quelle che spariscono, non ci sono solo la schiena e la sua flessibilità, la vista, la libido, la capacità di digerire un topo morto mangiato a mezzanotte, ma qualcosa di molto più impalpabile, talmente connaturato alla propria esistenza che fino a quel momento non ci si era mai resi conto della sua presenza: l’energia vitale. E’ come quando ci si accorge di rumore solo quando cessa all’improvviso.

Ho cercato un modo diverso di chiamare quella cosa che prima c’era in abbondanza, e che ora sento affievolirsi, ma non è l’entusiasmo, non è la felicità, non è la forza fisica, non è la forza mentale, non è l’esuberanza o l’ottimismo – non ha niente a che fare con gli stati d’animo e neanche con il benessere fisico. E’ come se, piano piano, il tuo corpo e la tua mente si stessero preparando, con un anticipo di trenta o quarant’anni, al distacco. Dentro di me, c’è meno di quella cosa che chiamiamo vita.

Qualche mese fa ho visto, su un giornale online, una galleria foto in cui venivano affiancate le figurine dei giocatori di calcio degli anni ottanta e la loro versione attuale. Al di là dei capelli persi e dei chili acquistati, c’era qualcosa che accomunava quei visi: era come se tutti avessero paura. Il mio computer ha il riconoscimento del viso: quando lo accendo, la prima cosa che fa è puntare la sua fotocamera su di me per vedere se sono veramente io. Mi coglie sempre impreparato. Anche in quegli scatti a tradimento, ho visto la paura nel mio viso. Non è cosi difficile immaginare da dove nasce questa paura… La vita è una stanza che lentamente si riempie d’acqua. Fino a che sta sotto le caviglie, non ci fai caso, ma quando arriva a lambirti le ginocchia, è probabile che inizi un po’ di panico. Poi arriverà la vecchiaia, quel potente sedativo che ti impedisce di dibatterti mentre il naso sta finendo sotto, e sopra non c’è più spazio. A quarantacinque anni, con il più ottimistico degli ottimismi posso dire che mi è arrivata all’ombelico. Non è una sensazione piacevole. Soprattutto perché sappiamo tutti che l’acqua che sale, in realtà, non è nella stanza: ce l’abbiamo dentro.

Eppure, nonostante si stia morendo, chi più e chi meno, si finisce per imparare a fare bene anche questo. Quando si va al mare, si perdono dieci minuti a infilare un piede in acqua, e poi a superare le varie barriere naturali – i coglioni, la pancia, le ascelle, la testa. Poi però si nuota. Ci si abitua. La crisi dei quarant’anni passa non perché si torni a essere giovani ma perché si apprende un modo nuovo di stare al mondo. Ho scoperto che da giovani si perde metà del proprio tempo a immaginare il proprio futuro nei suoi minimi dettagli, a crearlo dentro di noi e a viverlo in anticipo, come se fosse vero: piangiamo per le persone che moriranno, per quelle che perderemo, e perfino per la nostra morte, come se fosse adesso. Ora guardo a domani, a domenica, e un po’ a lunedì, ma mi piace fermarmi così vicino, e lasciare che le cose accadano. Anche il passato lo sto lasciando andare. Ho smesso di raccontarmi la storia dei miei fallimenti, o delle cose che non ho fatto, o di quelle che avrei potuto fare, e ho iniziato a guardare con più attenzione il presente, quello che esiste adesso, questo preciso momento. Accetto la mia ipocondria e, nei limiti del possibile, ci rido sopra. So che morirò, e, a differenza di prima, inizio ad accorgermi di cosa potrebbe significare, in concreto, ma a ben vedere non è che questa sia la scoperta del secolo. Sono morte tante persone, prima di me, e tutti i sette miliardi di esseri umani che ora vivono sulla terra, lottando per le cose in cui credono, entro un secolo si faranno compagnia. Sta finendo il tumulto della giovinezza, e sta arrivando una saggezza che prima conoscevo solo in teoria.

Rimangono le notti. Nel buio della camera, nella debolezza del sonno, il corpo immagina chissà che futuro, e prende paura. Mi sveglio, e sento il cuore che batte per lo spavento. Poi mi dico che non è niente, mi giro dall’altra parte, e spero che passi. Anche il pianto del bambino che piangeva nel cortile dell’albergo di Roma a un certo punto si è fermato, ed è diventato una bella risata. Forse anche lui aveva paura della notte, ma poi qualcuno l’ha cullato ed è finita. E io, che ero solo nella mia camera, infilato nel mio corpo che sta cambiando, mi sono addormentato sereno.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “Soprattutto la notte

  1. Simone Bachechi
    31/07/2015

    Grazie per il suggerimento su Martin Amis, era già nella mia lista di nuovi autori da scoprire, (un lungo documento word), ora che ho letto l’incipit che hai postato accellererò e forse comincerò proprio da “L’ informazione” , quando si dice la divisone del lavoro letterario

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  2. Marina
    01/08/2015

    proprio ieri pensavo alle stesse cose. Senza alcun motivo durante la strada di ritorno da una festa mi dicevo : “può darsi che domani muoio” e subito dopo è iniziata questa catena di riflessioni sull’età e su come 20 anni fa mi sembrava che non dovessi mai morire e di norma non ci pensavo quasi mai, mentre adesso mi sembra non solo un fatto probabile al 50% ma addirittura normale….non mi porta ansia ma quella particolare forma di nostalgia. Dopo i 50 (presumo per tutti ma di certo è così per me) si hanno alcuni svantaggi ma anche alcuni vantaggi come quello di imparare molto meglio ad apprezzare il presente….forse questo è uno degli elementi della saggezza 🙂

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  3. amanda
    03/08/2015

    la coscienza dei propri limiti, o meglio di nuovi limiti, o meglio del continuo riposizionamento degli stessi è un esercizio quotidiano da un certo punto in poi, anche e soprattutto quando la vita non ce ne impone di schiaccianti

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  4. szandri
    07/08/2015

    Mi piace tanto come scrivi. E io che ho trent’anni devo essere invecchiata presto, se mi sento esattamente così.

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  5. simonascudeller
    14/12/2015

    Vedi tu che giri fa il destino.
    Molto lieta di aver scovato questo blog. La lettura dell’articolo è illuminante per certi aspetti, senza contare l’indicazione del libro che credo “vada” letto.
    Grazie e ben trovato

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  6. Sabrina Biagioli
    29/12/2015

    Ho scoperto che mi piace il tuo spazio, questo blog e questi articoli che io, non so perché né in che modo, in un certo senso, capisco. Che anche se abbiamo un’età diversa (ma non troppo lontana) e un intero genere a separarci, non importa. Anzi. Le differenze sono sempre un buon inizio.

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    • Paolo Zardi
      30/12/2015

      Grazie Sabrina, felice del tuo passaggio in questo spazio, che coltivo con pigrizia e passione! 😉 Confermo, le differenze generano idee, da sempre.
      A presto!

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Questa voce è stata pubblicata il 31/07/2015 da in Satura Lanx con tag , , .

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